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Quattro riforme per cambiare davvero il lavoro in Italia
Il Foglio

Quattro riforme per cambiare davvero il lavoro in Italia

E’ arcinoto che noi tifosi di mercato e concorrenza dobbiamo vivere in un mondo di sogni, rispetto a quel che vediamo intorno a noi. Per questo il Primo maggio auguro solo buon lavoro a tutti, soprattutto a giovani e donne che condanniamo a tassi di occupazione lontani punti e punti dai paesi più avanzati. Voglio augurare invece a tutti di vivere nei miei quattro sogni che non vedrò attuati. Primo: il lavoro futuro. Nel mio sogno si smette di incentivare occupazione aggiuntiva a prescindere dalla produttività. Sgravi e incentivi si riservano solo a più occupati in imprese con aumenti di produttività certificati. Ancora nel decreto Primo maggio, 900 milioni di incentivi vanno a imprese se però aumentano la pianta organica precedente. Dopo oltre tre anni di produzione industriale in calo, le imprese che devono investire in nuove tecnologie e ristrutturare per adeguarsi a flussi diversi di domanda estera, se magari stanno pagando a spese loro prepensionamenti attraverso l’isopensione o contratti di sviluppo, col cavolo che avranno incentivi per assumere dipendenti più giovani e qualificati. Basta con questa logica. Secondo: l’intelligenza artificiale. Siamo il paese col maggior numero di convegni in cui teologi e filosofi dell’etica predicano contro il rischio anti uomo dell’intelligenza artificiale. Guardiamo al mondo: nel 2025 metà delle offerte di lavoro relative all’AI è stata espressa dalle economie dell’Asia-Pacifico . Un quarto dagli Usa, dove in realtà i big player si stanno liberando di decine di migliaia di addetti. Qui da noi siamo alle briciole, in confronto. Nel mio sogno l’Italia dovrebbe mettere tutti d’accordo nel varare un maxi progetto sprint pubblico-privato di formazione di almeno un milione di giovani per tutte le diverse professioni collegate all’AI . Altro che AI nemica dell’uomo, qui siamo noi a rinunciare al futuro perché non lo capiamo. Terzo: basta lavoro nella Pa come mondo separato. In Italia si pensa che il lavoro pubblico, articoli 97 e 98 della Costituzione alla mano, non è e non può essere uguale a quello privato. Malgrado la cosiddetta privatizzazione delle modalità di rinnovo contrattuale decisa negli anni Novanta creando l’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale della Pa nella contrattazione nazionale nei diversi comparti. Per questa indigeribile ragione, anche il decreto Primo maggio non si applica alla Pa, non vale per lei l’obbligo disposto alle imprese private di corrispondere il 30 per cento di inflazione maturata ai lavoratori se il contratto non è ancora rinnovato un anno dopo la scadenza. Lo stato col cappero che ai suoi dipendenti garantisce lo stesso diritto, se per anni non rinnova i contratti scaduti spesso da anni. E sono i contratti privati ad aver adottato l’Ipca come meccanismo automatico graduale di recupero dell’inflazione. In quelli pubblici l’Ipca non c’è. Se chiedete come mai i sindacati non protestino, occhio all’ultimo sogno. Quarto: il merito nel lavoro pubblico. Se i sindacati non protestano, ci sono delle ragioni. Una si capisce dal recente rinnovo per la parte retributiva del contratto Istruzione e Ricerca 2025-27, che riguarda 1,3 milioni di dipendenti. Unanime consenso dei sei sindacati di categoria. Perché gli aumenti sono tutti dati da voci fisse, retribuzione tabellare e indennità continuative. Nessun premio al merito disposto per chi migliora i propri risultati, nessun incentivo al merito, nessuna differenziazione parametrata a metriche di valutazione. E come mai, nei paesi in cui gli studenti ottengono i migliori risultati nei test Pisa, incentivi e premi al merito invece esistono, per chi lavora nel sistema formativo pubblico? Nel mio quarto sogno basta con una scuola senza merito per chi insegna, abbassa solo le prospettive di vita di chi la scuola la frequenta. Buon Primo maggio onirico a tutti.

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