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La lezione del grande blackout elettrico in Spagna, un anno dopo
Il Foglio

La lezione del grande blackout elettrico in Spagna, un anno dopo

Oggi un anno fa, alle 12:33, la Spagna e il Portogallo piombavano nel buio . La corrente sarebbe tornata solo molte ore dopo . Il “gran apagón” ha lasciato un conto economico e politico da saldare. “Nessuno si è assunto la responsabilità degli errori”, ha scritto El País in un duro editoriale, nonostante la promessa del premier spagnolo Pedro Sánchez di “andare fino in fondo”. Dietro questa difficoltà non ci sono solo la complessità tecnica degli eventi o il tentativo di scansare l’onere degli enormi risarcimenti richiesti. C’è anche un rimpallo tra i principali attori del sistema: i produttori di energia elettrica accusano Red Eléctrica de España (Ree, equivalente della nostra Terna); Ree se la prende con la Comisión Nacional de los Mercados y la Competencia (Cnmc, che ha le funzioni in Italia attribuite all’Antitrust e all’Arera); la Cnmc dice che le colpe sono un po’ di Ree e un po’ del governo. Il rapporto finale degli esperti di Entso-e (l’organismo che rappresenta gli operatori di rete europei), pubblicato lo scorso 20 marzo, individua 17 cause scatenanti e offre 21 raccomandazioni: ben 19 sono dirette a Ree e di estremo interesse per gli altri gestori di rete europei. In primo luogo, Ree ha sottovalutato i segnali di fragilità che da tempo emergevano, come le oscillazioni a bassa frequenza, cui si sono aggiunte le sovratensioni da cui infine è derivato il collasso a cascata (per la simultaneità di distacco dei piccoli impianti fotovoltaici connessi alle reti di distribuzione). Non è un caso se, dei circa 50 provvedimenti sanzionatori finora avviati dal regolatore, di cui una ventina resi pubblici, l’unico relativo a “violazioni molto gravi” riguarda proprio Ree . Tuttavia, Ree non ha torto nel lamentare la “obsolescenza normativa” che le ha impedito di mettere in atto tutte le azioni necessarie (per esempio nel coinvolgere le fonti rinnovabili nella sicurezza della rete o nei criteri per vagliare le richieste di connessione). Infine, la proliferazione di fonti rinnovabili richiede interventi che non sono stati realizzati , anche perché comportano oneri per i proprietari stessi e quindi possono rappresentare un disincentivo implicito alla loro diffusione. Il blackout “rappresenta il primo grande collasso di un sistema in un momento ad altissima penetrazione rinnovabile” , hanno scritto Emanuele Ciapessoni, Diego Cirio, Maurizio Delfanti e Luca Lo Schiavo in quella che forse è la più completa analisi in lingua italiana (Quotidiano Energia, 22 e 24 ottobre 2025). “L’Italia – spiegano – ha affrontato questa criticità già nel 2012. L’Autorità per l’energia impose un aggiornamento tecnico degli impianti di generazione distribuita. Fu un’operazione complessa e costosa, ma necessaria”. Una rete con queste caratteristiche è più difficile da gestire e richiede strumenti adatti: invece, Ree accettò di operare con solo undici impianti convenzionali (nucleari, termoelettrici o idroelettrici). Per giunta, le rinnovabili non potevano (tecnicamente, ma soprattutto legalmente) offrire servizi di stabilità alla rete e non tutte le centrali convenzionali furono in grado di rispettare i loro obblighi. Un’analisi di RaboResearch ha dimostrato che la Spagna è l’ultimo paese europeo nel rapporto tra gli investimenti nello sviluppo della rete e quelli nella nuova capacità rinnovabile (l’Italia è il primo). Non per niente, la reazione al blackout è stata guidata dall’introduzione di “restrizioni tecniche” per mantenere uno standard di sicurezza più elevato, con un costo che spesso supera quello dell’energia stessa. Il blackout del 28 aprile non è “colpa” di questa o di quella tecnologia, ma illustra che qualunque cambiamento deve essere accompagnato da tutti gli aggiornamenti del caso. Un anno dopo, questa lezione è stata appresa solo in parte e, soprattutto, gli esperti non sono stati capaci di trasmetterla a un dibattito pubblico che sovente confonde l’approfondimento tecnico con la logica del tifo .

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