Il Foglio
Tra tutti i fenomeni naturali, le apparizioni celesti sono, per grandezza e bellezza, l’oggetto più universale della curiosità umana”. Quando la politica e il mondo sembrano aver smarrito ogni bussola, possiamo sempre andare sul sito della Nasa e riguardare i video della missione Artemis. Gli uomini sognano di raggiungere le stelle dall’alba dei tempi. Quell’aspirazione ha alimentato la lotta simbolica fra le nazioni – ieri la cagnetta Laika e l’Apollo, oggi la nuova corsa allo spazio tra Stati Uniti e Cina – e, più recentemente, i progetti dei privati. Nel video di presentazione di Blue Origin, Jeff Bezos raccontava la propria ambizione spaziale riconoscendo che il suo successo con Amazon deve qualcosa a Rowland Hill, l’inventore del penny black. Il fondatore della più grande impresa di logistica e distribuzione dell’era di Internet vorrebbe fare il primo passo nella lunga marcia verso la colonizzazione dello spazio. Il cielo ci suscita meraviglia come poche cose. E la meraviglia è il più formidabile innesco dei nostri processi cognitivi. Comincia così un testo prezioso, per quanto pressoché sconosciuto, di Adam Smith. Proprio quell’Adam Smith: l’autore della Ricchezza delle nazioni, pubblicata per la prima volta nel marzo del 1776. La History of Astronomy, pubblicata postuma nel 1795, è ora per la prima volta disponibile in italiano, col titolo suggestivo di “Storia delle stelle” La History of Astronomy venne scritta probabilmente tra il 1744 e il 1758 e pubblicata postuma nel 1795. E’ ora per la prima volta disponibile in italiano, col titolo suggestivo di Storia delle stelle, nella traduzione di Chiara Vetri e con una bella prefazione di Maria Pia Paganelli, valente studiosa smithiana della Trinity University di San Antonio, Texas. Paganelli è stata anche presidente dell’International Adam Smith Society. L’editore è la Luiss University Press, che si è intestata un’operazione di formidabile spessore culturale. Non si tratta di una storia dell’astronomia in senso proprio. E’ qualcosa di molto più ambizioso e rivelatore: Smith cuce pazientemente assieme una teoria su come funziona la mente umana quando cerca di capire il mondo. Il suo punto di riferimento è l’amico David Hume, dal quale mutua alcune idee. Il libro fornisce lo sfondo epistemologico sul quale si innesteranno i più noti lavori successivi: La ricchezza delle nazioni, appunto, e prima ancora la Teoria dei sentimenti morali del 1759. Verrebbe da fare un’analogia con L’ordine sensoriale di Friedrich von Hayek. Si tratta di un lavoro che Hayek cominciò da studente, affascinato dalla biologia, e riprese in mano da studioso maturo delle scienze sociali. La teoria evoluzionistica di Hayek vede la mente come uno strumento classificatore, in costante dialogo con la realtà empirica. Pur essendo apparentemente tutt’altra cosa rispetto alle ricerche che lo hanno reso famoso, questo libro è tutt’uno col suo approccio alla conoscenza e al mercato. Il filosofo scozzese non si chiede come le teorie astronomiche siano cambiate nel tempo e perché. Si chiede perché gli esseri umani costruiscono teorie Di Smith si può dire qualcosa di simile. Il filosofo scozzese non si chiede come le teorie astronomiche siano cambiate nel tempo e perché. Non gli interessa, almeno in prima istanza, la corrispondenza tra teoria e realtà nella storia dell’astronomia. Si chiede perché gli esseri umani costruiscono teorie. La sua risposta è che si tratta di un bisogno innato di ordine. Un fatto emotivo, un’“inclinazione”, una “propensione”. Esattamente come è per inclinazione naturale che gli esseri umani scambiano una cosa per l’altra, non perché razionalmente consapevoli dei benefici di una divisione del lavoro avanzata. La mente umana non tollera il disordine, e le teorie servono a ripristinare un ordine quando l’esperienza lo minaccia. Perciò, siamo dei classificatori istintivi. “Quel che riteniamo vero è una connessione immaginaria che collega vari puntini”, nota Maria Pia Paganelli, autrice della prefazione Il nostro cervello è fondamentalmente una macchina bayesiana per produrre schemi, ovvero per cercare pattern nell’ambiente, individuando quei collegamenti che mettono ordine. Sulla base dell’esperienza concreta, questi schemi vengono continuamente aggiornati e rivisti. “Quel che riteniamo vero è una connessione immaginaria che collega vari puntini”, nota Maria Pia Paganelli. La nostra inclinazione a unire i puntini è tale che di schemi ne produciamo in eccesso e solo alcuni