Il Foglio
C’è qualcosa di surreale nella scena consumata alla Conferenza delle regioni. Il ministro Schillaci presenta le linee guida di una riforma della medicina generale definita urgente, storica, non più rinviabile. Le regioni di centrodestra applaudono . Quelle di centrosinistra chiedono di vedere il testo. Peccato che il testo, a oggi, non esista ancora: dopo oltre un anno di discussione, circola uno schema di principi, non una bozza di articolato. E’ un dettaglio che dice molto sullo stato reale della riforma e su un sistema politico che da decenni discute di medicina territoriale senza riuscire a cambiarla davvero. Il paradosso più vistoso è un altro. Il centrodestra, storicamente paladino della libera professione, del rapporto fiduciario medico-paziente, dell’autonomia del medico di famiglia dalla dipendenza pubblica, è oggi il promotore di una riforma che introduce, sia pure in forma selettiva e graduata, il rapporto di lavoro dipendente per i medici di medicina generale. Il centrosinistra, che per decenni ha sostenuto che i medici di base dovessero essere dipendenti del Ssn come gli altri professionisti sanitari, oggi frena, chiede tempo, vuole vedere l’articolato . Gli schieramenti si sono invertiti. La spiegazione è meno ideologica di quanto sembri. Il centrodestra governa molte Regioni e sa che aprire un conflitto frontale con i sindacati dei medici di famiglia è politicamente costoso. Meglio una riforma morbida, graduale, “selettiva”, che cambia la sostanza senza dirlo troppo ad alta voce. Il centrosinistra, dal canto suo, governa alcune delle Regioni più esposte al problema delle liste d’attesa e della carenza di medici di base: sa che qualsiasi riforma strutturale porterà costi organizzativi e resistenze sindacali . Meglio aspettare. Nel mezzo, i cittadini: quelli che non trovano un medico di base, quelli che aspettano settimane per una visita, quelli che al pronto soccorso ci vanno perché non hanno alternative territoriali. La riforma di Schillaci ha almeno il merito di non fingere che il problema non esista e di aprire un doppio canale: convenzione riformata e dipendenza selettiva. La vera domanda è se esista la volontà politica di percorrere questa strada fino in fondo.
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