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Com’è difficile il buongoverno. L'insegnamento di Mozart | Collector
Com’è difficile il buongoverno. L'insegnamento di Mozart
Il Foglio

Com’è difficile il buongoverno. L'insegnamento di Mozart

"Un gentiluomo mostra autorità, ma non arroganza. Un uomo volgare mostra arroganza, ma non autorità”. Questo detto di Confucio mi è ritornato in mente nel momento in cui ho iniziato a preparare l’allestimento dell’opera di Mozart La clemenza di Tito. E’ una storia romana, al cui centro c’è un sovrano che si chiede quale sia il modo giusto di governare. Come conciliare autorevolezza e popolarità? Per esercitare il potere bisogna innanzitutto mantenerlo. Cosa non scontata. Un esercizio fatto di equilibri e opportunità. Le riflessioni dell’imperatore Tito si muovono su questo terreno scivoloso. All’inizio della storia deve affrontare una calamità naturale: il Vesuvio ha eruttato, villaggi e città sono state distrutte, le famiglie sono senza un tetto. Tito devolve alle genti afflitte i tributi raccolti nei domini romani. Quei soldi dovevano servire per erigere un tempio a Tito, così aveva deciso il Senato. Ma Tito fa un’altra scelta. Populismo? Forse la clemenza di cui si parla altro non è che una strategia politica: piacere al popolo, farsi amare, fare quello che può produrre consenso elettorale. Quest’opera non è solo un dramma barocco ma può diventare un modello di riflessione sul potere e la leadership anche oggi. Tito è l’imperatore romano che deve affrontare tradimenti politici (Vitellia e Sesto complottano contro di lui) e nel mantenimento della stabilità dello stato sceglie di perdonare i colpevoli invece di punirli duramente. Tito offre “La grazia”, per citare il recente film di Paolo Sorrentino . Forse la clemenza di Tito non è che una strategia politica: piacere al popolo, farsi amare, fare quello che può produrre consenso elettorale La clemenza di Tito non è un manuale di management, ma è un modello narrativo molto potente per analizzare conflitti, leadership e decisioni difficili. Usandola come lente interpretativa, anziché come testo storico letterale, si possono esplorare dinamiche psicologiche e di potere che sono estremamente attuali nel mondo delle organizzazioni e del business. Chi organizza corsi di leadership può trovare grande fonte di ispirazione da quest’opera, consigliatissima per analizzare le dinamiche aziendali. Vitellia, ad esempio, mossa dall’ambizione di diventare imperatrice, manipola Sesto per eliminare Tito: rappresenta le manovre politiche interne, la competizione per salire di ruolo e le pressioni indebite che compromettono i valori etici. Responsabilità, leadership, gestione dei conflitti: tutto è in questa storia. Si potrebbe trarre un mini-manuale moderno, “Leadership alla Tito” basato su parole chiave come: integrità, empatia, chiarezza, resilienza o si potrebbe fare un workshop di role‑play distribuendo i ruoli (Vitellia, Sesto, Tito ecc.) e simulare riunioni di consiglio in cui si debbano prendere decisioni etiche.Chi organizza corsi di leadership può trovare grande fonte di ispirazione da quest’opera, consigliatissima per analizzare le dinamiche aziendali Chi organizza corsi di leadership può trovare grande fonte di ispirazione da quest’opera, consigliatissima per analizzare le dinamiche aziendali Il libretto dell’opera fu scritto da Caterino Mazzolà, un veneto amico di Casanova e Da Ponte. Mazzolà romanza i fatti storici. La finzione ci mostra il modello ideale perché l’opera fu commissionata per celebrare l’incoronazione di un re, quindi è chiaro che serve un lieto fine ed è chiaro che l’immagine da proporre sia diretta ad incensare il sovrano. Nella fiction di Mazzolà la storia si conclude con un Tito trionfante che perdona e consolida il potere moralmente, mentre nella realtà Tito muore giovane, forse malato, forse sospettato di avvelenamento da parte di suo fratello. Leggendo la storia da un altro punto di vista vediamo