Il Foglio
Quando è morto Robert Mueller, l’ultimo dei G-Men, Donald Trump ha festeggiato con un post su Truth: “Bene. Sono lieto che se ne sia andato”. Era il 21 marzo scorso ed è sembrato l’epitaffio per un’intera epoca storica. Il presidente degli Stati Uniti che festeggiava la scomparsa di un uomo che incarnava il perfetto servitore dello Stato: laureato a Princeton, pluridecorato in Vietnam dove ha combattuto con la divisa dei Marines, laureato di nuovo in legge, poi una lunga carriera al ministero della Giustizia e come procuratore federale, infine direttore dell’Fbi nel difficile decennio post-11 settembre 2001. Robert Mueller, ex direttore dell’Fbi, incarnava il perfetto servitore dello stato. Quando è morto, Donald Trump ha festeggiato Mueller era quasi coetaneo di Trump e ha vissuto una vita agli antipodi di quella del presidente, fin dai tempi in cui uno è andato a combattere in Vietnam e l’altro ha scansato la leva grazie ai soldi e alle amicizie del padre. Da ex direttore dell’Fbi, negli anni della pensione, Mueller era infine diventato la nemesi di Trump, guidando l’inchiesta Russiagate sulle infiltrazioni putiniane nelle elezioni del 2016 e arrendendosi per mancanza di prove a un passo dall’accusare il presidente. Il suo successore alla guida dell’Fbi, James Comey, ha provato a portare avanti la sfida a Trump e ne sta ancora pagando le conseguenze: incriminato lo scorso settembre, si batte nelle aule di giustizia per difendere la propria reputazione e quel che resta di quella del Bureau. Morto Mueller, sconfitto (per ora) Comey, Donald Trump ha oggi finalmente l’Fbi che voleva. Un pallido fantasma di quell’istituzione nata 118 anni fa per combattere il crimine e diventata negli anni l’avanguardia della lotta a gangster, mafiosi, spie sovietiche, terroristi islamici, serial killer e politici corrotti. Adesso i G-Men sono ridotti in buona parte a Yes-Men, gli investigatori più esperti se ne sono andati, l’intero apparato è stato stravolto e indebolito, la sede centrale a Washington ridimensionata e l’influenza politica del ministero della Giustizia ha minato la storica indipendenza dell’agenzia federale più celebre d’America. Più che una riforma, sembra un regolamento di conti per il ruolo che l’Fbi ha avuto nell’indagare su Trump nel primo mandato e sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. A guidare questa operazione di ridimensionamento del ruolo del Bureau nella vita pubblica americana, Trump ha messo due fedelissimi: Kash Patel come direttore e Dan Bongino come vice. Il secondo, che arrivava da una carriera di conduttore televisivo e podcaster, è durato meno di un anno ed è già sparito tra le polemiche. Effetto collaterale del velenoso caso dei files sul miliardario pedofilo Jeffrey Epstein, che restano sempre sullo sfondo di tutte le vicende recenti dell’Fbi. Il Bureau è il custode delle indagini sul Russiagate, su Epstein e sull’assalto a Capitol Hill e visto che tutte e tre in un modo o nell’altro riguardano Trump, il presidente e il suo team fanno di tutto per controllarle. Con buona pace dell’indipendenza investigativa che dovrebbe avere l’Fbi. Uscito di scena Bongino, che si è dimesso a gennaio – senza dare troppe spiegazioni – per tornare ai suoi podcast, adesso tutti i riflettori sono su Patel. Perché l’uomo che occupa l’ufficio che fu del mitico direttore J. Edgar Hoover e poi di Mueller, sembra destinato a fare la fine del suo vice. Ex “difensore pubblico” federale in Florida, con un curriculum sottile fatto di qualche incarico governativo nella prima Amministrazione Trump, Patel fin dalle audizioni di conferma in Senato è apparso poco adeguato a gestire un ruolo come quello di numero uno del Federal Bureau of Investigation. I passi falsi su alcune grandi inchieste e il caos che regna negli uffici dell’Fbi per ora non avevano fatto traballare la sua poltrona, perché la fedeltà al presidente bastava come requisito di fondo per mantenere il posto. Adesso però si è aperto un capitolo nuovo che rischia di metterlo in rotta di collisione con Trump: il presunto alcolismo. Il magazine The Atlantic ha pubblicato un’inchiesta evidentemente sostenuta e corroborata da molte fonti anonime interne all’Fbi, che hanno raccontato un Patel