Il Foglio
Il dolore può essere trasformativo, portare alla comprensione di un senso, restituire forza. Può essere tutto, in questo tutto, anche dolore, e basta. Un dolore che non serve a nulla. Si può provare a ucciderlo con il silenzio, ma il suo fantasma finisce per tornare a infestare la nostra vita. Perché il dolore non si cancella. L’unica possibilità è imparare a starci dentro senza esserne sopraffatti. E’ ciò che prova a fare la protagonista di " Esercizi al buio " di Naja Marie Aidt: una donna di mezza età che, una volta alla settimana, nello spazio protetto della terapia, cerca di affrontare un disturbo post-traumatico da stress. Nel resto del tempo, per tenere a bada un’angoscia che non riesce a nominare, si affida a gesti minimi, argini di resistenza contro l’inquietudine: osserva il glicine che cresce sul balcone, si rifugia sotto il tavolo del soggiorno, scrive i suoi pensieri su un quaderno ereditato dal nonno. Unico appiglio al mondo restano gli incontri con un gruppo di amiche, alle prese con le proprie ferite: “donne che portano ciascuna il fardello delle altre”. Ma “come ritrovare una quotidianità fatta di lavoro e spensieratezza, di piccoli problemi e grandi speranze?” Come riaccendere una luce dopo essere sprofondati nel buio? Imparando a starci, un giorno alla volta: permanere nel buio del proprio dolore, non temerlo più, attraversarlo. In una presa di consapevolezza che procede per frammenti e lampi, immagini emergono e si ritirano, i ricordi incespicano, zone d’ombra resistono alla parola. E’ il flusso mentale di una donna che tenta di rimettere insieme, lungo la linea del tempo, i cocci di una storia di sé che non sa più riconoscere. Smantellarla, riscriverla, per accoglierla. Esercizi al buio è la fenomenologia di un ritorno alla vita, in cui il dolore ritrova il suo posto: attraverso la terapia, la scrittura, la famiglia e l’amore tra amiche. Un’amicizia fatta di pazienza, cura, presenza, che attraversa il tempo, il corpo che cambia, le stratificazioni del vivere. Ma è anche la restituzione di una violenza che si insinua nella carne, nella mente, nell’esistenza di una donna. Esercitarsi a raccontarla significa rompere la catena della vergogna in cui si è avviluppato il silenzio. Fare di questa voce un’eredità. Dire, per non restare sole. Per riconoscere e nominare. Accogliersi in ciò che si è, in ciò che la vita ha dato e tolto. Aggrapparsi a ogni possibile come sostegno. Abitare il dolore come parte di sé. Abitarsi. Fragili e forti. Naja Marie Aidt Esercizi al buio Utopia, 208 pp., 18 euro
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