anche che Tito subisce l’incendio del Campidoglio: per colpa sua la città è in preda al terrore e all’anarchia. Anche queste sono la conseguenza della sua “clemenza”. Dunque per governare serve il pugno di ferro o è necessaria la conciliazione? Nella gestione dei conflitti, la storia di Tito si pone come trama articolata e illuminante. Nel mondo reale, esistono tattiche diverse: chi punisce o polarizza può ottenere fedeltà rapida, ma rischia instabilità; chi media e ascolta può ottenere consenso duraturo, ma deve bilanciare fermezza e gestione del rischio. Come in tutte le opere barocche, anche qui ci sono pochi personaggi, uno di questi è Publio che possiamo considerare come l’antagonista morale di Tito. Publio rappresenta l’autorità legale e sfida Tito a far rispettare la legge: chiede punizioni per Sesto e Vitellia, mettendo Tito davanti a un dilemma tra clemenza e giustizia formale. Sesto ha incendiato il Campidoglio, sparso il terrore, attentato alla vita di Tito, ma Tito lo perdona. Ma Sesto è un amico di Tito, quindi il perdono può avere anche una componente di interesse personale o legame affettivo: ti perdono perché sei amico mio, altrimenti ti avrei condannato. Come spesso avviene nella storia dell’opera lirica, è successo anche con La clemenza di Tito che più compositori abbiamo messo in musica la stessa storia a distanza di pochi anni. Celebre è il caso, ad esempio della Boheme: la compose Ruggero Leoncavallo, e qualche anno dopo anche Puccini scrisse un’opera dallo stesso soggetto, col risultato che la sua fu un grandissimo successo e fece dimenticare la prima versione. Nel caso de La clemenza di Tito esiste una prima versione messa in musica da Antonio Caldara con il libretto di Pietro Metastasio. Metastasio era il più famoso librettista dell’opera seria settecentesca e il suo libretto originale fu scritto per un modello tipico di corte: rigido, con lunghe arie da virtuosismo, monologhi e sequenze poetiche elaborate. Mazzolà quasi cinquant’anni dopo, rielabora il libretto per Mozart adeguandolo a gusti più moderni e a esigenze pratiche della scena: tempi più serrati, meno arie di pura virtuosità, più dialogo snello e drammatico. Caldara e Leoncavallo hanno messo in musica un libretto lungo e verboso, senza tensione drammatica, senza climax narrativi… Mozart e Puccini hanno una versione della stessa storia che scorre via più incalzate, snella e con un ritmo efficace. Quando si parla di opere bisogna sempre ricordarsi che sono strutture complesse e che questi compositori non lavoravano mai da soli. Come agli Oscar di Hollywood esiste il premio per il miglior produttore, così quando si parla di queste opere si dovrebbe dare più merito e attenzione ai produttori del tempo, a chi cioè aveva avuto l’intuito di mettere assieme degli artisti creando le condizioni produttive e gestendo il processo di creazione. Non si parla mai ad esempio di un certo Domenico Guardasoni, a cui il Sindaco di Modena potrebbe intitolare una via. Chi è Guardasoni? E’ quello che sta dietro a capolavori come La clemenza di Tito o, soprattutto, Don Giovanni. Prima di diventare organizzatore, Guardasoni era tenore. Conosceva quindi bene le esigenze dei cantanti e la pratica teatrale. Questo lo rese un impresario molto efficace e concreto. Non era un teorico o un artista “puro”, ma un tipo pratico, veloce nelle decisioni, capace di lavorare sotto pressione, abile nel gestire produzioni complesse. Esattamente il tipo di persona necessario per coordinare librettisti, musicisti e cantanti e far nascere opere in tempi stretti. Rappresenta il ruolo, spesso invisibile, dell’impresario nel Settecento. Senza figure come lui, molte opere non sarebbero mai arrivate sul palco. Le opere venivano fatte spesso su commissione. Nel caso de La clemenza di Tito serviva uno spettacolo per l’incoronazione di Leopoldo II e il ritmo produttivo è forsennato. In una lettera, Mozart confida alla moglie: “Scrivo giorno e notte; devo finire l’opera