spesso intossicato dall’alcol, privo della lucidità necessaria per svolgere il suo lavoro e schiavo della bottiglia, al punto da rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Patel ha reagito furibondo, negando tutto e avviando una causa per diffamazione da 250 milioni di dollari contro la rivista di proprietà di Laurene Powell Jobs, la vedova del fondatore della Apple. La Casa Bianca ha ribadito la propria fiducia nel direttore, ma l’alcolismo è una delle (pochissime) cose che Trump non tollera, da astemio che ha visto morire un fratello per colpa delle conseguenze di una dipendenza dagli alcolici. Secondo un’inchiesta dell’Atlantic Kash Patel, numero uno del Bureau, soffre di alcolismo e rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale La storia di The Atlantic sembra tanto uno di quegli “inside job” in cui l’Fbi è specializzata, una mossa dall’interno per cercare di liberarsi del controllo della politica. Qualcosa di simile – con le debite proporzioni – a ciò che fece negli anni Settanta il vicedirettore dell’epoca, Mark Felt, quando decise di trasformarsi nella “gola profonda” che passava di nascosto informazioni sullo scandalo Watergate a due giovani cronisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein. Fu un’operazione clandestina che Felt decise per far cadere Richard Nixon, la sua amministrazione e Patrick Gray, il direttore politico che il presidente aveva messo alla guida del Bureau nel 1972 alla morte di Hoover, scavalcando Felt che era il candidato interno naturale. Difficile però capire se l’Fbi abbia ancora gli anticorpi necessari per sopravvivere all’invasione di campo della Casa Bianca. E’ uno dei momenti più cupi nella lunga storia di un’istituzione che è diventata parte anche della stessa cultura popolare americana e che nel corso di oltre un secolo di attività è stata protagonista di grandi successi e anche di molte pagine nere. Il Bureau è nato nei primi anni del Ventesimo secolo su richiesta del presidente Theodore Roosevelt, che aveva deciso di rafforzare le strutture di polizia federali dopo che il suo predecessore, William McKinley, era stato assassinato nel 1901 da un anarchico. Il compito di creare un team specializzato in indagini complesse che superassero i confini dei singoli stati ricadde sul ministro della Giustizia Charles Bonaparte, un discendente di Napoleone. Il 26 luglio 1908, dopo aver superato varie resistenze da parte del Congresso, Bonaparte riuscì a creare il Bureau of Investigation (Boi) che cominciò la propria avventura con un team di trentaquattro agenti speciali. Ma a dare la forma definitiva alla nuova forza di polizia e a ribattezzarla Fbi fu l’uomo che nel corso dei decenni successivi l’avrebbe modellata a propria immagine e somiglianza: J. Edgar Hoover, diventato direttore nel 1924 e rimasto alla guida del Bureau ininterrottamente fino alla morte nel 1972. E’ con lui che l’Fbi comincia a diventare lo strumento del governo federale per combattere i gangster che negli anni del Proibizionismo si arricchivano con il traffico degli alcolici clandestini e imperversavano nelle grandi e piccole città con sequestri di persona e rapine in banca. Le polizie statali si dovevano fermare nelle indagini ogni volta che un criminale passava da uno stato all’altro, ma l’Fbi aveva il potere di muoversi ovunque e cominciò a dare la caccia e a scontrarsi con personaggi diventati anche eroi popolari sui giornali e al cinema: John Dillinger, “Baby Face” Nelson, George “Machine Gun” Kelly. Fu quest’ultimo a contribuire a creare la leggenda dei G-Men (government men), come per molto tempo sono stati chiamati gli agenti dell’Fbi sui giornali e nella cultura popolare americana. Durante un’operazione a Memphis nel 1933 che portò alla sua cattura, Kelly alla vista degli agenti dell’Fbi avrebbe gridato: “Non sparate, G-Men, non sparate!”