intercettano i fatti. Gli schemi controllabili e confermati si incamminano verso la conoscenza pratica o la scienza. Gli altri possono diventare credenze: non descrivono bene lo stato delle cose ma placano la nostra ansia di trovare collegamenti. Uno studioso contemporaneo, Michael Shermer, spiega così la nostra tendenza a credere nei complotti. Shermer usa la locuzione “patternicity”, la tendenza a individuare dei pattern, cioè a intuire l’immagine che uscirà una volta che avremo fatto passare una linea per tutti i diversi punti, come sulla Settimana enigmistica. Nelle religioni politeistiche, nota Smith, gli eventi “irregolari” della natura, le alluvioni così come la pioggia dopo la siccità, erano attribuiti “al favore o al disappunto di esseri intelligenti, seppur invisibili, quali dèi, demoni, streghe, geni, fate”. Se “nelle prime epoche del mondo, le superstizioni più basse e pusillanimi supplivano al ruolo della filosofia”, è proprio perché la capacità di trovare schemi nella realtà alimenta l’immaginazione teorica e chiude il vuoto che avvertiamo in assenza di nessi causali lineari. Noi abbiamo creato, e abitiamo, un mondo di schemi. Quelli che apprendiamo e usiamo per organizzare le categorizzazioni percettive degli stimoli ambientali, osservazioni o schemi innati, servono per costruire astrazioni e astrazioni di astrazioni, e tenere la mente, scrive Smith, in uno stato di quiete. Il mondo assomiglia a come ce lo aspettiamo e l’immaginazione non viene sollecitata. Se accade qualcosa di inatteso, la mente entra in uno stato di sorpresa. Abbiamo un problema, direbbe Karl Popper. E se il fenomeno imprevisto non solo sorprende ma resiste alla spiegazione, ossia non riusciamo a collegarlo a ciò che già sappiamo – le righe tra i puntini vengono messe in disordine da altre righe tra altri puntini – subentra la meraviglia. Uno stato che Smith descrive non come una piacevole contemplazione, pur ricordandosi della meraviglia di Aristotele, ma anche come un disagio intellettuale che chiede di essere risolto. E’ questa esigenza che motiva la ricerca scientifica. “La meraviglia, e non l’aspettativa di ottenere vantaggi grazie alle sue scoperte, è il primo principio che spinge l’umanità allo studio della Filosofia, la scienza che pretende di svelare i legami nascosti che uniscono le varie apparizioni della natura”. L’idea del desiderio inesausto di sapere come motore della conoscenza risale ai Greci. Smith accetta il fatto che, come faceva Aristotele, affinché l’essere umano possa lasciarsi guidare dalla sua curiosità c’è bisogno che “la legge abbia stabilito l’ordine e la sicurezza” e che la sussistenza abbia cessato “di essere precaria”. Nella Ricchezza delle nazioni completerà il pensiero sottolineando come serva una divisione del lavoro più articolata perché “la filosofia o speculazione diventi, come ogni altra occupazione, il mestiere principale o esclusivo di una particolare classe di cittadini”. Il filosofo, per Smith, non è tale per natura: ciò che lo differenzia da un facchino è imputabile “non tanto alla natura quanto all’abitudine, al costume e all’educazione”. Dalla nostra propensione psicologica all’ordine nascono sistemi che producono un mondo ordinato senza bisogno di un ordinatore esterno In fondo, Smith è un riccio che sa una sola grande cosa: che dalla nostra propensione psicologica all’ordine nascono sistemi mentali che, moltiplicati nelle azioni di molti individui, producono un mondo ordinato senza bisogno di un ordinatore esterno. Anche la meraviglia è egualitaria. Quando guardiamo le immagini che provengono da Artemis ne siamo assaliti, indipendentemente dal livello delle nostre conoscenze di fisica. I fenomeni celesti sono l’esempio perfetto. “Tra tutti i fenomeni naturali sono, per grandezza e bellezza, l’oggetto più universale della curiosità umana”. Per millenni gli esseri umani hanno osservato il cielo e vi hanno trovato regolarità rassicuranti: il sorgere e il tramontare del sole, il ciclo delle stagioni, il ritorno periodico delle costellazioni. Ma accanto a queste regolarità c’erano anomalie: il moto retrogrado dei pianeti (Marte che sembra invertire la sua traiettoria nel cielo per poi riprendere il cammino abituale), le eclissi improvvise, le variazioni inspiegabili nei movimenti celesti. La Luna, poi, ci è sempre parsa quasi vicina e per questo ne abbiamo inseguito le regolarità, sia nella scienza sia nella superstizione. Come dare senso alle sue fasi? Come conciliarle con ciò che sembravano