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Quando il placebo si trasforma in rischio clinico
Il Foglio

Quando il placebo si trasforma in rischio clinico

L’Agenzia spagnola dei medicinali e dei prodotti sanitari ( Aemps ) ha pubblicato un rapporto dedicato all’omeopatia che illustra una volta di più come la letteratura disponibile non consenta di raccomandare i prodotti omeopatici in alcuna patologia, e l’efficacia osservata resti a livello del placebo. Il documento è costruito come una valutazione delle evidenze su efficacia e sicurezza, accompagnata da una ricognizione delle decisioni assunte da altre istituzioni pubbliche nei principali paesi occidentali . Il metodo seguito dall’Aemps è semplice. Gli autori hanno effettuato una revisione sistematica della letteratura in Medline ed Embase, includendo revisioni sistematiche e meta-analisi su studi randomizzati e controllati in esseri umani, pubblicati dal 2009 fino al momento della ricerca, che è stata eseguita fra gennaio e febbraio 2026. Sono stati esclusi gli studi preclinici, gli articoli in lingue diverse da inglese e spagnolo, le revisioni metodologicamente scadenti (identificate attraverso criteri prefissati) e i lavori privi di dati utili su efficacia o sicurezza. Quattro autori hanno valutato in modo indipendente titoli, abstract e testi completi. Alla fine, il corpus esaminato comprende 64 revisioni sistematiche. La parte iniziale del rapporto ricostruisce anche i presupposti teorici dell’ omeopatia e li sottopone al vaglio della farmacologia e del metodo sperimentale. Il documento dedica varie pagine anche ai fondamenti teorici dell’omeopatia. Ricostruisce il principio di similitudine, l’uso delle diluizioni infinitesimali e l’idea della dinamizzazione, poi osserva che questi principi non sono verificabili alla luce della farmacologia e della farmacoterapia. Riporta l’esempio della diluizione 12 CH, alla quale una soluzione non contiene più molecole della sostanza iniziale, e quello di un preparato di belladonna 6 CH, nel quale la quantità di atropina viene resa con il paragone dei dieci grammi dispersi nell’intero Mediterraneo. La cosiddetta memoria dell’acqua e le ipotesi sulle nanoparticelle vengono esaminate nello stesso contesto, e il rapporto osserva che nanoparticelle omeopatiche con le caratteristiche loro attribuite non sono mai state identificate. Il cuore del documento è però la valutazione clinica. Le revisioni esaminate riguardano soprattutto patologie reumatologiche, psichiatriche, del sonno e dermatologiche, oltre a una serie di altri ambiti. Il giudizio resta costante: l’evidenza è insufficiente per raccomandare l’omeopatia in qualunque condizione clinica . In molti casi gli studi non mostrano differenze significative rispetto al placebo; in altri i segnali favorevoli emergono da studi piccoli, eterogenei, con difetti di randomizzazione, limiti del cieco, follow-up brevi e qualità metodologica bassa. Il rapporto aggiunge un dato di grande importanza: all’aumentare della qualità metodologica degli studi, l’effetto apparente dell’omeopatia diminuisce . Una tendenza come questa è ancora più forte della somma di singoli studi, perché mostra che anche presunti piccoli effetti correlano negativamente con la qualità dei metodi usati per rilevarli. L’Aemps dedica spazio anche al modo in cui nasce l’impressione soggettiva di efficacia. Il testo richiama il decorso naturale oscillante di molte malattie, la regressione verso la media, l’effetto placebo, l’effetto Hawthorne o Pigmalione e i falsi positivi prodotti da metodi inadeguati o da attribuzioni causali scorrette. Il significato di questa parte è chiaro: l’esperienza del miglioramento non basta a identificare un effetto terapeutico specifico . Per questo il rapporto insiste sul fatto che l’efficacia di un trattamento può essere considerata dimostrata solo entro un contesto di ricerca clinica capace di controllare le spiegazioni alternative. Le tabelle dedicate alle singole aree cliniche mostrano bene come il rapporto pesa i dati favorevoli. In oncologia, per esempio, una revisione sui sopravvissuti al cancro include tredici studi complessivi. Alcune revisioni sono dedicate direttamente all’omeopatia; altre riguardano insiemi più ampi di interventi, come le terapie complementari o le strategie non ormonali, ma contengono anche dati su trattamenti omeopatici. Il criterio metodologico dichiarato è che, in queste revisioni miste, vengono considerati soltanto i dati di efficacia e sicurezza relativi all’omeopatia. La tabella oncologica mostra bene questo punto. La revisione di Shneerson del 2013 valuta i trattamenti di medicina complementare e alternativa