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Troppa musica, troppo rumore. Urge un'ecologia del silenzio | Collector
Troppa musica, troppo rumore. Urge un'ecologia del silenzio
Il Foglio

Troppa musica, troppo rumore. Urge un'ecologia del silenzio

Viviamo in un’epoca che rifugge il vuoto, in una continua ricerca di cose da fare e di persone da contattare; il tutto con la pazza voglia di documentare incontri, pranzi, paesaggi, cani e gatti, feste e lutti negli stati di WhatsApp o nelle storie di Instagram. L’horror vacui, la paura del vuoto, come avviene in natura, genera il bisogno di riempirlo ; nell’era dei social, tutto questo sembra essersi amplificato. Anche la musica è un modo di riempire spazi vuoti . C’è musica ovunque: in ascensore, sugli aerei, nei bagni. Possiamo aggiungere musica ai nostri post; riproduciamo suoni naturali per addormentarci oppure usiamo la musica classica per una cena romantica o un bagno caldo. Utilizziamo suoni come sfondi sbiaditi, una sorta di rete di sicurezza contro la paura del silenzio, di quel momento così incasellabile, ingestibile. Il mio maestro di direzione ci rimproverava di non tenere bene il tempo sulle pause, tendendo ad accelerare perché istintivamente disturbati da quel momento “di niente”, in apparenza. Penso all’attimo di pausa prima delle quattro note della Quinta di Beethoven, alla cadenza finale dell’ultimo movimento del Secondo Concerto per pianoforte di Rachmaninov, o ancora al Pelléas et Mélisande dove Debussy pone un punto coronato sulla stanghetta di battuta, alla morte di Mélisande, cercando di dar corpo a un vuoto che non ha fine. Una cultura che teme il silenzio ignora l’amara conseguenza di questa paura: l’incoscienza, l’inconsapevolezza di sé, l’impossibilità di ascoltare una voce interiore, subito soffocata dalla confusione, da un rumore di fondo, da un aggiornamento continuo che diventa interferenza conoscitiva . “La distrazione è l’unica cosa che ci consola dalle nostre miserie – scrisse Blaise Pascal nel XVII secolo – eppure è essa stessa la più grande delle nostre miserie”. Allora il silenzio è rivoluzione perché diventa fattore unitivo a un livello più profondo tra me e l’altro. Si può obiettare che il silenzio assoluto non esista o non possa essere esperito (se non in luoghi come camere anecoiche), come sottolinea nel suo ultimo libro Il silenzio è rivoluzione (Einaudi) Nicoletta Polla-Mattiot, che da anni ne approfondisce anche l’aspetto comunicativo. Allora perché ci capita di dire: “Ho bisogno di silenzio?” . E’ qualcosa di fisico, necessario, che avvertiamo come esigenza fondamentale. Nell’epoca dell’iperstimolazione, che ha prodotto un crollo spaventoso delle capacità di attenzione negli studenti, c’è una bulimia di contenuti audio e video di cui tratteniamo poco, apprendiamo solo ciò che altri decidono per noi; nell’epoca in cui possiamo avere in un telefono tutta la musica che vogliamo, in qualsiasi momento e a prescindere dalla qualità, urge un’ecologia del silenzio (di cui parla Polla-Mattiot), urge fermarsi senza temere di aver perso tempo. Il cervello elabora il silenzio nello stesso modo in cui elabora i suoni: come un “evento”. Lo dice uno studio della Johns Hopkins University. Il silenzio non viene semplicemente dedotto dalla mancanza di input uditivi, ma viene effettivamente percepito. “Sentiamo davvero il silenzio” perché ultimamente il vero silenzio è una presenza. Qualcosa di “rivoluzionario”, come dice Polla-Mattiot, perché fattore unitivo a un livello più profondo. Uma Thurman alias Mia Wallace in “Pulp Fiction” lo chiarisce plasticamente: “Sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.”

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