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Gli antifascisti di professione non hanno superato il test del 25 Aprile | Collector
Gli antifascisti di professione non hanno superato il test del 25 Aprile
Il Foglio

Gli antifascisti di professione non hanno superato il test del 25 Aprile

Al direttore - Quindi il referendum era sì, no, Var? Giuseppe De Filippi Var per vendetta. Al direttore - C’è una logica nella follia che ha indotto ad allontanare le bandiere ucraine dalle manifestazioni del 25 Aprile: Zelensky, essendo ebreo, è anche sionista. Giuliano Cazzola Purtroppo sabato scorso siamo stati facili profeti quando dicevamo che il 25 Aprile sarebbe stato un test quest’anno prima di tutto sui cosiddetti antifascisti di professione, sempre più maledettamente fragili contro i totalitarismi del presente che hanno trasformato gli ebrei in bersagli da colpire, brigate ebraiche comprese, e lo sventolio delle bandiere ucraine come simbolo di guerra e non di resistenza. Al direttore - Liberiamo la Liberazione. Liberiamola dai parassiti del 25 Aprile, che espellono violentemente dalle piazze le bandiere israeliane e ucraine mentre accolgono quelle di Hezbollah (Roma, Porta San Paolo). Liberiamo la Liberazione da chi ci spiega quanto sia inopportuno, se si vuole celebrare la vittoria sul nazifascismo, portare in piazza le bandiere di Israele. Ma perché non dicono direttamente le insegne con la stella di David? L’insegna della Brigata ebraica, che ha lasciato quaranta morti sul suolo italiano nella guerra che ci ha liberati anche grazie a loro, aveva e ha la stella di David. Studiassero meglio le loro balle penose, i parassiti sequestratori del 25 Aprile. Si chiedessero piuttosto perché di fronte alla stella di David la loro reazione coincide con quella dei nazifascisti degli anni Trenta. Nicoletta Tiliacos “La parola sionismo indica il diritto di Israele a esistere come stato. Chi sostiene la necessità di due stati, Israele e Palestina, è naturalmente sionista, poiché considera Israele uno dei due stati. Chi, invece, sostiene la cancellazione di Israele non è per la soluzione a due stati e coincide con Hamas” (Erri De Luca, 9 febbraio 2026). Al direttore - Sono appena tornata a casa e devo scrivere subito, prima che il bisogno di capire venga inghiottito dallo choc. Quello che ho vissuto oggi, nelle strade della mia città, so già che non lo dimenticherò finché vivo. Come ogni anno ero andata alla manifestazione del 25 Aprile. Era Shabbat, molti di noi non c’erano, ma io non me la sentivo di restare a casa. Camminavo già preparandomi alla fatica, agli insulti, alle solite tensioni. Ma nulla mi aveva preparata a questo. Da subito ho capito che non sarebbe stato come le altre volte. Non era più il momento sgradevole, prevedibile, all’angolo di piazza San Babila. Era un odio viscerale, diffuso, quasi fisico. Urla, parolacce, gesti osceni, aggressività. E la cosa più spaventosa è che non veniva solo dai collettivi, dai centri sociali, dagli estremisti. Veniva da persone comuni, italiane, normali. Ho visto un bambino di dieci anni sulle spalle del padre mostrare il dito medio e urlare insieme a lui. Ho pensato: è questo il futuro del nostro paese? La cronaca è nota: ci hanno cacciati. La Brigata ebraica, e con lei tutti noi. Ho resistito finché ho potuto. Quando ho ceduto ho pianto, non per paura ma per rabbia, mentre venivo scortata fuori in mezzo a una folla inferocita. Una donna mi ha guardata e mi ha chiamata assassina. Un uomo, con la bandiera d’Israele sulle spalle, si è seduto per terra gridando: “Io sono ebreo e non mi muovo da qui”. Poi siamo usciti dal corteo, sconfitti, tra gli schiamazzi di chi esultava. Non mi vergogno a dirlo: mi sono sentita come gli ebrei spinti nei ghetti. Abbiamo perso. Nessuno ci ha protetti abbastanza. La violenza ha prevalso sotto gli occhi di tutti. Stasera tutti sembrano indignati, ma noi sappiamo che dovremo difenderci da soli, con i pochi amici rimasti. Domattina saremo al Cimitero inglese. Ma il pensiero di andarmene, oggi, preme più forte che mai sulla mia coscienza ferita. Dalia Gubbay Al direttore - Il caso di Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra e già direttrice artistica della Teatro La Fenice, mostra quanto una parte del sistema culturale italiano fatichi ad accettare una leadership autonoma e rigorosa. Le contestazioni non riguardano la qualità del suo lavoro, ma il rifiuto di piegarsi a logiche corporative estranee all’eccellenza musicale. Sindacati e alcuni orchestrali hanno trasformato un conflitto professionale in una battaglia ideologica, scegliendo la protesta permanente invece della responsabilità artistica. Se davvero il dissenso era totale, si sarebbero potute valutare dimissioni, evitando manifestazioni politico-propagandistiche. A fare da detonatore è stata un’intervista in cui Venezi denuncia pratiche di nepotismo nell’assegnazione dei posti orchestrali e del coro: un’accusa che all’estero ha colpito, ma che in Italia non sorprende, vista la persistenza di dinamiche opache e carriere condizionate più dalle relazioni che dal merito. Discutibile anche l’atteggiamento del Sovrintendente, che avrebbe dovuto garantire equilibrio e tutela dell’istituzione e ha invece assecondato un clima dannoso. Inopportune, infine, le parole del ministro della Cultura, che hanno politicizzato una vicenda che richiedeva sobrietà. Per queste ragioni esprimo sostegno a Venezi e alla sua idea di direzione artistica fondata su merito, disciplina e responsabilità: un richiamo alla serietà del lavoro culturale e alla dignità delle istituzioni. Alberto Bianchi

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