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Mentre i mercenari di Mosca trattano coi jihadisti, quelli turchi proteggono il presidente | Collector
Mentre i mercenari di Mosca trattano coi jihadisti, quelli turchi proteggono il presidente
Il Foglio

Mentre i mercenari di Mosca trattano coi jihadisti, quelli turchi proteggono il presidente

Il presidente del Mali Assimi Goïta è scomparso, il suo ministro della Difesa, Sadio Camara, è stato ucciso da un’auto imbottita di esplosivo che si è schiantata contro la sua abitazione, nella capitale Bamako è stato imposto il coprifuoco, mentre i mercenari russi si sono ritirati da Kidal, città simbolo degli autonomisti Tuareg. Così, al confine sud dell’Europa, in Mali, un gruppo di circa seimila jihadisti affiliati ad al Qaida tiene tra le mani le sorti di un paese enorme di oltre un milione di chilometri quadrati. Jnim, è questo l’acronimo del gruppo qaidista di Jamaʿat Nusrat al Islam wal muslimin, che significa Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, ha preso il controllo di Kidal, nel nord del paese. E’ il primo risultato concreto dell’alleanza conclusa lo scorso anno tra i qaidisti e gli autonomisti Tuareg del Fronte di liberazione Azawad. L’avanzata ha costretto le forze della giunta militare, che dal 2021 ha preso il controllo del paese, e degli alleati russi a ritirarsi. E come non bastasse, per ripiegare in sicurezza, i mercenari degli Africa Corps si sono messi a trattare con i jihadisti, che alla fine li hanno accompagnati con un convoglio di mezzi armati lontano dalla città. “L’attacco è un’enorme sconfitta per gli Africa Corps”, spiega Ulf Laessing , esperto di Sahel del Konrad Adenauer Stiftung. “Mosca aveva promesso maggiore sicurezza, ma la crisi, dall’arrivo dei russi nel dicembre 2021, non ha fatto che peggiorare. I mercenari hanno aggravato il conflitto non distinguendo tra civili e jihadisti, uccidendo molti innocenti e questo ha alimentato la crisi perché i sopravvissuti tendono a unirsi ai jihadisti in cerca di protezione”. Quando i separatisti ieri hanno diffuso un video della base dei droni di Kidal appena conquistata hanno ripreso con particolare orgoglio le postazioni con i joystick e i monitor da cui i militari della giunta pilotavano i velivoli a guida remota per distruggere interi villaggi “mentre bevevano comodamente tazze di caffè”, ha scritto su X il portavoce dei Tuareg. Al fallimento dei mercenari di Mosca ha coinciso l’ascesa di una compagnia di sicurezza privata turca, la Sadat. Lo stesso presidente Goïta sarebbe ora in un luogo segreto sotto la protezione dei mercenari turchi, che mesi fa hanno addestrato la Guardia presidenziale. A differenza di Camara, considerato lo sponsor dei russi, Goïta ha sempre preferito Ankara, tanto da concludere con la Turchia un accordo per l’acquisto dei droni. Oltre ai Bayraktar, i turchi hanno venduto anche sei Akinci con un accordo molto proficuo, perché i maliani hanno beneficiato di uno sconto insolitamente generoso di oltre 100 milioni di dollari. Adnan Tanriverdi, fondatore di Sadat, è stato consigliere militare del presidente Recep Tayyip Erdogan e in passato ha già ammesso pubblicamente di collaborare con i servizi segreti turchi. “Sadat funge da guardia del corpo per Goïta, il che potrebbe ridurre al minimo i rischi di un colpo di stato da parte di altri ufficiali dell’esercito, ma non è di aiuto contro attacchi su larga scala”, spiega Laessing. Nel frattempo, Jnim e i ribelli Tuareg hanno dimostrato ancora una volta di sapere minacciare anche i grandi centri urbani. Oltre a Kidal, anche Tessit, Mopti, Ber e Intahakha sono cadute senza che i russi combattessero nemmeno. Secondo gli esperti però, ciò non significa necessariamente che Jnim sia pronto a prendere il controllo del paese. La tattica preferita dai jihadisti resta quella dei piccoli attacchi del tipo “hit and run” e contano solo alcune migliaia di combattenti, un numero insufficiente a tenere a lungo il controllo di un paese grande come il Mali. Inoltre, non hanno fin qui mai sviluppato vere capacità di governo su un territorio ampio. “La strategia di Jnim è quella di logorare il governo, sperando che la popolazione, stanca della mancanza di sicurezza, si sollevi per instaurare un regime islamista. Finora non ci sono indicazioni che ciò accadrà, e non mi aspetto che Bamako cada”, dice Laessing. Ibrahim Yahaya Ibrahim, vicedirettore del progetto Sahel dell’ong International Crisis Group, spiega che l’alleanza raggiunta tra i Tuareg e i jihadisti potrebbe ruorare in buona parte su un compromesso: “In passato, Jnim ha chiesto ai ribelli di rinunciare alle loro pretese autonomiste, in cambio di una presa di distanze da al Qaida”. In effetti, i jihadisti fanno sempre meno riferimento al jihad transnazionale per affermarsi come realtà locale e aumentare le proprie capacità di reclutamento. Spezzare del tutto ogni legame con al Qaida però è difficile per Jnim. Secondo un paper pubblicato lo scorso febbraio da Liam Karr dell’Hudson Institute, “in tal modo si minerebbe un elemento chiave dell’identità unificante di un gruppo che è al contempo molto decentralizzato, multietnico e multinazionale”. E mentre l’Europa si interroga su quali conseguenze possano derivare dalla nuova offensiva jihadista in Mali soprattutto per il dossier immigrazione – circa 50 mila maliani hanno sconfinato in Mauritania lo scorso anno in fuga dalla guerra civile, 150 mila negli ultimi due anni – è l’incertezza la peggiore prospettiva per l’immediato futuro. “Tutto dipende dalla tenuta della giunta militare – dice Ibrahim –. Nel caso i golpisti resistessero all’offensiva e volessero contrattaccare, a oggi non esisterebbero molti altri, a parte i russi, su cui contare”.

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