Il Foglio
Per capire Peter Thiel bisogna partire da un paradosso. L’uomo che più di molti altri ha incarnato la mitologia futurista della Silicon Valley – PayPal, Facebook, Palantir, il culto delle startup, la guerra alla stagnazione, la ricerca del monopolio, la sfida all’università – è anche uno degli imprenditori più ossessionati da un pensatore che non si occupava di venture capital, non scriveva di codici, non progettava razzi e non avrebbe mai potuto essere scambiato per un guru tecnologico: René Girard, critico letterario francese, cattolico, teorico del desiderio mimetico, studioso della violenza, del sacrificio e del capro espiatorio. L’influenza di Girard su Thiel è stata enorme perché gli ha offerto una chiave per leggere il mondo non come un mercato di individui razionali, ma come un teatro di imitazioni. Girard sosteneva che gli uomini raramente desiderano in modo autonomo: desiderano ciò che vedono desiderato dagli altri. Il desiderio non nasce solo dall’oggetto, ma dal modello. Non vogliamo semplicemente una cosa: vogliamo la cosa perché qualcun altro la vuole, perché qualcun altro ce la indica come desiderabile, perché qualcun altro ci insegna, senza dirlo, che quella cosa vale. Da qui nasce la rivalità. Da qui nasce la violenza. Da qui nasce il bisogno, antico e moderno, di trovare un colpevole, un capro espiatorio, su cui scaricare il caos prodotto dall’imitazione reciproca. Thiel incontrò Girard a Stanford, dove il professore insegnava, e negli anni successivi non ha mai smesso di presentarlo come una delle influenze decisive della sua formazione intellettuale. La Thiel Foundation sostiene ancora Imitatio, progetto dedicato alla ricerca e alla diffusione della teoria mimetica di Girard. La prima conseguenza girardiana, in Thiel, è la sua avversione quasi teologica per la concorrenza. Nel capitalismo classico la concorrenza è il grande motore del progresso. Per Thiel, invece, la concorrenza è spesso una trappola mimetica: tutti guardano tutti, tutti imitano tutti, tutti inseguono lo stesso premio, tutti finiscono per assomigliarsi. Il mercato, anziché liberare l’originalità, può diventare una gigantesca scuola di conformismo. Ecco perché in Zero to One Thiel insiste su un’idea scandalosa per il catechismo liberale: la concorrenza è per i perdenti, il vero valore nasce dal monopolio creativo, cioè dalla capacità di costruire qualcosa che gli altri non stanno già inseguendo. Dietro la formula imprenditoriale c’è Girard: non farti ipnotizzare dal desiderio degli altri, non entrare nella folla, non competere dove tutti competono, non desiderare ciò che tutti desiderano. La domanda thieliana – quale verità importante conosci che quasi nessuno condivide? – è, in fondo, un esercizio spirituale contro la mimesi. La seconda influenza riguarda Facebook. Thiel fu tra i primi investitori della società di Mark Zuckerberg. Naturalmente ci furono ragioni economiche, intuizione, fiuto, velocità. Ma la lettura girardiana aiuta a capire perché Facebook potesse apparirgli così potente: non era soltanto un social network, era una macchina del desiderio mimetico. Un luogo in cui gli esseri umani guardano ciò che gli altri fanno, desiderano ciò che gli altri mostrano, costruiscono identità attraverso lo sguardo reciproco, misurano il proprio valore attraverso segnali pubblici di approvazione. Per Girard il desiderio è triangolare: io, l’oggetto, il modello che me lo rende desiderabile. Facebook ha trasformato quel triangolo in infrastruttura globale. Ha reso permanente, misurabile e monetizzabile la comparazione sociale. Non sorprende che molti commentatori abbiano letto l’investimento di Thiel in Facebook proprio come un’applicazione intuitiva della teoria mimetica: lì, più che nelle vecchie comunità online, si vedeva il desiderio degli altri diventare prodotto, reputazione, pubblicità, potere. La terza influenza è politica. Girard ha dato a Thiel una teoria della folla. Le società moderne si pensano come razionali, emancipate, secolarizzate, trasparenti. Ma per Girard continuano a funzionare secondo meccanismi arcaici: imitazione, rivalità, crisi, sacrificio, espulsione del colpevole. Thiel ha assorbito questa lezione e l’ha applicata alla sua critica delle élite, dell’università, del politicamente corretto, della cultura della cancellazione, del