Collector
Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale, ma non l'ha ridotto | Collector
Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale, ma non l'ha ridotto
Il Foglio

Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale, ma non l'ha ridotto

In vista del Primo maggio la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti possono dire di aver corretto un guaio sul cuneo fiscale che loro stessi avevano contribuito a creare. Secondo il nuovo rapporto dell’Ocse, il Taxing wages, dopo lo strappo del 2024 (+1,5) nel 2025 c’è stato un rientro di 1,2 punti percentuali. Così, per un lavoratore single il cuneo fiscale è sceso l’anno scorso dal 47 per cento al 45,8. Certo è che Meloni e Giorgetti non possono dire, almeno guardando i nuovi dati Ocse, di aver risolto il problema fiscale del lavoro. Perché questo piccolo sollievo non cambia la posizione del paese: la media Ocse del cuneo è al 35,1 per cento e l’Italia resta comunque al quinto posto tra quelli che tassano di più il lavoro. Insomma, siamo davanti a una correzione. Nel 2024 l’Italia aveva registrato il maggiore aumento del cuneo di tutti i paesi Ocse a causa dall’effetto soglia della decontribuzione, che tagliava i contributi solo ai redditi sotto i 35 mila euro e lasciava scoperti tutti gli altri. Ciò era dipeso dalla soglia critica di 35 mila euro lordi annui al di sotto della quale i contribuenti beneficiavano dello sgravio contributivo introdotto dal governo, e dal fatto che il salario medio – che l’Ocse considera come riferimento – era passato da 34.277 euro nel 2023 a 35.616 euro nel 2024; quindi 600 euro sopra la soglia. Per aggiustare questo effetto soglia (o “scalone”) che aveva fatto impennare il cuneo sul salario medio, il governo aveva deciso poi di ridisegnare il meccanismo all’interno della legge di Bilancio per il 2025 , inglobando la decontribuzione (che si “spegneva” oltre certi livelli) all’interno dell’Irpef attraverso un bonus per i dipendenti con salario sotto i 20 mila euro e una detrazione – piena fino a 32 mila euro e poi decrescente – per quelli tra 20 e 40 mila euro. Un modo per superare le criticità dei vecchi sgravi contributivi mantenendone però gli effetti positivi sul salario netto. Dunque, fin qui bene. Ma da qui a raccontare che “sono state tagliate le tasse sul lavoro” ce ne passa . E’ una frase vera solo se la si restringe a certe fasce, a certi profili familiari, a certe porzioni del reddito. Il governo ha fatto una buona politica redistributiva, spostando alleggerendo il peso fiscale sui redditi più bassi e verso i nuclei famigliari più ampi. Per una coppia monoreddito con due figli, nel 2025 il cuneo fiscale italiano è al 34,3 per cento, con una riduzione di 11,5 punti rispetto al single, più ampia della media Ocse. Il problema è che una lavoratrice o un lavoratore dipendente medio, quelli che non rientrano nelle fasce protette, nel 2025 resta ancora inchiodato a un livello di tassazione molto pesante. Nonostante il costo del lavoro a carico dell’impresa in Italia resti altissimo (24 punti su 45,8 di cuneo totale, contro la media Ocse del 13,5), riceve in busta paga il 71 per cento del lordo, comunque meno della media Ocse del 74,9. Dalla fotografia del Taxing Wages è chiaro che il problema italiano non è il prelievo sul dipendente (14,5 di imposta sul reddito e 7,2 di contributi del lavoratore), che anzi resta in linea con la media Ocse (rispettivamente 13,4 e 8,1 per cento), ma il macigno scaricato sulle imprese che continua a rendere più costoso offrire retribuzioni più in linea con la media europea , dove salari bassi e contributi alti cercano di tenersi la mano un po’ meno di quanto facciano nel nostro paese. Purtroppo, la pellicola degli ultimi 25 anni non fa che aggravare il quadro. Nel 2000 il cuneo italiano era al 47,1, sopra di soli 1,3 punti rispetto a oggi, mentre la Germania nello stesso periodo ne ha tagliati 3,6. In questi tre anni e mezzo di legislatura, dunque, al netto dei molti interventi fiscali sul lavoro dipendente, non è cambiato molto . Il governo Meloni si è insediato nel 2022 con il cuneo fiscale al 45,6 per cento e nel 2025 lo ha portato al 45,8 per cento (+0,2). Mancano all’appello gli interventi sull’Irpef dell’ultima legge di Bilancio. In sostanza, il governo ha redistribuito a favore dei redditi medio-bassi il fiscal drag che ha incassato per effetto dell’inflazione, ma non ha modificato sostanzialmente il peso generale del fisco sui lavoratori che resta molto elevato. Troppo poco per poter dire di aver “tagliato le tasse”.

Go to News Site