Il Foglio
Il decreto Primo Maggio approvato dal governo contiene molte proroghe, diversi bonus occupazionali e alcune novità. Non è la riforma del lavoro annunciata, ma nemmeno un testo irrilevante . Dentro ci sono tre questioni che meritano attenzione: la nuova indennità di vacanza contrattuale, il richiamo al “salario giusto” contrattuale e la stretta sui rider . Sono tre tasselli che vanno giudicati non per l’annuncio, ma per i risultati. Il primo punto è il più interessante. Il decreto prevede che, se un contratto collettivo non viene rinnovato entro 12 mesi dalla scadenza naturale, scatta un adeguamento automatico delle retribuzioni pari al 30 per cento della variazione dell’Ipca . In sostanza, torna una forma di indennità di vacanza contrattuale. Era esattamente ciò che molti auspicavano quando si indicava il contratto dei metalmeccanici come modello: meccanismi automatici che impediscano ai lavoratori di restare scoperti durante i ritardi nei rinnovi. E’ un buon segnale. Significa aver capito, finalmente, che se torna l’inflazione bisogna muoversi in fretta. Se funzionerà lo vedremo presto. Già nel 2027 l’pca-Nei è atteso intorno al 3,5 per cento. Vedremo allora se i contratti verranno rinnovati per tempo, come dovrebbe accadere nel commercio, oppure se si aspetterà ancora, accumulando perdita di potere d’acquisto come nel 2022. Il punto è semplice: basta prendere le buste paga, proiettare gli aumenti previsti nei prossimi tre anni e confrontarli con il 2019. E’ lì che si misura il successo del sistema. Se le retribuzioni reali recuperano il potere d’acquisto perduto come succede in Francia, Germania o Spagna, il decreto avrà funzionato . Se invece continueremo a perdere terreno, no. E oggi non dovrebbe più valere la vecchia scusa della disoccupazione: l’occupazione tiene, il mercato del lavoro è molto più tirato di ieri . Ci dovrebbe anche essere una rinuncia alla replica della detassazione degli aumenti contrattuali, che equivale a scaricare sulla fiscalità generale i costi di un rinnovo contrattuale insufficiente con l’aggravante di introdurre aliquote Irpef diverse per lavoratori uguali. Secondo punto: il cosiddetto “salario giusto”. Il decreto afferma che il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative costituisce il riferimento per attuare l’articolo 36 della Costituzione. In pratica, si sceglie la via contrattuale invece di quella del salario minimo legale . E’ un’impostazione nota: un tentativo già avviato dal ministro del Lavoro Andrea Orlando nel governo Draghi. Non si vuole il salario minimo e si prova a rafforzare quello contrattuale. Rischia di essere poco più di un vago principio, perché il governo ha rinunciato alla delega sulla rappresentanza per i motivi politici che ha spiegato bene Dario Di Vico sul Foglio: meglio per ora affidarsi all’intermediazione tradizionale piuttosto che tentare strade nuove con amici nuovi tra le parti sociali. Ma senza una legge sulla rappresentanza questa strada non può funzionare davvero. Senza criteri chiari per misurare chi rappresenta chi, senza perimetri settoriali certi, senza regole che impediscano la proliferazione dei contratti pirata, tutti continueranno a firmare Ccnl. Il richiamo al salario giusto resta generico. Non a caso viene legato all’accesso a circa un miliardo di euro di bonus occupazionali: sgravi per under 35, donne, Zes unica, trasformazioni dei contratti a termine, incentivi alla conciliazione vita-lavoro. Si usano i bonus per sostenere che il meccanismo funzionerà. Ma se l’occupazione già cresce, è lecito dubitare che questi incentivi siano decisivi e soprattutto duraturi. Terzo punto: rider e piattaforme. Se emergono indici di controllo algoritmico o eterodirezione, il rapporto si presume subordinato salvo prova contraria. E’ una norma forte, almeno a parole . Ma resta la domanda di fondo: davvero la sola alternativa è assumere tutti o lasciare tutto com’è? Il lavoro su piattaforma oggi pesa poco nei numeri complessivi, ma è centrale nei segmenti bassi del mercato del lavoro e nella vita urbana. Nei paesi dove funziona meglio esiste un salario minimo legale chiaro, un riferimento certo per lavoratori, imprese e giudici. Senza quel riferimento, continueranno a essere i tribunali a decidere caso per caso che cosa sia un salario giusto e una stretta sui rider. Il decreto Primo Maggio contiene dunque un passo avanti importante sulla vacanza contrattuale, un compromesso fragile sul salario giusto e una stretta utile sui rider. Bene i segnali . Ma, come sempre sul lavoro in Italia, conteranno i risultati.
Go to News Site