per la qualità di vita nei sopravvissuti al cancro: dei 13 studi complessivi, uno soltanto riguarda l’omeopatia, e il beneficio rilevato è limitato a una sottoscala della qualità di vita SF-36 a un anno; la conclusione riportata dal rapporto è che non si può sostenere un’evidenza a favore dell’omeopatia. La revisione di Rada del 2010 riguarda gli interventi non ormonali per i soffocamenti nelle donne con storia di tumore della mammella: include 16 trial complessivi, 2 dei quali omeopatici, ma i benefici compaiono soltanto nei trial farmacologici, mentre nei due studi omeopatici non emergono differenze significative rispetto al placebo né per efficacia né per sicurezza. La revisione di Kassab del 2009, invece, è dedicata direttamente all’omeopatia per prevenire o trattare effetti avversi delle terapie oncologiche: riporta un piccolo studio su Traumeel S nella stomatite da chemioterapia e uno sulla calendula topica nella radiodermite, ma il rapporto precisa che i dati restano preliminari, che non si può escludere un effetto del veicolo topico, e che senza replicazione non si può concludere per un’efficacia confermata. Sulla sicurezza il quadro è più articolato di quanto suggerisca la pubblicità dei prodotti omeopatici . Il rapporto riconosce che molti eventi avversi riportati negli studi sono lievi e che spesso la loro descrizione è incompleta. Riporta anche una revisione sistematica del 2016 su 41 studi randomizzati e controllati, con 6.055 pazienti trattati, nella quale il meta-analisi di 39 studi e 5.902 pazienti non rileva differenze significative nel profilo complessivo degli eventi avversi fra omeopatia e controlli. Accanto a questo dato, il documento richiama una revisione del 2012 su casi e serie di casi che ha raccolto 38 pubblicazioni, 1.159 pazienti coinvolti e 4 morti, includendo sia effetti diretti dei prodotti sia danni dovuti all’omissione della terapia convenzionale. Fra gli esempi citati compaiono ricoveri gravi in lattanti e il caso dei prodotti per la dentizione con belladonna associati a centinaia di eventi avversi e a decessi, a causa di erronee procedure di preparazione. Il rapporto passa quindi in rassegna le decisioni del Regno Unito, dell’Australia, della Francia, della Germania, della Svizzera e degli Stati Uniti, tutte orientate a restringere il riconoscimento pubblico dell’omeopatia, a eliminare rimborsi o a imporre avvertenze più severe. Nello stesso tempo ricorda che in Spagna questi prodotti sono stati a lungo commercializzati in un quadro transitorio e che il processo di regolarizzazione ha portato al ritiro dal mercato di quelli che non hanno ottenuto l’autorizzazione prevista. Le conclusioni del documento sono tre. Non esiste prova scientifica pubblicata che avalli l’omeopatia come strumento terapeutico efficace. L’efficacia osservata nei lavori pubblicati è comparabile al placebo . I cittadini devono sapere che l’uso dell’omeopatia espone a un rischio concreto quando porta a rifiutare o sostituire trattamenti fondati su prove. Quest’ultima è probabilmente la considerazione più importante, che ben si apprezza in una frase che compare nella sezione sulla sicurezza: il rischio principale associato a questi prodotti consiste nel possibile abbandono del trattamento scientifico con aspettativa di beneficio conosciuta e ragionevole. È il meccanismo delle tossine cognitive. Una credenza pseudoterapeutica entra nel percorso di cura e ne cambia i criteri interni. Le prove perdono peso, l’esperienza individuale ne acquista, il trattamento validato viene vissuto come eccessivo o provvisorio, il rimedio inefficace assume il profilo di una cura più autentica perché più rassicurante, più semplice, più vicina all’idea di un equilibrio naturale da ristabilire. In questo quadro diventano più probabili i rinvii, le riduzioni arbitrarie, le sospensioni, le sostituzioni presentate come integrazione, la minore aderenza alle cure che richiedono continuità e precisione – come ormai abbondantemente dimostrato nella letteratura scientifica. Come è stato ormai provato, il risultato finale, a seconda dell’area clinica, può essere anche l’accresciuta mortalità . Il danno sanitario, ormai certificato persino dai tribunali , dipende quindi dalla capacità dell’adesione all’omeopatia di veicolare la pseudoscienza e di orientare quindi decisioni cliniche in senso sfavorevole. Per questo il giudizio conclusivo dell’Aemps ha un valore che va oltre la constatazione dell’assenza di efficacia: individua nel trasferimento di fiducia dalle cure efficaci alle credenze pseudoscientifiche il punto in cui il placebo diventa rischio clinico .

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