Il Foglio
C’è un modo meno moralistico – e forse più utile – per leggere Donald Trump: non come stratega, ma come acceleratore. E’ la tesi, sorprendentemente lucida, che arriva da un editoriale del Wall Street Journal, dove si sostiene che “Trump the disrupter is hurrying the world along to where it needed to go anyway” . Non è lui a disegnare la direzione, è il mondo che, attraverso di lui, smette di fingere . L’idea è controintuitiva ma potente. Trump non è Lyndon Johnson, non è un giocatore di scacchi, ma un “catalyst”, un agente che destabilizza sistemi già fragili . E proprio per questo, paradossalmente, li costringe a rivelarsi. L’editoriale del Wall Street Journal insiste su un punto: le reazioni a Trump – spesso isteriche, spesso inefficaci – hanno avuto un effetto politico concreto, trasformando i suoi avversari nei suoi migliori alleati. Ma il punto più interessante riguarda la geopolitica. Il caos trumpiano, dalla guerra in Iran alle tensioni globali, ha prodotto una conseguenza inattesa: ha obbligato l’occidente a uscire dalla sua zona di comfort. Secondo il Wall Street Journal, il mondo sta “getting off the pot” su questioni decisive: sicurezza energetica, vulnerabilità delle rotte commerciali, necessità di riarmo e integrazione militare. Tradotto: ciò che per anni è stato rimandato per inerzia o convenienza politica viene improvvisamente affrontato . Non perché Trump abbia un piano coerente, ma perché la sua imprevedibilità rende impossibile continuare a fingere. E’ la differenza tra un riformatore e un detonatore: il primo costruisce, il secondo costringe gli altri a farlo. Questo non significa assolvere Trump. Anzi, il Wall Street Journal riconosce “miscalculations” evidenti, soprattutto nella gestione della crisi iraniana. Ma aggiunge un punto scomodo: un presidente più “ordinato” avrebbe forse portato il mondo nello stesso punto, solo senza riuscirci. E’ qui che l’interpretazione diventa politica. Trump funziona perché rompe gli equilibri, ma soprattutto perché rompe le illusioni: sull’energia, sulla sicurezza, sulla dipendenza strategica. Non è un leader rassicurante, è un acceleratore di realtà . E forse il punto più difficile da accettare è proprio questo: non tutto ciò che destabilizza è inutile. A volte serve qualcuno che sbagli rumorosamente per costringere gli altri a fare finalmente sul serio .
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