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L’ultimo Mehta. Una vita da “dittatore benevolo” d’orchestra | Collector
L’ultimo Mehta. Una vita da “dittatore benevolo” d’orchestra
Il Foglio

L’ultimo Mehta. Una vita da “dittatore benevolo” d’orchestra

C’è un uomo infragilito, trasportato su una sedia a rotelle e sistemato, con qualche impaccio, sul podio. E’ Zubin Mehta , ancora una volta nella Großer Saal del Musikverein di Vienna, illuminata come nelle grandi occasioni, con i Wiener Philharmoniker e la musica di Weber, Bruch e Beethoven . Non si tratta di un evento mondano o, appena, di un grande concerto. E’ molto di più. Si celebra non solo un popolo e la sua cultura musicale, ma anche un uomo che l’ha fatta splendere come pochi altri; la vittoria del talento sulla fragilità del corpo, l’esaltazione del pensiero che diventa gesto e poi suono. Quello di Mehta è elegante, anche nei momenti più concitati, ma capace di grandi campate sonore. Per alcuni, perfino eccessive, tali da dare l’impressione di “sostituire il dinamismo espressivo con il potere bruto”. Con il maestro indiano, il repertorio sinfonico riluce di una lettura sgranata, capace di mostrare anfratti nascosti, timbri mai ascoltati. Con il passare degli anni e una malattia che non è però riuscita ad allontanarlo dal podio, Mehta ha modificato la sua “postura”, rendendola essenziale, antidivistica e meno “lush”, lussureggiante, come ha scritto la critica all’estero. La straordinaria disinvoltura con cui il maestro affronta partiture tanto impervie è perfettamente coerente con il resto della sua personalità musicale: qualunque cosa diriga, quasi sempre a memoria, egli mantiene un controllo assolutamente freddo ed equilibrato. Nemmeno alcune critiche di superficialità l’hanno mai impensierito; anzi, al contrario, hanno aumentato il desiderio di fare musica, confrontarsi e proporre il suo pensiero. Così repertorio operistico e sinfonico si sono sviluppati fin dai suoi esordi in modo parallelo, delineando un percorso caratterizzato da una duplice competenza. Due ambiti che, pur condividendo la stessa matrice musicale, impongono al direttore sfide profondamente diverse. Se nel repertorio sinfonico il gesto si concentra esclusivamente sull’orchestra, nell’opera Mehta si confronta con una dimensione più complessa in cui è necessario tenere insieme buca e palcoscenico in un equilibrio costante. La sua direzione si distingue proprio per la capacità di costruire un dialogo continuo tra questi due poli, modulando il proprio intervento a seconda delle esigenze drammaturgiche. In questo contesto, il direttore non si limita a guidare ma sa anche arretrare, accompagnando i cantanti nei momenti in cui la linea vocale deve emergere, per poi riprendere il controllo dell’insieme quando la struttura musicale lo richiede. E’ in questa alternanza che si definisce la cifra della direzione operistica di Mehta, fondata su un equilibrio raffinato di tecnica e sensibilità teatrale, che nel colore e nei climax sonori trova quel tratto distintivo che è la sua forza ma, a volte, anche il suo limite. Con il maestro indiano, il repertorio sinfonico riluce di una lettura sgranata, capace di mostrare anfratti nascosti, timbri mai ascoltati Da qualche giorno Zubin Mehta ha compiuto 90 anni e sono tante le istituzioni che stanno celebrando una carriera fatta di musica, collaborazioni in tutto il mondo e incontri con i più grandi artisti. Una storia nata sulla punta meridionale di Bombay, dove terra e mare si confondono, in una città diversa da quella di oggi, fatta di ritmi veloci, smog e grandi costruzioni. Un luogo dove occuparsi della musica occidentale era quasi un’avventura pionieristica. Di solito i bambini, a cinque anni, canticchiano qualche canzone; altri giocano, immaginando di far parte di una squadra di calcio. Zubin, a quell’età, saliva sulle cassette della frutta abbandonate per strada, sventolando in aria le mani per imitare il papà: Mehli Mehta, violinista e fondatore della Bombay Symphony Orchestra, fu un autodidatta che ebbe la possibilità di perfezionarsi a New York con Ivan Galamian, insegnante di Perlman e Zukerman, e divenne un violinista di scuola russa. In seguito si trasferì in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, dove fondò l’American Youth Symphony, formando generazioni di musicisti. “Ovunque vada a dirigere, – ricorda Zubin con un pizzico di orgoglio – qualcuno mi dice: ‘Non sai quanto ho amato tuo padre!’