suscitare, nelle maree e nei comportamenti animali? E questo, ben prima di avere non l’Apollo e l’Artemis, ma pure il telescopio… Tutto ciò non definisce solo fenomeni da spiegare, ma anche lesioni nell’ordine del mondo. Le teorie naturalistiche (oggi diremmo: scientifiche) nascono per suturare queste ferite. Smith adopera questa metafora, che è forse la sua intuizione più moderna e profonda: i sistemi di conoscenza naturalistica sono macchine mentali. Non copie della realtà, non specchi che riflettono il mondo così com’è. Quello che conta, direbbe Konrad Lorenz, è “l’altra faccia dello specchio”. Sono dispositivi costruiti dall’immaginazione per collegare i fenomeni in modo comprensibile, per creare passaggi indolori tra un evento e l’altro, per eliminare le discontinuità e le increspature che turbano la mente. Una buona teoria funziona come una buona macchina: collega molti fenomeni con pochi principi, opera in modo regolare e prevedibile, è elegante nella sua costruzione. Se le teorie sono macchine dell’immaginazione, allora il criterio del loro successo non è primariamente la verità (unendo i puntini non si ottiene una fotografia) ma l’efficacia psicologica. Per Smith una teoria ha successo quando placa l’immaginazione, quando rende il mondo pensabile senza sforzo eccessivo, quando permette alla mente di passare da un fenomeno all’altro senza inciampare in discontinuità. La verità non è irrilevante, ma non è il motore primo di una spiegazione naturalistica. Il primum movens è il bisogno di ordine. Preferiamo le teorie semplici non perché la natura sia semplice, ma perché la nostra immaginazione lavora meglio con pochi principi che con molti. La semplicità ha una funzione estetica prima ancora che logica. Una teoria con venti ipotesi ad hoc può salvare tutti i fenomeni osservati, ma non placa l’immaginazione: la mente deve compiere troppi salti, ricordare troppe eccezioni, gestire troppa complessità artificiale. Una teoria con un solo principio che spiega gli stessi fenomeni è incomparabilmente più soddisfacente. Funziona meglio come macchina. Ciò comporta anche il rischio che a volte scegliamo la semplicità senza controllare se sia anche empiricamente funzionale e non solo psicologicamente gratificante. Ergo: la ricerca della semplicità è allo stesso tempo nella natura della scienza e della pseudoscienza; la prima la usa come rasoio di Occam, la seconda come fondamento del pensiero magico. Applicato alla storia dell’astronomia, l’argomento mostra che i primi modelli cosmologici (le sfere concentriche di Eudosso e di Aristotele) erano tentativi di preservare l’idea che i movimenti celesti fossero circolari e regolari. Ottennero “la fiducia dell’umanità” perché erano coerenti con alcune osservazioni comuni e perché mantenevano vivo lo stupore per il movimento degli astri. Tuttavia, man mano che le osservazioni si accumulavano e le anomalie crescevano, si capì che la macchina doveva montare un motore più complicato: si aggiungevano sfere, si modificavano le inclinazioni, si introducevano eccentricità. Il sistema di Tolomeo rappresentò il culmine di questo processo di complicazione. Con i suoi epicicli – cerchi su cerchi, orbite su orbite – il modello tolemaico riusciva a “salvare i fenomeni”: le previsioni erano ragionevolmente accurate. Ma la macchina era diventata mostruosamente complicata. Per Smith, il sistema tolemaico funzionava empiricamente ma non soddisfaceva più l’immaginazione. Era come un orologio che segna l’ora giusta ma è pieno di ingranaggi ridondanti e rattoppi meccanici. La mente, osservandolo, non prova soddisfazione ma fastidio. Smith evita il provincialismo etnocentrico comune agli autori del suo tempo. Offre un resoconto equo dei contributi islamici alla scienza E’ qui che entra in scena il mondo islamico. Un elemento non di secondo piano nella Storia dell’astronomia, che in pochissimi hanno notato, è che Smith evita il provincialismo etnocentrico comune agli autori del suo tempo. Egli offre un resoconto sorprendentemente equo dei contributi islamici alla scienza. La ragione è teorica prima che morale. Siccome il progresso scientifico si fonda su una propensione, quest’ultima non è culturalmente determinata. Dunque egli riconosce senza preclusioni gli scienziati islamici come protagonisti legittimi della stessa storia. Considera i califfi medievali come mecenati della filosofia e spiega perché l’astronomia fiorì nel mondo islamico: le esigenze religiose pratiche – calcolare l’ora della preghiera, orientarsi