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Sul benessere equo e sostenibile l'Europa supera gli Stati Uniti. Parla Giovannini | Collector
Sul benessere equo e sostenibile l'Europa supera gli Stati Uniti. Parla Giovannini
Il Foglio

Sul benessere equo e sostenibile l'Europa supera gli Stati Uniti. Parla Giovannini

L’Europa reale continua a essere raccontata poco. È quella che emerge dai numeri. Più solida, più equa. E meno fragile di quanto suggerisca una certa narrazione diffusa. Il report sul benessere sociale elaborato dal Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea prova a restituire questa immagine partendo da una premessa: il modo in cui misuriamo conta quanto i risultati che osserviamo . Se il metro resta il pil, la gerarchia è nota. Gli Stati Uniti crescono di più: tra il 2010 e il 2023 il pil pro capite americano è aumentato del 25 per cento, quello europeo del 17. Ma è solo una parte della storia. Quando si allarga lo sguardo includendo salute, disuguaglianze, ambiente, il confronto cambia. L’indice di benessere complessivo dell’Unione europea cresce di 9,5 punti, quello degli Stati Uniti di appena 1,2. “Il punto non è ignorare la crescita economica”, spiega al Foglio l’economista e già ministro del lavoro Enrico Giovannini , che ha guidato il lavoro, “è chiarire il rapporto tra mezzi e fini. La crescita è un mezzo, non il fine”. Un punto richiamato anche nell’introduzione del Rapporto Draghi sulla competitività : “Lì si dice con chiarezza che servono risorse aggiuntive, ma poi vanno usate per affrontare transizione ecologica, disuguaglianze e dinamiche demografiche. Questi sono gli scopi”. Il lavoro del Jrc si inserisce in un contesto più ampio: “C’è un allineamento forte con i lavori dell’High Level Group voluto dal segretario generale dell’Onu per andare oltre il pil”, chiarisce Giovannini. “Le raccomandazioni che verranno presentate la prossima settimana all’Assemblea generale si basano anche sul nostro studio”. Indicatori come il benessere equo e sostenibile esistono da tempo e sono consolidati sul piano metodologico. Eppure restano ai margini del dibattito pubblico. “Il problema non è statistico”, nota l’economista, “è politico”. Per capirlo bisogna partire da una ricostruzione storica: negli anni Quaranta, mentre si definivano le basi della contabilità nazionale, gli Stati Uniti scelsero un approccio centrato sulla produzione, non sul benessere. “La logica era dimostrare che il capitalismo produceva più del comunismo. Ma quel parametro è rimasto anche quando il contesto è cambiato. Le variabili economiche restano fondamentali, ma non possono essere l’unico criterio ”. Il risultato è che il pil continua a essere una misura parziale. Non tiene conto, per esempio, del lavoro di cura o del volontariato, ma include le spese per riparare danni ambientali: “Se distruggiamo l’ambiente il pil non scende, ma se lo ripariamo sale”. Lo studio riflette questa differenza di approccio. Negli Stati Uniti il rapporto tra il reddito del 20 per cento più ricco e quello del 20 per cento più povero arriva a 9; nell’Unione europea si ferma a 5,3. Anche su altri fronti c’è un divario a favore del Vecchio Continente: meno morti per incidenti stradali, minore incidenza dei suicidi, maggiore efficacia delle politiche redistributive e sanitarie. “Se guardiamo al benessere attuale, l’Europa performa meglio”, sottolinea Giovannini. “Se osserviamo però gli investimenti per il futuro, la maggiore crescita americana torna in gioco e riduce la distanza potenziale”. Il vantaggio europeo non è quindi garantito: “Sul futuro l’Ue investe troppo poco, perché genera troppo poco” . È qui che la crescita torna centrale: senza risorse, anche il modello europeo rischia di indebolirsi. Ma in un mondo segnato da riarmo e tensioni geopolitiche, ha ancora senso parlare di sostenibilità? Secondo l’economista la risposta è chiara: sì, oggi più che mai. Tre le ragioni. La prima è tecnologica: “ Il crollo dei costi delle rinnovabili permette oggi di essere insieme più competitivi, più autonomi e più sostenibili”. La seconda riguarda la natura stessa della competizione: “Si concorre con l’innovazione, non con i bassi salari”. La terza è strategica e individua nel Green Deal europeo una politica di crescita, non un’agenda ambientalista . “L’idea del programma era semplice: se il mondo va verso la sostenibilità e l’autonomia, chi è sulla frontiera tecnologica avrà un mercato globale. E questo è ancora attuale”. Il punto centrale è il superamento della “logica dei due tempi”: prima la crescita, poi il resto. “ Non esistono dati che dimostrino l’efficacia di questo approccio ”, osserva il professore. Al contrario, le politiche integrate combinando innovazione, decarbonizzazione e occupazione, cambiano i trade-off e riducono i costi complessivi. È una visione coerente con l’articolo 3 del Trattato sull'Unione europea, che indica come obiettivo il benessere dei cittadini, la sostenibilità e la qualità dell’ambiente. E allora “per quale ragione”, si chiede Giovannini, “dovremmo valutare il successo dell’Unione usando solo una metrica parziale come il pil?”.

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