Il Foglio
Nelle polemiche suscitate dalle frasi del presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha confermato la sua volontà di onorare oltre ai partigiani anche i caduti della Repubblica di Salò in occasione del 25 aprile, si sottolinea la differenza tra chi si è battuto dalla parte giusta e chi è rimasto su quella sbagliata. Naturalmente sul piano storico e politico non è accettabile alcuna equiparazione, e se La Russa avesse voluto proporla avrebbe sbagliato. Tutto questo riguarda il giudizio sulle scelte che in quegli anni terribili furono compiute, cioè i partigiani e i repubblichini vivi. Se invece si parla dei caduti, di una parte e dell’altra, la prospettiva cambia. La memoria e la compassione per coloro che sono morti non può essere selezionata in base alle idee che avevano e al fronte sul quale combattevano. Oggi ricordiamo con i caduti italiani della Grande guerra anche quelli austriaci, ricordiamo insieme i caduti italiani e quelli britannici di El Alamein. Perché non dovremmo fare lo stesso per i morti nella fase finale della seconda guerra mondiale? Il disprezzo della pietas non è mai un buon viatico civile. Al termine di un conflitto, ancor più coi caratteri di guerra civile, è interesse soprattutto dei vincitori realizzare una effettiva pacificazione, che rafforza le istituzioni nate dalla Resistenza e che sono valide per tutti. L’obiettivo dell’antifascismo è la conquista e il consolidamento della libertà, non la vendetta e tanto meno la cancellazione della memoria dei caduti dell’altra parte. Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza per trovare questo sentimento umanitario. Nei paesi in cui invece lo scontro ideologico sulla memoria della guerra civile è ancora alto, come in Spagna, la pacificazione nazionale è ancora faticosa. Al di là delle motivazioni, non è mai un fatto positivo per un paese. Quello che vale per i vivi, però, non vale per i morti, ai quali non si può negare un ricordo.
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