Il Foglio
Una tregua, una resa o l’ennesima battaglia? Ci sono varie modalità di leggere ciò che accadrà sabato sera nel salone delle feste dell’Hilton di Washington, quando all’annuale cena di gala dei corrispondenti dalla Casa Bianca interverrà Donald Trump , per la prima volta da presidente. E’ una novità perché è un evento che ha sempre snobbato, negli anni della prima Amministrazione e anche nell’edizione 2025 dopo essere tornato alla presidenza. Stavolta invece ci sarà, ripristinando una tradizione che hanno sempre rispettato tutti i suoi predecessori a partire da Calvin Coolidge nel 1924, e sarà un’ottima occasione per misurare il livello dello scontro tra Trump e i media. Può essere l’opportunità per una tregua, almeno per una sera, tornando alle abitudini del passato, quando il gala era un momento di buonumore e ironie tra i giornalisti e l’inquilino dello Studio ovale. Ma è poco probabile. Qualcuno la interpreta come una serata che segna la resa definitiva della stampa di fronte agli attacchi della Casa Bianca e ci sono testate che per protesta hanno scelto di boicottare la cena. La terza possibilità è che vada in scena soltanto l’ennesimo scontro del conflitto costante e bizzarro tra Trump e i giornalisti che lo seguono. Una truppa abituata a essere investita da insulti e battute pesanti (soprattutto contro le giornaliste), esclusa dal poter fare domande nelle conferenze stampa – vengono scelti ormai solo i fedelissimi di comprovata fede Maga – eppure, nello stesso tempo, alle prese con un presidente mai così accessibile. Non era mai successo che ai giornalisti, inclusi i corrispondenti stranieri, venisse data la possibilità di chiamare in continuazione il presidente sul telefono personale, per raccogliere sue dichiarazioni senza filtri su qualunque tema. Trump è da sempre un drogato del media coverage, non può farne a meno, adora odiare e farsi odiare dai giornalisti, fa di tutto per essere sempre al centro delle news. Ma tra la sua prima e seconda Amministrazione qualcosa è cambiato e la cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca arriva in un momento di grande tensione e di pericolo per il futuro dell’informazione americana. Nel quadriennio del primo mandato i giornalisti erano i “nemici della gente”, capaci solo di pubblicare “fake news” e Trump si limitava a insultarli, a indicarli al popolo Maga come avversari “woke” e poi a far finta di ignorarli. Adesso lo scenario è diverso e la disponibilità di Trump a rispondere al telefono nasconde un’offensiva di tutta l’Amministrazione contro l’apparato dei media, con l’obiettivo di controllarlo il più possibile e togliere ossigeno a chi resta indipendente. La cinquantasettesima posizione dove sono scesi gli Stati Uniti nella classifica mondiale della libertà di stampa, redatta da Reporter Senza Frontiere, testimonia non tanto un pericolo per l’incolumità fisica dei giornalisti – come in molti paesi autoritari – quanto un arretramento del livello di indipendenza dell’intero apparato, unito alla continua chiusura di centinaia di testate locali uccise dalla crisi. Un simbolo della difficoltà in cui si trovano le grandi testate è la situazione del Washington Post, stremato dai tagli alla redazione e dal calo degli abbonamenti, in conseguenza dalle scelte di un editore come Jeff Bezos, che come tutti i titani tech sembra voler compiacere il più possibile la Casa Bianca. L’Hilton che ospiterà la cena, l’hotel dove spararono a Ronald Reagan, è nel cuore di quella Washington degli intrighi del potere che cinquant’anni fa veniva raccontata nel film “Tutti gli uomini del Presidente”. Gli americani all’epoca affollarono i cinema per scoprire quanto fosse stato importante e delicato il lavoro dei cronisti del Washington Post nel ricostruire lo scandalo Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. L’ottantatreenne Bob Woodward sarà probabilmente seduto anche stavolta a uno dei tavoli del gala dei corrispondenti (Carl Bernstein è più allergico a questi ritrovi), ma mezzo secolo dopo anche lui sa bene che adesso la situazione è assai più difficile e pericolosa di allora. Volti tesi e preoccupati si vedranno anche ai tavoli della Cnn e della Cbs News. La prima sta per entrare e la seconda è già entrata nell’orbita di Paramount Skydance di David Ellison, figlio del miliardario Larry, con forti legami con la Casa Bianca, che con un’offerta da 110 miliardi di dollari ha sconfitto Netflix nella sfida ad acquistare Warner Bros. Discovery e le sue reti di news. Alla Cbs gli effetti si sono già visti, con il preannunciato licenziamento del comico Stephen Colbert (a maggio lascerà il suo “Late Night Show”) e con la linea editoriale ora guidata dalla controversa Bari Weiss, ben vista dai trumpiani per le sue battaglie contro il wokismo. I giornalisti del network viaggiano ora con il freno a mano tirato quando si tratta di raccontare l’Amministrazione e i tagli hanno già colpito e cancellato la storica radio del gruppo, dai cui microfoni un tempo Edward Murrow sfidava i potenti di Washington. La Cnn attende di vedere se il governo darà il via libera a Paramount, ma ci sono pochi dubbi: la scelta tocca alla Federal Communications Commission (Fcc), un tempo una garanzia di vigilanza, ma oggi sotto la guida di Brendan Carr – anche lui atteso a cena all’Hilton – scatenata nel minacciare di togliere licenze e permessi ai network che “parlano male” di Trump. Ma il luogo simbolo di questa stagione nera del giornalismo americano si trova sull’altra sponda del Potomac rispetto all’Hilton. E’ il Pentagono, che per la prima volta da quando è stato costruito nel pieno della Seconda guerra mondiale sta conducendo un conflitto tenendo lontani i giornalisti. Pete Hegseth, capo del “ministero della guerra”, da mesi ha cacciato tutti i giornalisti – la stragrande maggioranza – che hanno rifiutato di firmare un documento che li obbligava a riportare solo informazioni approvate dai funzionari della Difesa. La sala stampa del Pentagono adesso è pattugliata solo da strani personaggi dell’ecosistema dei podcast Maga e da youtuber e creators di pura fede trumpiana, mentre il corridoio che ospitava gli uffici delle testate tradizionali è deserto e abbandonato. I giudici hanno accolto un ricorso del New York Times contro Hegseth, ma il ministro per ora fa resistenza e ricorsi. La guerra in Iran è la meno raccontata nella storia dei conflitti americani: un assaggio di ciò che rischia l’intero mondo della comunicazione, se passerà la linea del Pentagono di spegnere i riflettori delle news.
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