Il Foglio
Secondo gli esperti di general reasoning il gioco del calcio è così povero di logica e ricco di imprevisti che nemmeno l’Ai è in grado di prevederne i risultati. Si possono sbagliare anche i rigori, persino quelli regalati da arbitri compiacenti in combutta col Var. Figuratevi la possibilità di una procura di ricostruire i meandri mentali di un (ex) designatore arbitrale nella burrascosa e vischiosa categoria dei fischietti. Però il calcio è anche il terreno di guerra preferito dagli italiani, e da anni è diventato il nuovo giardino delle delizie per magistrati vogliosi di debellare il male. Il calcio come nuova metafora del malaffare nazionale , che solo un pm potrà debellare. Ad esempio il sostituto procuratore della Repubblica a Milano, Maurizio Ascione. Già famoso per l’inchiesta penale per doping su Alex Schwazer (assolto e archiviato), Ascione da circa un anno – almeno così sembrerebbe – ha aperto un fascicolo per “frode sportiva” contro il designatore Gianluca Rocchi, che ha già coinvolto altri quattro arbitri: il supervisore del Var Andrea Gervasoni (“influenze indebite”) e tre addetti. Ma pare che nelle indagini condotte in silenzio sarebbero stati sentiti decine di arbitri. Si preannuncia il solito indecifrabile scenario da “fallo di confusione”. Nel quale però la procura milanese retta da Marcello Viola è ormai specialista. Basta scorrere l’elenco delle roboanti inchieste aperte con clamore di stampa, e sgonfiatesi in un attimo. Esplose nel 2024 l’inchiesta sulla cessione del Milan da Elliott a RedBird. Sembrava la truffa del secolo, la procura ha richiesto l’archiviazione. Stesso anno, indagine sui conti dell’Inter in seguito a un esposto di “Jdentità Bianconera”. Archiviata. Poi i fascicoli relativi alla vendita del Meazza: turbativa d’asta per presunte irregolarità amministrative; presunto danno erariale per il prezzo di vendita, in realtà stabilito dall’Agenzia delle Entrate. Un altro fascicolo riguarda il vincolo monumentale, che la Sovrintendenza ha già più volte certificato non sussistere. Inchieste che avrebbero potuto finire nel famoso “modello 45”, il fascicolo delle cause perse in partenza e delle denunce folli. Recente un’altra inchiesta da bolla mediati, lo “scandalo escort”, che per ora ha dato in pasto alla stampa in modo illegittimo il nome di qualche calciatore non indagato, minaccia di farne uscire altri (sempre non indagabili). L’unico reato è il possibile sfruttamento della prostituzione, con evasioni fiscali. Ma non riguarda il calcio (che però è subito stato dipinto dai moralisti d’accatto come una bolgia dantesca). A che pro? L’unico pro è lo sfruttamento della bolla mediatica stessa. Diverso ovviamente il caso dell’inchiesta Doppia Curva per debellare la delinquenza organizzata dalle tifoserie di Inter e Milan. Opera fondamentale, anche se al momento la grande narrazione à la Saviano del calcio come regno della Mafia globale non sta in piedi. A proposito di “modelli 45” anche questa sugli arbitri ha l’aria di un’inchiesta che poteva finire lì. Il tutto nasce dalla denuncia alla procura di Milano di un avvocato tifoso del Verona perché, a fronte di un presunto fallo dell’Inter in occasione di un gol, il Var non avrebbe richiamato l’arbitro per il check. Da qui la richiesta di indagare per frode sportiva il designatore e l’arbitro. Siamo in pieno “Processo di Biscardi”, la trasmissione che inventò il populismo calcistico giudiziario (ma almeno lì c’erano vette di surrealismo) e che pare avere informato il modello giurisprudenziale della magistratura nello sport. Tra le partire sotto esame, un Bologna-Inter del 2025 per cui Rochi non mandò lo “sgradito dall’Inter” Daniele Doveri. Arrivò un altro fischietto, l’Inter perse per un gol allo scadere dopo un rimessa ferocemente contestata. L’arbitro gradito. Gli altri episodi su cui si sta indagando hanno più o meno la stessa consistenza. L’Italia sarebbe un unico tribunale, se ogni mancata chiamata del Var fosse oggetto di inchiesta penale. Esiste un altro filone, legato alla denuncia alla giustizia sportiva di un guardalinee, Domenico Rocca, per essere stato escluso da incarichi più prestigiosi. La Figc aveva già archiviato, il pm Ascione ha deciso di vederci chiaro. Popi c’è il meccanismo – consueto, e molto ambrosiano – dello sgocciolamento delle notizie. La prima su questa inchiesta arriva dall’Agi, testata pubblica. A mettersi alla testa della corsa è però subito il Corriere della Sera, tradizionale Orecchio di Dioniso di via Freguglia. Ieri la prima firma Luigi Ferrarella ha scritto un lungo articolo, evidentemente informato, curiosamente costruito tutto su ipotesi investigative e interpretazioni di cui il giornalista ammette di non avere riscontro, tutto costellato di “si può allora presumere”. Però si apprende, da Ferrarella, che l’inchiesta è nata da un anno, dato che Ascione ha appena chiesto una proroga per le indagini. Quali siano le pistole fumanti del pm non è noto. Ma per Ferrarella una “ulteriore deduzione che si può trarre” è che vi siano “altrettanto potenziali intercettazioni in corso”. Nel gergo significa che lo sa, ma non si può dire. Per ora i legali parlano di “contestazioni solo generiche”, gli esperti che difficilmente ci sarannoi terremoti tipo Calciopoli. Ma nel calcio e nei processi, in Italia, può succedere di tutto. Scrive Ferrarella: “Al momento non è possibile comprendere se la procura non abbia altri elementi di prova o li possieda ma non abbia ritenuto sinora di scoprirli”. Tradotto: o intercettazioni inequivocabili o dazioni di danaro. Diversamente, dimostrare la frode di un designatore che designa sarà difficile. Ma come al “Processo” di Biscardi, l’importante è tirare su la gogna. Poi si vedrà.
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