. La storia in realtà sembra un’invenzione dei media, ma Hoover – che aveva un grande istinto di comunicatore – la fece propria e la rilanciò, per costruirci sopra l’immagine del tipico agente federale. Hollywood fece il resto, su impulso dello stesso Hoover, girando e promuovendo in tutte le sale americane il film poliziesco “G-Men” con James Cagney (“La pattuglia dei senza paura” nella versione italiana). È con J. Edgar Hoover che l’Fbi diventa lo strumento del governo federale per combattere i gangster che si arricchiscono durante il Proibizionismo Cagney in abito scuro, camicia bianca, cravatta nera e fedora in testa divenne il modello dell’agente federale e Hoover impose quel dress code a tutti i suoi uomini, vietando loro la barba e i capelli lunghi e inventando una generazione di agenti che sembrava dei militari in divisa. Un look che ha funzionato negli anni Quaranta e Cinquanta, quelli del grande sviluppo dell’apparato dell’Fbi in tutti gli Stati Uniti, ma che cominciò a diventare controproducente nei Sessanta, quando gli agenti si riconoscevano all’istante quando cercavano di infiltrarsi nelle manifestazioni studentesche o a mescolarsi in un mondo giovanile dove barbe, capelli lunghi e abiti da hippy prendevano il sopravvento. Solo allora Hoover cominciò a concedere un po’ di eccezioni ai suoi agenti, ma per lungo tempo continuò a scegliere maschi bianchi tutti con caratteristiche fisiche molto simili, lasciando fuori dal Bureau le donne e i rappresentanti delle minoranze. Quella dell’Fbi è stata nel corso del tempo una storia di successi, ma anche di abusi. L’America degli anni Cinquanta impaurita dal “pericolo rosso” vedeva nei G-Men un modello da promuovere tra i giovani, anche attraverso personaggi dei comics come Dick Tracy, e la cattura di varie spie sovietiche ne alimentò il mito di agenzia di controspionaggio. Ma Hoover usò spesso in modo indiscriminato i propri poteri e i propri uomini per costruire un dossieraggio senza freni su politici e personaggi pubblici, alimentando le derive del maccartismo e spiando le vite private di attivisti per i diritti civili come Martin Luther King, ma anche di artisti, cantanti, scrittori, pittori. Tutti i presidenti e tutti i membri del Congresso temevano Hoover, sapendo che poteva avere nel cassetto informazioni riservate su di loro, e il direttore ne fece lo strumento della propria longevità alla guida del Bureau. Ma l’Fbi otteneva anche innegabili risultati, risolveva casi difficili, scopriva serial killer e spie, combatteva Cosa Nostra e alla fine i vari inquilini della Casa Bianca accettavano di pagare il prezzo del potere di Hoover in cambio della sicurezza del Paese. Dopo la morte dello storico direttore e il Watergate, e molto prima che si scoprisse il ruolo segreto di Felt (che venne allo scoperto solo dopo trent’anni dalla caduta di Nixon), per l’Fbi cominciò un periodo di riforme e di riorganizzazione. Negli anni Ottanta l’agenzia si lanciò nella lotta alle narcomafie internazionali: è il periodo di indagini come la Pizza Connection, che mise in stretto contatto l’Fbi con Giovanni Falcone e gli investigatori italiani. Un ruolo di primo piano in quelle indagini lo rivestì il procuratore federale di New York Louis Freeh, grande amico di Falcone che nel 1993, un anno dopo l’assassinio del giudice siciliano, divenne il nuovo direttore dell’Fbi. E’ negli anni di Freeh che il Bureau si cominciò a dividere tra la lotta al terrorismo interno di matrice suprematista bianca, la caccia ai serial killer come Unabomber e per la prima volta anche l’attività di intelligence internazionale sulle orme del terrorismo islamico. Un’esperienza risultata decisiva dopo l’attacco all’America del 2001, quando il testimone passò a Mueller, l’ultimo direttore della generazione dei G-Men tutti d’un pezzo, che portò l’Fbi sulle tracce di Osama bin Laden ma anche a caccia di nuovi nemici: spie cinesi, hacker russi, cybertruffatori, manager corrotti della Corporate America. Dalla narcomafia internazionale ai serial killer al terrorismo dei suprematisti bianchi. Oggi il nemico più insidioso risiede alla Casa Bianca Ma il nemico più insidioso che Mueller e il suo successore Comey hanno dovuto sfidare si chiama Donald Trump, che ha festeggiato per la morte del primo e ha fatto incriminare il secondo, cercando di mandarlo in galera. L’Fbi è stata commissariata e affidata dal presidente al fedelissimo Patel, ma adesso dall’interno del Bureau sembrano arrivare segnali di rivolta: i G-Men sopravvissuti sono insofferenti e gli Yes-Men potrebbero avere i giorni contati.
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