Il Foglio
Patrice Lumumba fu ucciso in Katanga la sera del 17 gennaio 1961 . Dopo ore di tortura, il primo presidente del Congo democraticamente eletto venne fucilato da un plotone di soldati congolesi comandati da ufficiali belgi. Il cadavere fu poi sciolto nell’acido solforico. Il suo assassinio, seguito al colpo di stato che lo aveva rovesciato, rimane uno dei crimini più atroci della Guerra fredda, frutto di un complotto nel quale furono coinvolti funzionari della Casa Bianca, agenti della Cia, diplomatici dell’Onu, separatisti del Congo e non ultimo il governo belga dell’epoca. La morte del giovane e carismatico leader anticolonialista aprì la strada alla dittatura cleptocratica di Joseph Mobutu e avviò la neonata nazione, oggi Repubblica Democratica del Congo, su un percorso rovinoso dal quale non si è mai più ripresa. Sono passati 65 anni. Un mese fa, la Camera di Consiglio del Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles ha deciso di mandare a processo per crimini di guerra collegati all’esecuzione di Lumumba l’ex diplomatico Étienne Davignon, 93 anni, una delle figure più emblematiche della recente storia del Belgio e dell’Unione europea. Davignon è il solo sopravvissuto di un gruppo di dirigenti belgi, che secondo i pubblici ministeri avrebbe organizzato il rapimento e l’assassinio di Lumumba nel quadro del golpe contro di lui, avvenuto nel settembre 1960, tre mesi dopo che il Congo si era reso indipendente dal dominio coloniale di Bruxelles. Davignon è accusato di rapimento, detenzione illegale, rifiuto di un giusto processo, trattamento umiliante e degradante . E sarà processato anche per la morte di Joseph Okito e Maurice Mpolo, rispettivamente ministro dello Sport e vicepresidente del Senato nel breve governo di Lumumba, anch’essi fucilati con lui. Esulta la famiglia africana, una decina di pronipoti che nel frattempo si sono unitisi alle azioni legali iniziate nel 2011 da Francois Tolenga Lumumba, il figlio del leader assassinato oggi settantacinquenne, per far luce su un crimine ancora oggi senza colpevoli ufficiali: “Per noi – si legge in un comunicato – è l’inizio di una resa dei conti invocata dalla Storia. Siamo convinti che questo momento abbia un significato per il Congo, l’Africa e tutte le altre ex colonie, che va ben oltre il nostro nome”. Secondo l’avvocato Christophe Marchand, che rappresenta i parenti, “la decisione conferma che il tempo non cancella la responsabilità legale. Per decenni l’assassinio di Patrice Lumumba è stato riconosciuto come crimine politico di immensa portata storica, ma era rimasto indenne dalla giustizia penale. Ora le corti del Belgio hanno stabilito che questi crimini di guerra vanno perseguiti”. Nessuno ha mai pagato un prezzo per quanto successe quella notte in Katanga. Né gli Stati Uniti, né l’Onu hanno mai offerto scuse formali . Soltanto nel 2002, il ministero degli Esteri belga espresse “profondo e sincero rammarico” per la morte di Lumumba, limitandosi ad addossare la colpa su “alcuni membri del governo e alcuni personaggi belgi dell’epoca”. Neppure il re Filippo del Belgio si è spinto fino alle scuse, nella lettera scritta nel 2020 al presidente del Congo, dove parlò di “profondo dispiacere” per “la sofferenza e le umiliazioni” inflitte dalla sua nazione al tempo della dominazione sul Paese africano, quando “furono commessi atti di violenza e crudeltà”. L’ammissione del sovrano, che non faceva alcuna menzione del caso Lumumba, si riferiva ai misfatti del suo antenato, Leopoldo II, che tra il 1885 e il 1908 sfruttò il Congo come sua proprietà privata, rubandone le ricchezze naturali e tenendone la popolazione in schiavitù in uno dei più brutali regimi coloniali della Storia. Ma saranno l’incriminazione e il processo a un quasi centenario a fare veramente i conti con la Storia? Nulla è meno certo. Il lascito dell’assassinio di Lumumba è pesante e persistente. Fu il peccato originale che ha ipotecato il futuro del Congo, distorcendone la politica e avvelenando la convivenza civile. In quasi sette decenni, uno dei Paesi più ricchi del mondo è stato governato da una cricca di leader corrotti e irresponsabili di varia risma, spesso con il sostegno di protettori stranieri . Oggi la stragrande maggioranza della popolazione congolese vive con un reddito medio inferiore a 3 dollari al giorno, mentre le grandi potenze trattano il Congo con cinismo e condiscendenza, considerandolo