verso la Mecca – elevarono gli astronomi a una posizione di prestigio sostenuta dal patronato statale. Spiega che Copernico usò le tavole dei matematici della Casa della Saggezza di Baghdad, al-Farghānī (Alfraganus) e Ibn Yūnus, per costruire il modello eliocentrico secoli dopo. Almeno tre testi islamici che mettevano in dubbio Tolomeo circolavano già nell’XI secolo. Smith lo registra con precisione e che lo faccia nel Settecento è di per sé un contributo originale alla storia della scienza, ma anche all’epistemologia della storia. Lo può fare perché al cuore della sua teoria ci sono sempre gli individui, non “civiltà” o “nazioni”. Copernico, nella lettura di Smith, non (con)vinse perché il suo sistema era più accurato, ma perché era più armonioso. Mettere il Sole al centro e la Terra in orbita attorno ad esso semplificava drasticamente la macchina: molte delle irregolarità che il sistema tolemaico doveva spiegare con artifici complessi diventavano conseguenze naturali del moto della Terra. L’immaginazione poteva finalmente passare da un fenomeno all’altro senza inciampare continuamente nelle sporgenze. Keplero perfezionò la macchina sostituendo le orbite circolari con ellissi, eliminando un’altra fonte di artificiosità. Galileo la confermò con le osservazioni telescopiche – le fasi di Venere, i satelliti di Giove – che rendevano il sistema eliocentrico non solo più elegante ma anche empiricamente più solido. Curiosamente, Smith dedica una manciata di parole, e non di più, agli strumenti dello scienziato pisano. Gli è chiaro che se i sistemi sono macchine, anche le macchine sono sistemi: sistemi “chiusi”, creati “per eseguire, oltre che per collegare, nella realtà i diversi movimenti ed effetti di cui l’artista ha bisogno”. In realtà, lo sviluppo di sempre più accurate “macchine” per l’osservazione empirica prima e durante la Rivoluzione industriale fu un fattore cruciale per migliorare la nostra comprensione della realtà e quindi anche la nostra abilità di trasformarla. Questo processo (come ha spiegato il premio Nobel Joel Mokyr) non era unidirezionale: non è l’ipotesi scientifica che spinge a costruire lo strumento per verificarla; spesso accade l’esatto contrario, sono le migliorie negli strumenti che portano a perfezionare le osservazioni e quindi a sviluppare nuove ipotesi. Mettere meglio a fuoco la superficie del Sole e dei pianeti tiene acceso il fuoco della meraviglia. Il culmine fu Newton. Con la legge di gravitazione universale fece ciò che nessun astronomo prima di lui era riuscito a fare: unificò i fenomeni terrestri e celesti sotto un unico principio. La mela che cade e la Luna che orbita obbediscono alla stessa legge. I pianeti, le comete, le maree, il moto dei proiettili: tutto è gravità. Per Smith questo è il sistema più perfetto mai costruito dall’immaginazione umana. La macchina in cui un solo principio spiega un’immensa varietà di fenomeni con un’eleganza che soddisfa completamente la mente. E’ il momento in cui la sorpresa e la meraviglia si risolvono nella forma più alta di tranquillità intellettuale. Il mercato funziona come il sistema solare. Dall’interazione non coordinata degli individuali emerge un quadro sorprendentemente coerente Come tutti o quasi nel Settecento, Smith era influenzato da Newton, e lo ammetteva. Newton aveva dimostrato che l’ordine del sistema solare non richiede un intervento continuo dall’esterno. Il suo era “un sistema le cui parti sono strettamente collegate tra loro più di qualsiasi altra ipotesi filosofica”. Una volta ammesso il principio – l’universalità della gravità – le conseguenze ne derivano necessariamente. Non sono gli angeli a spingere i pianeti lungo le loro orbite. L’ordine emerge spontaneamente dall’interazione tra due forze – la gravità, che attrae, e l’inerzia, che mantiene il moto rettilineo – che operano su ogni singolo corpo. Nessuno progetta l’orbita di Giove. L’orbita è una conseguenza necessaria. Il mercato, nella Ricchezza delle nazioni, funziona come il sistema solare nella History of Astronomy. Milioni di individui agiscono perché vogliono migliorare la propria condizione. Non dalla benevolenza del macellaio, del birraio, del fornaio ci aspettiamo il nostro desinare. E tuttavia, dall’interazione non coordinata di tutti questi interessi individuali emerge un quadro sorprendentemente coerente. Nessun pianificatore ha deciso quanti cornetti verranno serviti domattina nei bar di Roma. L’ordine emerge, come l’orbita dei pianeti, dall’interazione