in pochissimo tempo”. Questa frase è una delle prove più forti della pressione produttiva imposta dal sistema teatrale, una condizione che ha accomunato la nascita di molti altri capolavori. L’opera era un’industria e i tempi di produzione erano industriali. Oggi una figura come Guardasoni semplicemente non esiste più perché l’opera ha smesso di essere un’industria e il repertorio è legato quasi esclusivamente alla celebrazione del patrimonio culturale che abbiamo ereditato. Ma questo non ci deve far dimenticare l’importanza della logica con cui Guardasoni lavorava e il suo essere determinante nel successo di Mozart a Praga. Tuttavia, nonostante Mazzolà avesse fornito a Mozart una storia più agile e nonostante gli sforzi di Guardasoni, La clemenza di Tito non incontrò il successo del pubblico. Certo, Guardasoni doveva mettere su qualcosa per una cerimonia ufficiale, con tempi strettissimi e rigidi vincoli istituzionali. Per fare un parallelo con un produttore di cinema, Guardasoni aveva poco tempo per la pre-produzione, sceneggiatura e casting. Per cui si butta su un “remake” del copione di un film classico (Metastasio) per renderlo più vicino ai gusti del pubblico contemporaneo, ma le scene rimangono comunque cerimoniali e formali. Il casting era “da cerimonia”: grandi talenti ma poco spazio per l’interpretazione spontanea o per momenti emozionali memorabili. Tito resta un personaggio “larger-than-life” (tipo un supereroe istituzionale…). Insomma, come un film con troppe scene dialogate e pochi momenti visivi dinamici: il pubblico può stancarsi. Anche perché nel frattempo il gusto di quel pubblico era cambiato e questa composizione suonava vecchia rispetto agli altri lavori che nel frattempo Mozart aveva offerto. Le orecchie della gente volevano sentire qualcosa che suonasse con un ritmo più vivace, che avesse dei cambi inaspettati e repentini, che riuscisse a mescolare dramma e comicità. Mozart, che era riuscito nell’impresa formidabile di fondere insieme parola, voce e azione si trovava ora ad offrire una composizione più sobria e convenzionale rispetto alle sue opere precedenti, perché doveva servire al cerimoniale imperiale, non all’innovazione drammaturgica e alcune arie risultavano meno memorabili per il grande pubblico, pur essendo perfette dal punto di vista tecnico. Tito e la sua clemenza, pur eroici, apparivano idealizzati e distanti dal pubblico. Il gusto del pubblico era cambiato e questa composizione suonava vecchia rispetto agli altri lavori che nel frattempo Mozart aveva offerto I conflitti interni degli altri personaggi erano trattati in maniera piuttosto cerebrale, con meno pathos immediato, riducendo l’impatto emotivo. Sicuramente, per tornare a Confucio, in questa fiction operistica Tito cerca di porsi come gentiluomo in grado di autocontrollo e moderazione: non reagisce con violenza o vendetta immediata, ma mantiene calma e dignità anche davanti a minacce politiche. La vera forza moderna non è militare o repressiva, ma morale e istituzionale. Uno dei punti centrali che emerge da La clemenza di Tito è proprio la critica alla “miopia” di chi risolve i conflitti solo con la violenza o la guerra, mostrando i limiti basati su un approccio meramente distruttivo. Uno dei punti centrali che emerge da “La clemenza di Tito” è proprio  la critica alla “miopia” di chi risolvei conflitti solo con la violenza Nella storia politica contemporanea, governi o leader che ricorrono esclusivamente alla repressione spesso si trovano a dover affrontare crisi ricorrenti o conflitti prolungati. Ognuno di noi può trarne le sue personali conclusioni, rispetto al panorama attuale. Interventi militari unilaterali o repressioni dure generano rancore, radicalizzazione, instabilità politica. Una legittimità internazionale minata è da denunciare e da rifiutare senza indecisioni: Tito insegna che moderazione e negoziazione sono strumenti strategici di governance.

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