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Il romanzo inusuale di Franco Currò, un coltello nella memoria del Sessantotto | Collector
Il romanzo inusuale di Franco Currò, un coltello nella memoria del Sessantotto
Il Foglio

Il romanzo inusuale di Franco Currò, un coltello nella memoria del Sessantotto

Franco Currò è un giornalista genovese di lungo corso, che esordisce adesso con un romanzo inusuale, a dimostrare che nel Sessantotto italiano non tutto fu luminoso. Il coltello della memoria (Rizzoli, 2026), parte dal suicidio mediante un colpo di pistola alla tempia di un critico cinematografico milanese piuttosto noto al suo tempo, Alberto Novelli , uno che era nato a Milano nel 1949. Perché lo ha fatto, racconta Currò? Se lo chiedono tutti quelli che lo conoscevano e su tutti il figlio poco più che ventenne che adesso lavora a Stoccarda, Pietro Novelli, e tanto più che il padre, trovato dalla domestica seduto alla scrivania con il corpo rovesciato sul piano di lavoro, ha lasciato un biglietto il cui significato è a dir poco enigmatico: “ Saluti a tutti. Vorrei scrivere ‘dimenticatemi’, ma lo avete fatto già. Conveniva a tutti ”. Perché lo ha fatto, in che senso la sua morte “conveniva a tutti”, e ammesso senza ombra di dubbio che sia stato lui a uccidersi? Sembrerebbe l’inizio di un giallo, in realtà questo romanzo è più che un giallo. E comunque da quando ho cominciato a leggerne le 236 pagine, solo una volta ho interrotto la lettura. Eccome se lo volevo sapere perché quel suicidio convenisse a tutti. Alberto Novelli da giovane s’era anche iscritto al Pci . Adesso di politica non si occupava più . La ex moglie da cui era separato lo chiamava “lui” e quando il figlio le comunicò la sua morte lei commentò “che non sapeva che ci stesse a fare al mondo”. Al figlio disse che il padre e il suo amico Filippo Rinaldi “da ragazzi” avevano giocato con la rivoluzione. Ed ecco che compare colui che fa da vero protagonista del libro, costituendone la rotella che fa girare la narrazione e che è la ragione prima del mio interesse per questo libro. In una delle tante baruffe milanesi di quegli anni tra studenti sessantottini e polizia, accadde un giorno che un poliziotto cadesse a terra a causa degli scontri. Con in mano la canna della bandiera rossa usata come una lancia Rinaldi gli andò addosso e più e più volte conficcò la punta di quella lancia nel petto del poliziotto, uccidendolo . Sul fatto non ci fu la benché minima inchiesta e nel mentre, col passare del tempo, Rinaldi abbandonò la politica attiva per diventare un banchiere di grandissimo successo. Del poliziotto morto nessuno si ricordò più. O piuttosto se ne ricordò Novelli padre e la memoria di quel morto non gli diede pace, neppure fosse un coltello affondato nella sua carne. Non è che nello scrivere il suo romanzo Currò abbia deformato la realtà milanese di quegli anni. Nel marzo 1975 un gruppetto di militanti di Avanguardia operaia, una formazione dell’estrema sinistra, diede addosso a uno studente fascista di 18 anni, Sergio Ramelli , colpevole nientemeno di avere espresso in un suo tema giudizi negativi sulle Brigate Rosse. Lo picchiarono a lungo con delle chiavi inglesi. Ramelli morì dopo 47 giorni di agonia . Solo molti e molti anni dopo i suoi assassini vennero identificati e adeguatamente condannati. Del resto io stesso me lo ricordo bene il clima di quegli ambienti nella Milano del 1968 e dintorni, mi ricordo le espressioni dei volti ogni qual volta nelle loro assemblee qualcuno facesse l’esaltazione della violenza contro gli avversari politici. Ragazze che indossavano gli abiti migliori della borghesia milanese ne erano incantate. Per tornare al romanzo di Currò, Rinaldi ebbe sentore che Novelli figlio fosse stato informato della sua impresa di anni prima e che potesse rivelarla ai magistrati. E dunque lo chiamò nel suo studio, lo accolse con gran rilievo, gli confessò quello che aveva fatto davvero e gli disse che mai e poi mai i magistrati avrebbero prese per buone le eventuali rivelazioni di Novelli figlio, tale era il prestigio di cui Rinaldi godeva a Milano . Del resto le indagini sulla morte di Novelli padre da subito avevano preso un’altra direzione, che fosse stato assassinato da un ladruncolo che effettivamente si era introdotto nel suo studio. Mi immagino che Currò, allora più o meno trentenne, sia stato come me testimone di quegli anni e di quelle aberrazioni.

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