tra forze individuali che operano secondo regolarità scopribili. Anche l’etica, come è scritto nella “Teoria dei sentimenti morali”, scaturisce dall’esercizio dell’immaginazione da parte degli individui Anche nella Teoria dei sentimenti morali, l’etica non è il prodotto di un legislatore divino, di un contratto sociale o di una deduzione razionale. E’ la scaturigine dell’esercizio dell’immaginazione morale da parte degli individui. Quando vediamo qualcuno soffrire, proviamo un’eco di quella sofferenza. Questa risonanza emotiva non è perfetta (non sentiamo esattamente ciò che sente l’altro; appunto per questo non c’entra con l’empatia) ma è sufficiente a creare un legame e a produrre giudizi morali. Esattamente come, a parità di masse, la forza di gravità tra due corpi celesti è più intensa quanto più sono vicini, la nostra simpatia è più forte all’interno di gruppi piccoli e coesi. Approviamo i comportamenti che suscitano una simpatia armoniosa e disapproviamo quelli che la disturbano. Nel tempo, queste approvazioni e disapprovazioni si cristallizzano in norme condivise, in senso della giustizia, in aspettative reciproche. Il fatto che subentri un altro principio regolatore, quello dell’autointeresse, dipende dalla dimensione dei gruppi umani. La simpatia ci consente di cooperare col nostro vicino di scrivania ma si diluisce man mano che ci allontaniamo dagli altri. Invece abbiamo bisogno di cooperare in gruppi estesi, con persone che non conosciamo, per soddisfare un numero crescente di nostri bisogni. La soluzione al problema non è stata identificata da un teorico: gli esseri umani ci sono inciampati sopra, per caso. “I filosofi hanno sin qui tentato di interpretare il mondo in modi diversi; ora si tratta di cambiarlo”. Smith la pensava esattamente al contrario: proviamo a osservarlo, a cercare di comprenderlo, a farci meravigliare da come i “sistemi” abbiano più fantasia dei “sistematizzatori”. La simpatia funziona, nella teoria morale di Smith, esattamente come la gravità nella teoria astronomica e come l’autointeresse nella teoria economica: è una forza che opera su ogni individuo non perché è imposta al singolo ma perché egli ne partecipa. Attraverso l’interazione di innumerevoli azioni individuali, produce un ordine macroscopico (la moralità di una società) che nessuno ha progettato. Ogni “sistema” ha il suo ambito d’applicazione corretto, e guai a essere “uomini animati da spirito di sistema”, che cercano di sovrapporre a una certa realtà uno schema anacronistico o adatto per spiegare altri fenomeni. Gli esseri umani, ammonisce la Teoria dei sentimenti morali, non sono pedine su una scacchiera, e chi ama immaginare riforme prima di ridisporli sulle caselle deve considerare il loro principio di moto: non ostinarsi a muovere il cavallo in diagonale. Direbbe un economista: gli incentivi contano. Ma non è solo questione di punizioni e premi. Per Smith, noi operiamo sulla base di alcune propensioni, che non coincidono necessariamente con ragionamenti formali. Adattiamo il nostro comportamento alle circostanze, è vero, ma in un contesto dove la frontiera del possibile è definita da quel repertorio sempre imperfetto di regolarità che una volta si usava chiamare “natura umana”. Con Smith, quest’ultima non è più un paio di scarpe ortopediche ma semplicemente la descrizione di tendenze ricorrenti. L’ordine senza ordinatore è una descrizione, non un auspicio. E così noi ci scambiamo beni e servizi per denaro, scambiamo per interesse, non perché qualcuno ce l’abbia ordinato ma perché ci riesce naturale; come sviluppiamo il nostro senso della giustizia sulla base di intuizioni simpatetiche, e come i pianeti orbitano per gravità. In ciascun caso, l’ordine non è imposto dall’alto: emerge dal basso. Quando il suo discepolo John Millar definisce Smith il Newton dell’economia politica, non si limita a fargli una buona pubblicità ma fa un’osservazione illuminante. L’intera opera di Smith – dall’astronomia alla morale all’economia – è un unico progetto intellettuale: mostrare che i sistemi che oggi chiamiamo complessi producono ordine spontaneo attraverso l’interazione tra agenti che seguono regole semplici. Ottantatré anni prima di Darwin, Smith aveva compreso che l’ordine non richiede un ordinatore. Darwin avrebbe letto Smith, e suo nonno Erasmus frequentava un gruppo di studiosi e imprenditori innamorati di Newton, che si chiamava Lunar Society. Ma questa è un’altra storia.
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