Il Foglio
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di rispondere a questa domanda: cosa può fare l'Europa per non restare indietro nella corsa sull'Ai? Qui sotto le migliori risposte. Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfogli o.it . I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati ( qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi ). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis . L’Europa si trova davanti a un bivio: può limitarsi a rincorrere l’innovazione con nuove norme, oppure scegliere di guidarla, trasformando l’intelligenza artificiale in un vero motore di sviluppo economico, culturale e sociale. Regolare è necessario, ma non basta. Senza una visione strategica, il rischio è quello di costruire un ecosistema iper-normato ma poco competitivo, capace di proteggere più che di generare valore. Per evitare questo scenario, l’Unione dovrebbe innanzitutto investire in modo deciso e coordinato in ricerca e sviluppo, superando la frammentazione tra Stati membri. Servono poli europei dell’AI realmente competitivi a livello globale, capaci di attrarre talenti e trattenere quelli già formati. A ciò va affiancata una politica industriale che sostenga startup e scaleup, riducendo il gap con Stati Uniti e Cina non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello dei capitali. Un secondo nodo cruciale è la formazione. L’AI non è solo una questione per ingegneri: riguarda educatori, professionisti, pubbliche amministrazioni. L’Europa deve investire in competenze diffuse, promuovendo una cultura digitale critica e consapevole, in grado di integrare innovazione e responsabilità. In questo senso, scuola e università diventano attori strategici, non semplici spettatori. Infine, la regolazione stessa può diventare un vantaggio competitivo, se orientata non a frenare ma a indirizzare l’innovazione. Un quadro normativo chiaro, stabile e proporzionato può favorire la fiducia, stimolare investimenti e promuovere soluzioni etiche by design. L’obiettivo non è meno regole, ma regole migliori: capaci di accompagnare il cambiamento senza soffocarlo. In sintesi, l’Europa deve passare da una postura difensiva a una propositiva. Solo così l’intelligenza artificiale potrà essere non solo un terreno di controllo, ma uno spazio di crescita, in cui innovazione e valori europei procedano insieme. Elisa Scardino Università telematica Pegaso Pensare che l’Europa possa dominare la nuova frontiera dell’Intelligenza Artificiale limitandosi a scriverne il manuale delle istruzioni è l’illusione burocratica che rischia di condannarsi alla rilevanza strategica. Mentre Cina e Stati Uniti si spartiscono il campo da gioco, l'Ue sembra accontentarsi del ruolo di arbitro severo di una partita giocata da altri. Per invertire la rotta non servono nuovi emendamenti all’AI Act, ma una rifondazione pragmatica del Mercato Unico che metta finalmente a sistema i nostri asset strategici: telecomunicazioni, energia, difesa e tecnologia non possono più viaggiare su 27 binari separati, altrimenti non avremo mai la massa critica per competere. Questa integrazione deve passare innanzitutto per l'attuazione della "quinta libertà", quella della ricerca e dell’innovazione teorizzata da Jacques Delors e ripresa da Enrico Letta. Solo eliminando i confini alla conoscenza e favorendo una collaborazione universitaria totale potremo generare lo sviluppo necessario. Tuttavia, produrre idee non basta se non riusciamo a trattenerle: oggi le startup nate dai migliori cervelli europei fuggono negli USA per evitare la giungla di 27 burocrazie fiscali diverse. L'istituzione di un "28esimo regime", un diritto societario pan-europeo parallelo a quelli nazionali, è lo strumento vitale per dare alle nostre imprese innovative un campo d’azione continentale immediato. Infine, serve una vera intelligence economica comunitaria che estenda il potere del Golden Power a livello europeo. Dobbiamo blindare le nostre aziende tech dai predatori stranieri, come l’Italia ha giustamente fatto bloccando l'acquisizione cinese della LPE, un'eccellenza assoluta nei macchinari per semiconduttori. L'intervento ha protetto la filiera dei microchip, che sono l’hardware indispensabile e il vero cuore pulsante nello sviluppo dell'IA. Senza una difesa comune delle tecnologie critiche e un mercato realmente integrato, l’Europa continuerà a regolare l’innovazione degli altri, perdendo definitivamente la sovranità sul proprio futuro. Michele Schembri Università Statale di Milano Colgo qualcosa di rassicurante, e insieme ferocemente malinconico, nel leggere i dati riportati da Cantelmo su Fortune: quel venti per cento di popolazione nostrana che maneggia l’intelligenza artificiale generativa non è portabandiera di furbetti che scrivono la tesi di laurea, ma una piccola fetta trasversale di paese che forse non ha ancora compreso a pieno il profitto che se ne può trarre. Mentre oltreoceano il dibattito si è già spostato sulla velocità di esecuzione e sull’integrazione dell’algoritmo nel PIL, qui da noi ci si muove a passo stanco. Il Mariano de Santis di Sorrentino direbbe che la burocrazia serve a non prendere decisioni avventate, ma la realtà non è una pellicola girata nel centro di Roma. È pur vero che il Ministro Valditara ha inserito l’IA tra le pieghe della matematica scolastica; un segnale di vita in un corpo docente spesso rinchiuso tra i mattoni e le cattedre. Tuttavia, il problema non è pedagogico, è stakanovista. Manca la spinta muscolare a consumare terreno, che gli Stati Uniti esibiscono con la naturalezza di chi non ha paura di combinare pasticci e incidenti di percorso. L’Unione di quegli stati e quei paesi, nata con una grossa cultura liberista sulle spalle, ha purtroppo eretto la regolamentazione feroce a proprio feticcio. Siamo diventati gli ingegneri dei recinti giurisprudenziali, convinti che emanare direttive e regolamenti sia il modo più consono per avere un futuro radioso e prevedibile, senza accorgerci però che questo approccio così materno ci sta lentamente strozzando. Se la classe dirigente europea non alza lo sguardo oltre il cortile di casa, se non comprende che la tutela non può e non deve stringere nella morsa chi prova ogni giorno a creare ricchezza, avremo certamente gli ordinamenti più precisi al mondo, a discapito di essere gli zimbelli d’occidente. Il settore ha già superato da un pezzo il parto, i consumatori non sono stupidi, ma la politica sembra ancora impegnata a discutere del sesso degli angeli, mentre il resto del mondo sull’intelligenza artificiale ci ha dato quattro giri doppiandoci. Non serve meno etica, serve più ambizione. Perché se continuiamo a guardare l'IA come un mostro da domare anziché una leva da azionare, l'unico primato che ci resterà sarà quello di aver scritto il regolamento perfetto per una brigata organizzata da altri. Davide Castelli Università degli studi di Milano
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