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Il governo ragiona su un deficit al 4%
Il Foglio

Il governo ragiona su un deficit al 4%

Uno scostamento di bilancio è ormai ritenuto necessario, oltre che inevitabile . La tentazione su cui si ragiona nel governo è portare il deficit al 4 per cento, ovvero 1,1 punti sopra al 2,9 per cento previsto nel Documento di finanza pubblica (Dfp) appena approvato: un margine notevole, circa 25 miliardi di euro, da destinare a interventi per mitigare l’impatto dello choc energetico su imprese e famiglie. L’obiettivo primario di Giorgia Meloni è, come ribadito al Consiglio europeo di Cipro, un modello analogo al programma europeo Safe per le spese per la Difesa ma applicato al settore energetico . Su questo fronte, Meloni ha diversi alleati naturali come il primo ministro conservatore belga Bart De Wever e altri insoliti, come il premier socialista spagnolo Pedro Sánchez che ha chiesto alla Commissione di “allentare le regole di bilancio, come per la spesa in Difesa”. Ma al momento il fronte italo-spagnolo è minoritario. Se non dovesse riuscire a ottenere un Safe energetico, come ha già detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il governo farà “da solo”. Un primo test sarà la giornata del 30 aprile . E’ convocato un Consiglio dei ministri per approvare il decreto “Primo maggio” per tutelare il lavoro povero, ma il governo dovrà affrontare anche il nodo della scadenza del taglio delle accise, il cui rinnovo costa circa mezzo miliardo al mese. Rinunciare allo sconto è insostenibile politicamente, prorogarlo a lungo è insostenibile finanziariamente all’interno dei paletti del Dfp. Così il primo segnale politico in direzione dello scostamento di bilancio potrebbe arrivare il medesimo giorno, quando alla Camera si voterà sul Dfp: nella risoluzione di maggioranza dovrebbe esserci un passaggio che chiede al governo di valutare, in assenza di una risposta europea adeguata, un’iniziativa autonoma per affrontare la crisi energetica. La strada maestra resta quella di una soluzione europea. Le richieste di Meloni sono principalmente tre : flessibilità sul Patto di stabilità e la sospensione dell’Ets e del Cbam, due meccanismi che tassano le emissioni di CO2 aumentando il costo dell’energia per l’industria. Se non dovessero essere accolte – ieri la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito che non ci sono le condizioni per attivare la clausola di salvaguardia generale sul Patto, invitando a spendere i “95 miliardi non ancora utilizzati” del Next Generation Eu sull’energia – il governo si muoverà autonomamente sull’unica delle tre leve che può essere azionata a livello nazionale, che è appunto quella del bilancio. Il problema di una scelta del genere non riguarda tanto il rispetto delle regole fiscali europee, ma la reazione dei mercati . Per Meloni e Giorgetti sarebbe un’inversione di marcia rispetto ai primi quattro anni della legislatura, in cui la stella polare del governo è stata la prudenza sui conti che ha prodotto una riduzione del deficit apprezzata, come si vede dalla dinamica dello spread, da chi investe nei titoli di un paese con un debito molto alto come l’Italia. Per giunta, negli ultimi due mesi la percezione dei mercati sull’Italia è cambiata notevolmente per fattori esterni e interni: la rottura del rapporto privilegiato di Meloni con Trump, la sconfitta del governo al referendum e la crisi di Hormuz rispetto a cui l’Italia è più vulnerabile di altri paesi per l’importanza del gas nel mix energetico. Non è un caso che la Francia, che ha una situazione fiscale complicata ma un mix energetico basato sul nucleare, abbia sentito meno l’impatto dello choc di Hormuz: il rendimento dei titoli dei due paesi, che si era allineato in autunno, si è divaricato dopo lo scoppio della guerra in Iran (ora lo spread dei Btp italiani è a 80 punti, 15 punti sopra quello degli Oat francesi). Aggiungere a questo contesto di maggiore vulnerabilità dell’Italia uno choc fiscale farebbe inevitabilmente rialzare la testa allo spread dei Btp , che si mangerebbe parte dello scostamento alimentando l’incertezza finanziaria che potrebbe logorare l’esecutivo nei mesi prima del voto. D’altro canto, il timore del governo è quello di arrivare alle elezioni del 2027 consumato dall’aumento del costo della benzina e delle bollette.

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