Il Foglio
Sono settimane che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è in viaggio. Si muove in continuazione e i viaggi servono anche a costruire il legame fisico delle alleanze. Ieri era a Cipro, con i leader dell’Unione europea, ma nei giorni scorsi è stato ovunque, dal medio oriente all’Europa. Quando Zelensky viaggia tiene insieme due temi: le armi e i negoziati . Il presidente ucraino chiede armi, soprattutto contraerea, e dà armi, firmando accordi con paesi come la Germania ma anche come l’Arabia Saudita. I droni sono il petrolio di Kyiv e offrendoli Zelensky allarga la coalizione di paesi che possono sostenere un accordo di pace giusto con la Russia. Il presidente ucraino ha bocciato l’idea di istituire una Donnyland, la terra dedicata a Donald Trump che dovrebbe fare da zona cuscinetto fra i territori che Mosca occupa e l’Ucraina libera ed equivale a quella parte della regione di Donetsk che la Russia non ha conquistato, ma vuole a ogni costo. Zelensky ha detto che questa terra di nessuno non serve a nulla, non offre garanzie. Quello che bisogna creare per scongiurare un nuovo attacco russo ai danni dell’Ucraina sono le condizioni adatte che portino Mosca a valutare che una nuova aggressione sarebbe meno conveniente per il regime del Cremlino rispetto al restare fermi sulla linea del fronte. Per esempio, ha spiegato il presidente ucraino in un’intervista alla Cnn, l’arrivo di truppe straniere sarebbe una garanzia: “Avere truppe straniere schierate lungo la linea di contatto renderebbe molto pericoloso per la Russia iniziare una nuova guerra. Hanno paura di forze di supporto, basi e rappresentanti internazionali. Se non abbiamo questa presenza, nessuna parola fermerà Putin”. Le parole non fermano Putin, le armi sì. Lo sforzo negoziale di Zelensky però continua a schiantarsi contro il muro russo . Il Cremlino non ha intenzione di negoziare sul serio, il portavoce Peskov è tornato a dire che Putin può incontrare Zelensky ma soltanto alle sue condizioni e a Mosca. Quindi non fa sul serio.
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