Il Foglio
C’è una nuova geografia delle alleanze che fatichiamo a guardare perché disturba le nostre categorie morali, diplomatiche e mentali. L’Ucraina di Zelensky, aggredita dalla Russia, difesa dall’Europa, sostenuta a intermittenza dall’America, cerca nuovi interlocutori dove può: in Turchia, in Siria, nei vuoti lasciati dall’indebolimento dell’influenza russa. E il punto non è scandalizzarsi perché Kyiv dialoga con paesi difficili. Il punto è capire perché lo fa. La Siria è il caso più spiazzante. L’Ucraina aveva chiuso i rapporti con Damasco dopo il sostegno di Assad alle annessioni russe nel Donbas. Testo realizzato con AI Ora, dopo la caduta del vecchio regime, riapre canali diplomatici, cerca grano contro fosfati, guarda alla ricostruzione, alla difesa, ai porti, all’energia. Non è romanticismo geopolitico. E’ necessità. Dove arretra Mosca, Kyiv prova a entrare. Dove la Russia perde influenza, l’Ucraina prova a guadagnare spazio. La Turchia è il perno di questa manovra. Erdogan continua a commerciare con la Russia, non rompe mai davvero con Putin, ma intanto accompagna Zelensky a Damasco, apre porte, costruisce relazioni, lascia che le sue aziende della difesa investano in Ucraina. Ankara fa quello che le potenze intermedie fanno quando l’ordine internazionale diventa più incerto: non scelgono una sola fedeltà, moltiplicano le opzioni. Per l’Europa la lezione è scomoda. Abbiamo immaginato per anni che la sicurezza del continente fosse una faccenda semplice: America davanti, Europa dietro, Ucraina protetta, Turchia laterale. Ma l’inaffidabilità americana sta creando un mondo diverso. Se Washington ondeggia, se la Nato diventa una garanzia più politica che automatica, se la Russia resta una minaccia, allora l’Europa dovrà imparare a pensare la propria sicurezza includendo anche attori che non le somigliano: Ucraina, Turchia, Balcani, Mar Nero, medio oriente. Le alleanze che non vogliamo vedere sono spesso quelle che nascono prima delle nostre analisi. Non sono pure, non sono eleganti, non sono sempre rassicuranti. Ma sono il segno di un tempo nuovo: chi vive sotto minaccia non può permettersi il lusso dell’attesa. E chi in Europa continua a confondere la geopolitica con il galateo rischia di scoprire troppo tardi che il mondo, nel frattempo, si è già organizzato senza chiedere permesso.
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