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I tessitori del Libano senza Hezbollah
Il Foglio

I tessitori del Libano senza Hezbollah

Il cessate il fuoco in Libano è stato esteso di tre settimane. Mentre tutti gli occhi sono concentrati su Islamabad, dove si aspetta di veder comparire le delegazioni americana e iraniana – per il momento soltanto il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, andrà a parlare con i pachistani per poi proseguire verso l’Oman e poi la Russia – a Beirut le forze diplomatiche che vengono dal medio oriente, dall’Europa e dagli Stati Uniti stanno lavorando per trovare una soluzione che metta fine alla guerra ciclica fra Hezbollah e Israele. La pace in Libano interessa tutti, tutti sembrano avere un vizio però e credono che il paese, per liberarsi dall’influenza iraniana, debba sottomettersi a un altro tipo di influenza. Michael Young, analista e autore di una newsletter chiamata “Beirut Calling”, ha dedicato le sue ultime analisi alla paura libanese di una futura influenza israeliana nel paese. Lo stesso tipo di timore esiste anche in alcuni paesi del medio oriente, che desiderano la fine dei combattimenti, il disarmo di Hezbollah, l’interruzione della politica iraniana nel paese, ma vogliono evitare che Israele, con la sua superiorità militare, stabilisca anche un grado di influenza capace di condizionare il futuro del paese. Dietro al cessate il fuoco, alla possibilità di accordi, al tentativo di tracciare una strada per il futuro dei rapporti dei due paesi, si stanno muovendo non soltanto gli americani o i francesi, ma anche gli egiziani, i qatarini e soprattutto i sauditi. Fra telefonate e incontri, Riad è al centro della questione libanese e lavora sul rispetto degli Accordi di Taif che alla fine degli anni Novanta erano stati firmati per mettere fine alla guerra civile in Libano e imponevano anche il disarmo di tutte le milizie, incluso Hezbollah. Per i sauditi la questione è semplice: serve la stabilità interna per evitare future guerre. Anche per Riad che rimane interessata a mostrarsi lontana dallo stato ebraico, ogni cambiamento deve iniziare dalla fine di Hezbollah come gruppo armato con le capacità di un esercito che prende ordini dalla Repubblica islamica dell’Iran. Quello in Libano è sempre sembrato un conflitto secondario rispetto al grande scontro di Israele e Stati Uniti contro Teheran, ma dalla soluzione dei rapporti con Beirut in realtà passa la costruzione di un nuovo medio oriente. Il presidente americano, Donald Trump, ha deciso di prendere in carico personalmente la questione del dialogo fra Israele e Libano e ha proposto un incontro, che per ora sembra molto complesso da organizzare, fra il presidente libanese Michel Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Per Aoun è rischioso incontrare Netanyahu anche per un discorso di stabilità interna e pure per i sauditi sarebbe meglio che tutto si realizzasse senza una stretta di mano o una foto tra i due. Oltre a Trump, è il segretario di stato e capo della Sicurezza nazionale Marco Rubio a occuparsi dei colloqui fra Gerusalemme e Beirut, che conduce con l’aiuto dell’ambasciatore americano in Libano, Michel Issa. Il Libano è anche stato al centro di una delle ultime telefonate fra Trump e il presidente francese, Emmanuel Macron, in cui il secondo ha raccontato al capo della Casa Bianca che i bombardamenti israeliani in Libano erano stati devastanti e, secondo una ricostruzione del Monde, Trump anche sulla base delle parole di Macron avrebbe spinto per il cessate il fuoco in Libano, inizialmente slegato dall’interruzione dei combattimenti in Iran e dai colloqui con gli iraniani previsti a Islamabad. Prima che Hezbollah aprisse il fuoco contro Israele, il 2 marzo scorso, come risposta all’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, gli Stati Uniti avevano iniziato a proporre la possibilità che in futuro gli Accordi di Abramo si sarebbero potuti estendere anche al Libano e alla Siria. Israele con più prudenza parlava di intese separate con i due paesi, sapendo che la questione libanese fosse molto lontana dalla soluzione, con Hezbollah ancora in possesso delle sue armi. L’Arabia Saudita, il paese che se entrasse negli Accordi di Abramo segnerebbe una grande rivoluzione, li renderebbe una potente alleanza in medio oriente e un segnale chiarissimo per il futuro della regione, sta dimostrando di non sottovalutare il Libano e la sua importanza. Come scrive Young, Riad vuole evitare una forte influenza di Israele, ma lavora anche per limitare la forza dell’Iran che si può ottenere soltanto integrando Hezbollah come forza politica e non più militare. A maggio si sarebbero dovute tenere le elezioni in Libano, il governo ha però deciso di rimandarle a causa della guerra, imponendo una sospensione di due anni. La sconfitta dall’Iran passa per la stabilità di Beirut. Anche il futuro dei rapporti in medio oriente sembra avere in Libano il suo crocevia.

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