soprattutto come fonte di violenza, miserie e… materie prime. Nazionalista irriducibile, Lumumba aveva vinto le prime elezioni democratiche dopo la proclamazione dell’indipendenza, diventando capo del governo nel giugno 1960. Ma bastarono poche settimane perché si coagulasse un’azione coordinata e sostenuta dall’estero per rovesciarlo. Il primo atto fu la ribellione dell’esercito contro gli ufficiali, quasi tutti bianchi, e la decisione del Belgio di inviare una forza di spedizione che sostenne la secessione del Katanga, la provincia più ricca del Paese, sotto la guida di Moise Tshombe. Sordi alla richiesta di aiuto del governo legittimo, gli Stati Uniti spinsero invece per l’invio di una missione militare Onu, che fece poco o nulla per espellere le truppe del Belgio e far rientrare la secessione. Fu a quel punto che Lumumba, sia pur costretto, commise l’errore fatale: quello di chiedere aiuto a Mosca che subito inviò aerei da trasporto per trasferire le truppe governative nel Katanga. L’Amministrazione Eisenhower decise allora di coinvolgere la Cia, autorizzando un piano per uccidere Lumumba avvelenandolo. Uno specialista di Langley arrivò in Congo con il veleno, ma il complotto non andò in porto perché nel frattempo ne era stato ordito un altro, gestito personalmente (e, secondo documenti di recente pubblicazione, anche esclusivamente) dal capo stazione della Cia nel Congo Lawrence Devlin, in combutta con l’intelligence belga. Al culmine di un’estate di torbidi orchestrati e pagati dalla Cia, scandita da dimostrazioni, scioperi e propaganda anti-Lumumba, il 5 settembre il presidente Joseph Kasavubu, istigato dai belgi, licenziò il premier due giorni prima di un voto di fiducia in Parlamento che avrebbe dovuto provocare la caduta del gabinetto. Lumumba provò a resistere, ma Devlin trovò la soluzione di forza: col pieno appoggio della Cia, nove giorni dopo il colonnello Joseph Mobutu, appena trentenne e capo dell’esercito, mise in atto un golpe, impossessandosi del potere e dando inizio a un regime che sarebbe durato per decenni. Lumumba fu arrestato e detenuto in una base militare alla periferia di Leopoldville, protetto però dall’Onu. Ma i suoi sostenitori nell’Est del Paese rimanevano una spina nel fianco dei golpisti. Inoltre l’elezione alla Casa Bianca di John F. Kennedy, avvenuta in novembre, faceva presagire una svolta nella politica americana, che avrebbe potuto significare un accordo per riportare in carica il governo legittimo. Una prospettiva inaccettabile per Mobutu, i belgi e lo stesso Devlin. Il 14 gennaio, quest’ultimo fu informato che Lumumba era sfuggito alla protezione dell’Onu ma era stato catturato dalle truppe di Mobutu e stava per essere trasferito nella provincia secessionista, dove tutti sapevano che sarebbe stato sicuramente ucciso. Furono i funzionari belgi a far pressione su Tshombe perché lo accettasse. Ma fu Devlin a dare il via libera, per di più tenendo all’oscuro Washington. Il 17 gennaio, Lumumba fu trasportato in aereo in Katanga dagli uomini della sicurezza di Mobutu. Nella notte, dopo lunghe torture, venne fucilato. Fermiamoci un attimo però, prima di vedere in dettaglio quale ruolo giocarono nell’assassinio il governo belga e Davignon. All’origine dell’intervento della Cia in Congo dopo l’elezione di Lumumba c’era il più classico argomento della Guerra fredda: il timore che il leader nazionalista spostasse il paese nel campo comunista. Ma era proprio così? Come ha rivelato lo storico Stephen Weissman in un saggio su Foreign Affairs, dubbi sulla teoria del domino applicata all’Africa, in condizioni del tutto diverse da Europa, Asia e America Latina, serpeggiavano perfino fra gli americani. Nel 1962, poco dopo essersi ritirato dalla direzione della Cia, lo stesso Allen Dulles fece una clamorosa ammissione: “Penso che abbiamo sovrastimato il pericolo comunista, per esempio in Congo”. I primi policy paper dell’Amministrazione Kennedy nei mesi precedenti all’assassinio di Lumumba, poi modificati, invocavano la formazione di un governo di unità nazionale seguito dal rilascio del leader nazionalista. In realtà, conclude Weissman, “Lumumba non fu mai un comunista e non avrebbe mai ceduto il controllo del paese a una potenza esterna. Si era formato nella lotta al colonialismo e considerava anatema ogni forma di dominazione straniera. Era più interessato al non allineamento. Inoltre, lui e i suoi seguaci capivano che il