. A lui è dedicata la Mehli Mehta Music Foundation, nata nel 1995 per promuovere la musica classica e permettere a numerosi bambini di studiare violino e pianoforte. Dal padre, Zubin impara ad apprezzare la musica, trascorrendo molte serate con un disco e una partitura aperta, seguendo i diversi strumenti. Un clima familiare in cui la musica è protagonista, e Zubin se ne innamora fino a decidere di trasferirsi a Vienna. E’ il 1954, e i segni della distruzione bellica sono ancora tutti presenti. Hans Swarowsky lo accoglie tra i suoi allievi all’Accademia. “E’ un direttore demoniaco che ha tutto”. Con queste parole Swarowsky battezza il talento dell’indiano, mettendogli a disposizione la sua capacità di insegnare l’arte della direzione, appresa con Clemens Krauss, Felix Weingartner e Richard Strauss. “Questa è una sacra scrittura – diceva Swarowsky, brandendo la partitura –; le sarai sempre fedele”. Da qui nasce lo studio e il rispetto maniacale di ogni segno presente sullo spartito, uniti poi alla filosofia del lavoro tipica di Toscanini e alla capacità comunicativa di Furtwängler. Dal padre, Zubin impara ad apprezzare la musica, trascorrendo molte serate con un disco e una partitura aperta, seguendo i diversi strumenti Con l’orchestra, Mehta sceglie una comunicazione chiara e inequivocabile, una “dittatura benevola”, come ama definirla, con obiettivi ben delineati nel medio e lungo periodo. I rapporti con le sue compagini sono solitamente lunghi, per riuscire a costruire un suono riconoscibile e affrontare i capisaldi del repertorio. Il primo incarico di peso arriva nel 1961 con la Montreal Symphony Orchestra. Poi sedici anni a Los Angeles, tredici con la New York Philharmonic, record per l’orchestra, dove, superando anche alcune diffidenze, innalza il livello della compagine con iniziative importanti, come intercettare i talenti più giovani e interessanti, inserendoli in un gruppo maturo e coeso. Nel giro di pochi anni, l’orchestra cambia metà degli elementi, abbassando drasticamente l’età media. Ma se c’è una compagine che possa definirsi casa sua, quella è la Israel Philharmonic Orchestra. Dal 1977, per ben quarantadue anni – dal 1981 direttore musicale a vita – Mehta dirige un gruppo che cura in ogni dettaglio: dalla crescita musicale all’ampliamento del repertorio, dalla fama internazionale alla capacità di attrarre i più grandi artisti. Un amore che ha travalicato le questioni prettamente musicali e si è aperto anche a quelle socio-politiche, con il musicista pubblicamente impegnato nella “questione mediorientale”. Non basterebbero volumi per raccontare gli snodi di una collaborazione che, in certi momenti, è divenuta manifesto politico, grido di denuncia e luogo di dialogo. Tante volte il musicista ha fatto sentire la sua voce e spesso ricorda, anche con un pizzico di amara ironia, diversi episodi. Nel 1978, dopo la firma degli accordi di pace, il direttore aveva esortato il primo ministro israeliano Menachem Begin a inviare l’orchestra al Cairo come gesto di buona volontà. “Non reagì affatto”, racconta Mehta, “ma quello sarebbe stato il momento opportuno per farlo”. Nel 1996 la Filarmonica di Israele stava per esibirsi in Giordania, su espresso invito della regina Noor, quarta e ultima moglie del re Hussein. Il concerto saltò con questa motivazione, espressa dalla stessa regina: “C’è un nuovo governo con Netanyahu; mio marito vorrebbe vedere come vanno le cose”. Non se ne fece più niente. Nel marzo 2014, in Israele, il contesto politico e di sicurezza vedeva i negoziati diplomatici in stallo e un crescente clima di tensione. Un costante deterioramento del quadro politico e securitario che esplose con il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti israeliani in Cisgiordania. Tra luglio e agosto, Israele lanciò l’operazione “Margine Protettivo” iniziando l’ennesima guerra contro Hamas all’interno della Striscia di Gaza. “Nutro un amore così profondo per questo Paese, Israele, che considero una tragedia ciò che sta accadendo”, tuonò Mehta in quelle ore, parlando apertamente di un Paese che vedeva andare nella direzione sbagliata. “Sono un amico di Israele, ma vivendo