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Mentre aspetta la riapertura di Hormuz, Pechino usa mine e draghe per assicurarsi altri passaggi | Collector
Mentre aspetta la riapertura di Hormuz, Pechino usa mine e draghe per assicurarsi altri passaggi
Il Foglio

Mentre aspetta la riapertura di Hormuz, Pechino usa mine e draghe per assicurarsi altri passaggi

La Repubblica popolare cinese ha due opzioni per prendere l’isola di Taiwan: una è la quarantena navale, l’altra è il blocco navale . Da anni la Marina dell’Esercito popolare di liberazione si esercita per entrambi i casi, e non lo fa soltanto al largo delle coste dell’isola, ma in tutte le vie marittime cruciali per i collegamenti fra ovest e est, per esempio nel Mar cinese meridionale. Pechino è osservata da vicino da tutti gli analisti navali perché sta inventando e sperimentando nuove tattiche mai viste prima, ha aumentato enormemente la sua capacità di uomini e mezzi (non solo militari), e come tutti i regimi ha dalla sua un grande vantaggio: il tempo. L’economista Henry Huiyao Wang, fondatore del Center for China and Globalization, ha scritto sul South China Morning Post che la Cina sta vincendo in medio oriente grazie alla sua “diplomazia della pazienza”. Il leader Xi Jinping è fermo in un punto, dice Wang, ascolta tutti e parla con tutti – e tutti vogliono parlare con lui. Un livello sotto c’è il suo ministro degli Esteri Wang Yi che assegna ruoli e tesse relazioni, e offre garanzie per il futuro. La diplomazia cinese però è sempre subordinata all’interesse nazionale, e alle prospettive sul lungo periodo. Secondo la U. S. Energy Information Administration nel corso del 2025 la Cina ha aggiunto in media 1,1 milioni di barili al giorno di petrolio greggio alle sue riserve strategiche, che quattro mesi fa avevano raggiunto quasi 1,4 miliardi di barili. E’ una stima, perché Pechino non pubblica i dati sulle sue riserve strategiche, ma si tratta dell’accantonamento più grande del globo, circa 3,4 volte le riserve strategiche americane. E’ anche per questo che dopo il doppio blocco di Hormuz il panico che si è diffuso nelle economie asiatiche non ha colpito la Repubblica popolare, nonostante diverse analisi interne suggeriscano la necessità di riaprire lo Stretto nel breve periodo – ed è per questo che Xi Jinping sta aumentando la pressione. Ma senza fretta. La Cina non solo può aspettare, ma sa aspettare. E’ la stessa strategia messa in campo sul dominio marittimo. Pechino sta imparando la lezione di Hormuz: conosce l’area militare anche perché fino all’anno scorso l’area di fronte al porto di Chabahar, in Iran, era quella delle Security Belt, le annuali esercitazioni navali congiunte fra Cina, Russia e Iran. Le ultime, quelle del 2025, avevano come finalità “l’addestramento al tiro contro bersagli marittimi, individuazione, abbordaggio, perquisizione e sequestro di navi” – cioè tutto ciò che la Marina dei Guardiani della rivoluzione sta mettendo in pratica in questi giorni. Secondo diversi esperti militari, Pechino ha una fissazione strategica, che è quella per le mine navali. Era stato l’ammiraglio Xiao Jinguang, primo comandante della Marina dell’Esercito popolare di liberazione, a inculcarla nella cultura marittima cinese: è lui il primo a teorizzare lo sviluppo di una dottrina fatta di sabotaggi in mare, mine piazzate nei porti nemici e l’uso di mezzi civili tipo pescherecci per operazioni ibride. Secondo lo U. S. Naval Institute, oggi la Cina ha tra le 50 e le centomila mine navali, contro meno delle diecimila americane, e di oltre 30 tipi diversi, adattabili a scenari operativi diversi . Non solo: la Repubblica popolare si è dotata di una delle più grandi flotte al mondo dedicate alla guerra di mine, con circa 60 unità tra cacciamine e dragamine, probabilmente la più numerosa in assoluto, ha scritto a gennaio l’analista navale H. I. Sutton. La pianificazione della guerra per acqua si adatta alla modernità, con droni sottomarini e mine ultrasofisticate, ma gli obiettivi sono sempre gli stessi – condivisi con l’Iran: dominare le rotte marittime. Nel caso di Taiwan, per esempio, Pechino sa che per un paese che dipende dalle importazioni, mettere in quarantena o fare un blocco navale significa piegare velocemente la politica di Taipei ai propri interessi. Secondo alcuni recenti paper della Marina americana, se la Cina dovesse minare porti e l’area attorno all’isola di Taiwan, un eventuale intervento americano sarebbe tardivo e problematico: le capacità di contromisure americane per le mine navali sono ridotte, ancora poco tecnologicamente avanzate e insufficienti per operazioni su larga scala – si è intuito nelle scorse settimane, quando il presidente americano Donald Trump, con i suoi modi, ha chiesto aiuto a una coalizione per sminare Hormuz. E’ il motivo per cui qualche giorno fa il ministro degli Esteri di Singapore, Vivian Balakrishnan, ha detto alla Cnbc che se dovesse scoppiare una guerra tra la Cina e gli Stati Uniti nel Pacifico, “quello che state vedendo nello Stretto di Hormuz sarà solo una prova generale”, ed è il motivo per cui Pechino continua ad assicurarsi nel Mar cinese meridionale il dominio e il controllo di passaggi e rotte. Due giorni fa il New York Times ha pubblicato le immagini satellitari di decine di navi draganti cinesi impegnate a frantumare fondali e coralli e a pompare i sedimenti sull’isola. Sono le immagini impressionanti della costruzione di una nuova isola nei pressi dell’Antelope Reef, nel Mar cinese meridionale, “che permetterà a Pechino di rafforzare il controllo su una delle vie marittime più importanti del mondo”. Con pazienza, come fa in diplomazia.

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