conformismo progressista, ma anche della stagnazione tecnologica occidentale. In questa lettura, molte istituzioni moderne non sarebbero templi della ragione, ma fabbriche di imitazione: tutti frequentano le stesse università, leggono gli stessi segnali, usano lo stesso linguaggio, inseguono le stesse carriere, desiderano gli stessi riconoscimenti, odiano gli stessi nemici. Anche la sua celebre Thiel Fellowship, pensata per finanziare giovani disposti a lasciare l’università e costruire imprese, può essere letta così: non solo anti-accademia, ma anti-mimesi. Non andare dove vanno tutti. Non desiderare il prestigio che tutti desiderano. Non confondere il percorso imitato con il destino. La quarta influenza, forse la più inquietante, è teologica. Girard non era soltanto il teorico dell’imitazione. Era anche il pensatore del cristianesimo come rivelazione del meccanismo vittimario. Le società arcaiche producono pace sacrificando un innocente; il cristianesimo, nella lettura di Girard, svela l’innocenza della vittima e quindi rende più difficile fondare l’ordine sulla violenza nascosta. Thiel ha ripreso questo lato apocalittico di Girard, ma lo ha piegato verso una visione molto personale della modernità. Nei suoi discorsi più recenti sull’Anticristo, sulla stagnazione, sulla regolazione globale, sull’intelligenza artificiale e sulla paura del futuro, si vede un Thiel che legge la politica come teologia mascherata: il rischio non è solo sbagliare una policy, ma costruire un ordine mondiale che, nel nome della sicurezza, della pace o della protezione dal rischio, finisca per soffocare ogni possibilità di progresso. Su questo punto molti critici osservano che Thiel prende da Girard la diagnosi – il mondo moderno è attraversato da rivalità mimetiche e tentazioni sacrificali – ma non sempre ne accoglie la conclusione cristiana, cioè la rinuncia alla violenza e alla logica del capro espiatorio. Qui sta il punto più interessante. Girard è stato per Thiel un maestro di smascheramento. Gli ha insegnato che dietro le parole nobili possono nascondersi rivalità basse, che dietro la competizione può esserci imitazione, che dietro il consenso può esserci paura, che dietro l’indignazione morale può esserci il bisogno di sacrificare qualcuno per ricompattare la comunità. Ma Thiel ha trasformato Girard anche in un manuale di strategia. Se tutti imitano, bisogna essere contrari. Se tutti competono, bisogna cercare il monopolio. Se tutti inseguono status, bisogna costruire potere. Se tutti adorano la sicurezza, bisogna puntare sul rischio. Se tutti vogliono appartenere alla folla, bisogna collocarsi fuori dalla folla e, da lì, provare a governarla. Questo spiega perché l’influenza di Girard su Thiel non sia un dettaglio biografico ma una chiave culturale. Thiel non è semplicemente un libertario ricco, un venture capitalist eccentrico, un conservatore tecnologico, un finanziatore politico, un apocalittico della Silicon Valley. E’ un imprenditore che ha preso una teoria nata per leggere Dostoevskij, Shakespeare, i miti arcaici e il cristianesimo, e l’ha applicata al capitale, alle piattaforme, alle élite, alla geopolitica, alla tecnologia, alla fine del mondo. In questo passaggio c’è il suo fascino e anche il suo rischio. Girard voleva liberarci dalla violenza mimetica mostrandoci il meccanismo del capro espiatorio. Thiel sembra a volte voler usare quella conoscenza per non esserne vittima, per battere gli imitatori, per anticipare la folla, per trasformare la diagnosi in vantaggio competitivo. La domanda, allora, non è solo quanta influenza abbia avuto Girard su Thiel. La domanda più interessante è quale Girard abbia scelto Thiel. Il Girard che smaschera la folla? Certamente. Il Girard che diffida del desiderio imitativo? Sicuramente. Il Girard che vede nella modernità una macchina sempre più potente di rivalità? Senza dubbio. Ma il Girard della compassione per la vittima, della rinuncia alla violenza, della critica di ogni ordine fondato sul sacrificio, è più difficile da trovare. Ed è qui che il rapporto tra maestro e allievo diventa culturalmente esplosivo: Thiel ha capito che il mondo moderno è mimetico, ma resta aperta la questione se questa consapevolezza serva a disinnescare la rivalità o a vincerla meglio.
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