in una democrazia esprimo liberamente le mie opinioni”. Nel corso degli anni, le responsabilità musicali e le sue idee politiche non hanno risparmiato al direttore indiano spiacevoli episodi anche in giro per il mondo: le forti proteste di un gruppo di filo-palestinesi durante un concerto ai Proms di Londra, o i fischi e il conseguente abbandono della sala per aver eseguito Wagner in Israele. L’amore di Mehta per l’orchestra e per il popolo israeliano è rimasto però intatto. “Israele è la mia terza casa, dopo l’India e New York”; una dichiarazione che spiega l’impegno continuo nel fare arte anche lì, nel far sentire la sua voce ed essere sempre molto vicino al popolo israeliano affinché possa realizzarsi una pace duratura. Mehta ritiene che gli unici a poterla concretizzare siano i giovani, grazie alla loro capacità di desiderare e comunicare. Rinunciare, negli ultimi mesi, a tutti i concerti con la “sua” orchestra gli è costato tanto. Ma a un Parsi come lui, cresciuto con il motto “pensare bene, parlare bene, agire bene”, non sono certo piaciute le scelte del governo Netanyahu: “Ho annullato tutti i miei impegni in Israele quest’anno a causa della mia disapprovazione per il modo in cui il signor Netanyahu sta trattando l’intera questione palestinese”, ha dichiarato Mehta in un’intervista a India Today, salvo poi far trapelare che a fine anno riprenderà la collaborazione con nuovi appuntamenti. Nel nostro Paese, Mehta ha vissuto due grandi amori, quelli con Luciano Pavarotti e con il Maggio Musicale Fiorentino. Con il tenore vi fu un lungo sodalizio artistico che li vide insieme in tante produzioni, ma soprattutto nel famoso concerto dei Tre Tenori del 1990 alle Terme di Caracalla di Roma. Un evento planetario, alla vigilia della finale del campionato del mondo di calcio, che fece conoscere il nome del direttore anche tra coloro che abitualmente non seguono la musica colta. A Firenze, poi, Mehta si sente a casa, e la gente lo considera un vero e proprio punto di riferimento culturale. Nella Sala Grande del Maggio Fiorentino ha festeggiato i suoi 90 anni, ovviamente alla guida del coro e dell’orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, eseguendo la Sinfonia n. 9 di Beethoven, a celebrare un sodalizio che supera i sessant’anni: il suo debutto fu al Teatro Comunale nel 1962, con il Concerto di Schumann suonato da Friedrich Gulda e, a seguire, la Prima Sinfonia di Mahler. Nel 1964, La traviata segnò il suo esordio con la partitura verdiana e col melodramma in Europa. L’anno successivo, Tosca, poi una serie di progetti culminati nel 1985 con la nomina a direttore musicale e nel 2017 a Direttore onorario a vita del Maggio Musicale. Con i musicisti, Mehta vive in simbiosi, conoscendo ogni componente di orchestra e coro e legandosi alla vita della città. Nel 1986, la Rai girò un documentario a Firenze e gli chiesero di fare da voce narrante all’interno della Sala Botticelli degli Uffizi. Qualche anno dopo, Mehta acquistò una casa in collina tra Romola e Cerbaia; uno spazio di serenità dove vivere con sua moglie Nancy e coltivare un giardino ricco di piante di limoni. Qui il direttore trascorre ore di studio e riposo quando non è in teatro a provare. L’“indiano”, come lo chiamano bonariamente gli amici più stretti, non dimentica però le sue battaglie e durante gli anni della crisi del Maggio si espone in prima persona, denunciando i tagli alla cultura e invitando tutto il sistema paese a proteggere il Maggio Fiorentino come patrimonio non solo di Firenze, ma di tutta l’Italia. Nel nostro Paese, Mehta ha vissuto due grandi amori, quelli con Luciano Pavarotti e con il Maggio Musicale Fiorentino Il Maestro appare di nuovo in cartellone a fine settembre con la Sinfonia n. 2 “Resurrezione” di Mahler, lui che aveva conosciuto Alma Mahler negli anni newyorkesi, rivelando la sua predilezione per la musica di Gustav. L’incisione della “Resurrezione” del 1975 con i Wiener Philharmoniker è iconica perché fresca, dinamica, “capace di spingere ogni sezione a suonare senza risparmiarsi”. In quell’occasione il trentaseienne Zubin Mehta svetta poderoso, sicuro sul podio della Sofiensaal di Vienna. Oggi, a chi gli chiede se pensa al ritiro, risponde deciso: “Un direttore non si ritira mai”.

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