Il Foglio
"La mia incredibile avventura è cominciata a Sassano, il paese disteso sulla collina che sovrasta il Vallo di Diano, nel salernitano. Avevo 12 anni e, per farmi giocare nella Sassanese in terza categoria, dovettero falsificare la mia data di nascita, perché a meno di 14 non si poteva. A mascherare l’imbroglio fu d’aiuto il mio fisico. Grande e grosso come ero, mi collocarono, senza pensarci troppo, al centro della difesa. Sarei rimasto in quella posizione per tutta la carriera. Con un’unica eccezione, proprio in principio, alla Sassanese. Dovevamo giocare a Contursi e, per un motivo o per l’altro, non era disponibile neppure un attaccante. Mi spostarono all’ala sinistra. Segnai due gol e vincemmo 3 a 1”. Giuseppe Bruscolotti che, giunto com’è alla soglia di trequarti di secolo, è ancora il figlio prediletto di Napoli, racconta sé stesso con quello slang accattivante, a metà fra il sassanese e il giapponese partenopeo, come sostiene Mimmo Carratelli, cronista decano e memoria storica del calcio a Napoli. Un giocatore e un uomo tutto d’un pezzo, rimasto umile e verace, a dispetto dei santi, compreso quello maximo da lui incontrato, al secolo profano Diego Armando Maradona . Il dio del calcio calato dal cielo per capovolgere la storia, trasformando Napoli in una città vincente… Sedici stagioni di cui cinque da capitano, 511 presenze totali fra campionato e coppe, un record assoluto imbattuto e presumibilmente imbattibile, Luís Vinício, Bruno Pesaola, El Pibe de Oro, il primo scudetto della storia, due Coppe Italia e una Coppa di Lega italo-inglese. Da Sassano a Fuorigrotta, con uno scalo intermedio a Sorrento, il gigante tutto muscoli e cuore ha cavalcato la gloria, andando al di là di ogni sua e altrui immaginazione… “Il primo strappo fu con Vinício. Giocavamo il calcio totale dell’Olanda di Johan Cruijff. Dando spettacolo sempre e ovunque, arrivammo secondi a 4 punti dalla Juventus. Poi Vinício cedette la panchina a Pesaola”. Che la teneva in grande considerazione… “Sì, al punto di mandarmi in campo quando ero convalescente dall’epatite virale. Saltai 12 partite. Il ritorno in campo sembrava a tutti ancora lontano. Meno che a Pesaola che con il suo fare sornione mi convinse ad andare con la squadra a Genova per la partita con la Sampdoria. Per convincermi ad andare, mi disse che avrei dovuto solo fare numero e gruppo. E, invece, la mattina della partita venne nel giardino dell’albergo di Nervi, dove avevamo passato la notte, preannunciandomi la sua intenzione di schierarmi nell’undici iniziale, magari solo per una mezz’oretta. Finì che di minuti ne giocai 75 e poi, esausto fui sostituito da Scarnecchia”. Poi, con un blitz rimasto memorabile, arrivò Diego. Maradona per lei non è stato solo un compagno di squadra… “No, siamo stati amici, confidenti, complici, nel senso nobile della parola. Nella mia mente si accavallano tanti episodi e aneddoti che hanno segnato e accompagnato le nostre vite. Il primo è la vigilia della partita contro l’Inter a San Siro. Stavo per coricarmi quando venne da me il massaggiatore. Il presidente voleva vedermi. Corrado Ferlaino mi disse che il “mio amico” faceva le bizze e non voleva giocare. Solo io potevo fargli cambiare idea. Gli risposi che mi sembrava strano, perché Maradona non era uno che poteva abbandonare i compagni senza neppure preavvertirli. Passai così dalla stanza di Ferlaino a quella di Maradona. Bussai, convintissimo, conoscendo le sue abitudini, di trovarlo ancora sveglio. Era effettivamente arrabbiato, ma si fece convincere. Bastò dirgli che non apparteneva al suo dna abbandonare i compagni al loro destino. Diego mi ascoltava”. A suggellare la vostra fratellanza umana, ci fu quel doppio scambio di fasce… “Ero io il capitano, ma dopo il suo primo anno a Napoli, in una di