comunismo non avrebbe mai potuto rimpiazzare i 10 mila tecnici belgi che mandavano avanti l’economia del paese. Anche quando commise l’errore di chiedere aiuto a Mosca per combattere la secessione e tenere unito il Congo, Lumumba continuò a fare appello agli Usa, all’occidente e agli altri paesi africani. Ma Washington non lo aiutò”. Ma torniamo al Belgio e a Davignon, che all’epoca dei fatti aveva 28 anni ed era tirocinante presso l’ambasciata belga a Leopoldville, diplomatico in fasce ma con accesso diretto ai leader politici congolesi. Come i suoi superiori, anche lui considerava Lumumba pericoloso, imprevedibile, ostile e lavorò per rimuoverlo dal potere. Davignon e un suo collega del ministero degli Esteri erano incaricati di trovare gli argomenti legali che il presidente Kasavubu, obbediente ai belgi, avrebbe usato per licenziare Lumumba. In un cablogramma, i due indicarono chiaramente che l’obiettivo era “il rovesciamento del governo, come il nostro governo desidera”. Nei mesi dopo l’arresto di Lumumba, Davignon era rientrato a Bruxelles, dove faceva parte della “cellula Congo”, l’unità speciale creata al ministero degli Esteri per seguire la crisi. I documenti in possesso del parquet mostrano che Davignon sapeva del trasferimento di Lumumba in un luogo dove molto probabilmente sarebbe stato ucciso. Ma non c’è alcuna prova fra quelle disponibili che abbia avuto un ruolo maggiore nell’omicidio. Il che non significa che non porti alcuna responsabilità: fu quantomeno un ingranaggio nella macchinazione che portò al rovesciamento di un leader democratico, al suo arresto e alla sua morte. E qui vale la pena di soffermarsi sulla figura di Étienne Davignon, il Visconte Davignon, rampollo di una famiglia aristocratica con alle spalle una brillantissima carriera che lo ha reso una figura cruciale in tutti gli snodi più importanti della costruzione europea negli anni Settanta e Ottanta . Da direttore politico del ministero degli Esteri, fu lui a redigere nel 1970 il Rapporto Davignon, documento fondativo della cooperazione politica europea dopo la fase tecnico-commerciale degli inizi. Commissario europeo nel 1977-81 con la responsabilità del Mercato interno e degli affari industriali, divenne vicepresidente della Commissione nel quinquennio successivo con la delega dell’Energia. Il suo capolavoro fu il Piano Davignon, che impose severe quote di produzione alle aziende siderurgiche, consentendo all’industria europea dell’acciaio una sopravvivenza di diversi decenni. Famosi restano i suoi scontri con Gianni De Michelis, allora ministro delle Partecipazioni statali, per la chiusura dei forni Italsider a Bagnoli e Taranto. Sconfitto nel 1985 da Jacques Delors nella gara per la presidenza della Commissione, Davignon divenne capo di Société Générale, cuore di tenebra del potere economico in Belgio, dove nel 1988 guidò con successo la resistenza alla scalata di Carlo De Benedetti, fallita miseramente. Come ci ricorda Roberto Zangrandi, la sconfitta di quest’ultimo si consumò nella celebre “notte dei gianduiotti”, quando De Benedetti si presentò alla riunione decisiva con una enorme scatola dei rinomati cioccolatini piemontesi incartati a mano da Peyrano, uno sfregio inaccettabile e anche un po’ rozzo nella capitale mondiale delle praline. “Davignon sarà pure solo un Visconte, ma i conti li sa fare”, commentò gelido Gianni Agnelli, che da quel momento divenne suo amico, accogliendolo anche nel Consiglio d’Amministrazione della Fiat dove rimase per quasi vent’anni. Ora il passato bussa alla porta di Davignon, nel frattempo elevato a Conte da Re Baldovino per i suoi servizi al paese. Lo descrivono “visibilmente seccato”. Di certo, una corte penale belga è un posto anomalo per un risarcimento storico e morale di questa portata. Meglio sarebbe per il Belgio l’ammissione formale di una “responsabilità istituzionale” che non c’è mai stata. Ma soprattutto, toccherebbe ai veri mandanti e registi silenziosi dell’operazione, cioè gli Stati Uniti, aprire definitivamente gli archivi della Cia per far piena luce sull’affaire Lumumba. Ancora più importante per Washington sarebbe investire nelle istituzioni e nel popolo congolesi, trattando finalmente il paese africano come una nazione con le sue legittime aspirazioni da aiutare e incoraggiare, invece di continuare a considerarlo una miniera di cobalto da sfruttare.
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