Il Foglio
La demografia è una materia troppo seria per lasciarla in mano alla demagogia. E l’ultimo rapporto dell’ Istat dice con la freddezza dei numeri quello che la politica preferisce spesso non dire con il calore della verità: l’Italia non sta crollando, ma sta cambiando; non è condannata, ma è fragile; non è un paese morto, ma è un paese che per restare vivo deve smettere di raccontarsi favole. La prima favola la racconta una certa sinistra, quando considera quasi sconveniente parlare di natalità. Dire che in Italia si fanno pochi figli non significa obbligare qualcuno a farli. Significa prendere atto che un paese con 1,14 figli per donna, contro una media europea già bassa di 1,34, ha un problema enorme di futuro, di welfare, di lavoro, di scuole, di comunità. La seconda favola la racconta una certa destra, quando parla di immigrazione come se fosse solo emergenza, minaccia, disordine. I numeri dicono altro. Nel 2025 l’Italia ha avuto 355 mila nati e 652 mila morti: un saldo naturale negativo di quasi 300 mila persone. A tenere in piedi la popolazione è stato il saldo migratorio: 440 mila ingressi dall’estero, 144 mila uscite, più 296 mila. La popolazione straniera residente è cresciuta di 188 mila unità; quella italiana è diminuita di 189 mila. Senza stranieri, semplicemente, l’Italia sarebbe più vecchia, più vuota, più povera, meno produttiva. Poi c’è una terza verità, che nella repubblica dei disfattisti andrebbe ripetuta più spesso. L’Italia invecchia anche perché vive bene e vive a lungo. Gli uomini italiani hanno una speranza di vita superiore alla media europea, 81,5 anni contro 79,2; le donne 85,6 contro 84,4. Siamo un paese con molti anziani, certo, ma anche un paese nel quale si vive più a lungo che quasi ovunque. Il problema non è dire che va tutto bene. Il problema è ricordare che, proprio perché qualcosa ha funzionato, dobbiamo evitare che smetta di funzionare. E per farla funzionare uscire dalla demagogia quando si parla di demografia forse potrebbe aiutare.
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