quelle serate in cui ti sembra di guardare solo il soffitto, ma in realtà navighi fra tanti pensieri e idee, decisi di cedergli la fascia. Era giusto così. Io ero all’ultimo anno di carriera, lui il fuoriclasse che stava facendo impazzire Napoli. Mentre camminavamo, quasi a braccetto, in mezzo al campo, gli dissi che la fascia da capitano sarebbe stata per lui uno stimolo in più, per trascinarci là dove nessuno era arrivato. Maradona fu sorpreso da una proposta che evidentemente non aveva messo in conto, nicchiò a lungo, ma alla fine accettò”. Poi, prima della grande festa negli spogliatoi di Ascoli per lo scudetto vinto, quella fascia tornò a lei per l’ultima volta… “La sera prima della partita che ci avrebbe consegnato alla storia di Napoli, mi disse che ero io il suo capitano e che il giorno dopo avrei portato la fascia al braccio al posto suo. Ancora capitano per un solo giorno, ma nel giorno più importante non solo del Napoli calcio, ma di un’intera città. Ha voluto restituirmi quello che gli avevo dato. Il Maradona, che ho conosciuto io, era anche questo. Era l’uomo capace di piombare in piena notte a casa mia, perché preoccupato per una botta in testa che lì per lì mi aveva gettato in uno stato confusionale”. Sua moglie aveva aperto in casa un locale che sulla porta aveva impresso il suo nome… “Sì, si chiamava ‘Mary Night club’. Potevamo stare tutti, o quasi tutti, insieme, laddove fuori non era possibile. Ballavamo, mangiavamo, ridevamo in compagnia. Diego andava pazzo per gli spaghetti aglio, olio e peperoncino cucinati da mia moglie”. Poi, dopo che lei aveva chiuso con il calcio giocato, ci fu, quasi in contemporanea, la sua delusione per la mancata nomina a team manager, che Ferlaino gli aveva ripetutamente promesso, la positività e il coinvolgimento di Maradona in una vicenda di doping… “Per me essere sbattuto fuori, a tradimento, senza neppure una parola di spiegazione e negandosi addirittura al telefono, dopo sedici anni di militanza e appartenenza, fu un colpo durissimo e caddi in depressione. Di fatto, io e Diego ci allontanammo. Non ero uno di quelli che per mestiere gli giravano intorno. Feci in tempo a dirgli che certe sue scelte e derive erano per me inaccettabili, ma che comunque, se avesse avuto bisogno, le porte della mia casa per lui erano sempre aperte”. Se l’avessero nominata team manager, poteva cambiare, oltre alla sua vita, anche quella di Maradona? “Nessuno può dirlo con assoluta certezza, ma fui sradicato, non solo dal Napoli, ma anche da Diego. Io avevo la capacità di tenerlo a bada e, proprio nel momento del massimo bisogno, non avevo né titolo, né modo per stargli a fianco, consigliarlo e, se necessario scuoterlo e farlo tornare in sé. La società avrebbe dovuto capire che un giocatore simbolo, come ero io, poteva essere utile alla causa. Non sono certo il tipo che va a pietire un ruolo”. So che lei collezionava usignoli e cardellini… Cantano ancora per lei e per la sua adorata Mary? “No, la vita va avanti e prende altre strade. Non ci sono più gli uccellini e anche il ‘Mary Night club’ ha chiuso i battenti. Ho scoperto i cani. Al mio Willy manca solo la parola e, come non sempre accade con gli uomini, non mi chiede niente in cambio per volermi bene. Per il resto non ho rimpianti e vivo in pace con me stesso. Checché ne dica il re degli inaffidabili Antonio Cassano, che ci ha definito un branco di scappati da casa miracolati da un fuoriclasse, siamo riusciti in extremis a realizzare quello a cui ci eravamo sin lì solo avvicinati. Sono stato il capitano e l’amico del più forte calciatore al mondo. Sono amato dai napoletani forse ancor più di allora. Mi fanno sentire, giorno dopo giorno, come uno di loro. Sempre e per sempre nei loro cuori”.
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