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Il dramma della Rai a spizzichi e mattoni | Collector
Il dramma della Rai a spizzichi e mattoni
Il Foglio

Il dramma della Rai a spizzichi e mattoni

Sì, certo, gli ascolti in calo. Va bene, TeleMeloni non è proprio riuscita; ok, la tv generalista è in declino. Ma il vero dramma si consuma altrove. Il dramma della Rai , la “più grande azienda culturale del Paese”, è anche immobiliare, e va in scena a Roma Sud, mentre il governo a trazione romasudista deperisce, assai dolcemente. Ma andiamo con ordine. L’ultimo caso riguarda il Teatro delle Vittorie, leggendario teatro di posa romano, che sta per essere messo in vendita con grande scorno della società civile. E’ obsoleto, troppo costoso, dice l’azienda (culturale). La società civile reagisce. L’appello è arrivato da Renzo Arbore, che sul Messaggero ha detto che “Solo Fiorello potrebbe salvarlo”, e lo showman non si è fatto attendere: nel suo “ La Pennicanza” ha detto che venderlo è un “crimine contro la storia dello spettacolo italiano”. Il tempio di Mina, Raffaella Carrà, Walter Chiari, Pippo Baudo... Ecco dunque un blitz in via Col Di Lana, quartiere Prati-Delle Vittorie, appunto, un cartello con scritto “questo teatro non si dovrebbe vendere” . “Dicono che non è tecnologico: ma allora vendete pure il Colosseo” ha ribadito poi Fiorello. E ancora, il giorno dopo, ha fatto un appello ai “miliardari italiani”, e poi ha tentato di chiamare il ministro della Cultura Giuli, gli ha mandato un vocale con una proposta: lo compri lo Stato, lo prenda il ministero, visto che è pure vincolato dalle Belle arti. Giuli ha prontamente risposto che farà tutto il possibile, e che “si potrebbe costruirci un bel teatro sinfonico, affidandolo a… Beatrice Venezi”. Sicuramente una boutade, del resto ormai non si capisce più niente, cosa è vero e cosa è un meme, e allora scherzo per scherzo al Delle Vittorie ci si potrebbe fare perfino una Biennale, del consenso, non certo del dissenso, per celebrare 100 anni di lottizzazione bipartisan. O un salone del Mobile. Quello magari a viale Mazzini, dove sorge l’altro grande rovello Rai. Il palazzone di vetro e acciaio, quello col famoso cavallo rampante, è oggi deserto, sprangato. In ristrutturazione, per levare il tragico amianto di cui è zeppa la struttura opera dell’architetto Berarducci, primo edificio interamente d’acciaio della capitale d’Italia, edificio che a volo d’uccello ricorda una grande R. In teoria, i lavori, affidati all’eminentissimo studio milanese Citterio, che ha fatto tutti gli hotel Bulgari, dovrebbero finire nel 2030, ma, se anche il mondo esisterà ancora nel 2030, e non è scontato, tutti sospettano che la Rai, “a Mazzini” come si dice in gergo, non tornerà mai più (ci risparmiamo la battuta sull’eternità delle questioni provvisorie a Roma). Allora vale forse la pena acchittare una piccola Spoon river del palazzone a 8 piani, la rappresentazione più palese che Fantozzi non era fiction bensì saggistica, coi ficus esponenziali via via che si sale, e la finta pelle che diventa vera. Prima di chiudere, il palazzone ospitava 1.600 persone, divise per rigida gerarchia padronale: al primo piano amministrazione e Rai 3. Al secondo Rai Fiction; al terzo la direzione del personale, al quarto Rai2 e ufficio stampa; al quinto (si sente quel leggero capogiro salendo verso gli acquari dei dipendenti e le poltrone di pelle umana), al quinto si diceva Rai 1; al sesto amministrazione, finanza e controllo e ufficio legale; al settimo, presidente, amministratore delegato, autorità varie. All’ottavo, tragica sala mensa (si andò, anni fa, in pellegrinaggio, nella bolla spazio temporale Rai c’erano ancora gli gnocchetti alla vodka in menu, era rimasto tutto agli anni Ottanta). E pure una rete anti-suicidi, perché la Rai può essere stressante. Anche Scola era forse un documentarista, e se non corrisponde al vero l’ufficio che si allargava e restringeva di “La terrazza”, a seconda delle fortune del momento, un funzionario Rai mi racconta di un caso reale, pochi anni fa, quello di un dirigente del quarto piano che, raggiunta l’età della pensione, si rifiutò di andarsene. Asserragliato nel proprio ufficio, a nulla valsero le telefonate di direttore del personale, direttore generale, vari potenti a salire, fino all’allora ministro Franceschini. Non ne voleva sapere: finché il genio parastatale di qualcuno studiò una soluzione. Si trovò un bugigattolo usato per le scope e i detersivi, tipo due metri quadri, si mise una bella targa col nome del dirigente che viveva nella negazione, ed egli finalmente si spostò. Forse è ancora lì dentro. E poi c’era la storia di quell’altro dirigente Rai – si era in pieni anni Cinquanta – sorpreso in un carnale convegno con la segretaria, dunque scandalo e choc, ma venne fatto prontamente sposare, con la segretaria, e il caso finì a confetti. Ma l’aneddotica Rai è troppo vasta, si rischia di cadere nel cliché, eppure il palazzo è stato anche una grande spugna di gusti, manie, tic del Novecento. Per esempio, entrando, superate le garitte della sorveglianza, inserito il “passi” bianco e blu nei tornelli (il “passi” non funzionava mai, era una regola scolpita nella pietra, più che nell’acciaio Rai, c’era sempre un uscere esperto che interveniva, “funziona solo quello di destra”, o sinistra, o centro, se non lo sapevi vuol dire che non eri consustanziale al mondo Rai), insomma entrati nell’atrio, ci si ritrovava in un grande giardino giapponese (di nuovo, Fantozzi, si pensava al cane Pier Ugo). Invece no, il Giappone era la mania del vice dg Gianfranco Comanducci, uno dei tempi della presidenza Moratti, uno che aveva la mania appunto nipponica. Oltre a quella ciclistica, arrivava infatti in bici (come il visconte Cobram della omonima coppa) e la bici gli fu fatale, cadde infatti pedalando a villa Borghese, e ottenne un mega risarcimento da 500 mila euro. Nel giardino, vicino al cavallo, sorgeva poi un enorme banano, voluto da un certo Romano Clarizio, una leggenda alla Rai, un tizio che operava come facchino e tuttofare per l’ufficio stampa. L’uomo con più straordinari nella storia dell’azienda, ricordano, tra le varie incombenze decise di seminare dei semi di banano nel giardino, e così sorse quell’enorme fusto. E chissà che fine farà adesso il banano della Rai. E chissà che fine farà anche la collezione d’arte, gli enormi arazzi di Ottone Rosai del settimo piano, e le sculture, e i quadri, perché negli anni Sessanta si investiva molto in arte, altro ghiribizzo di qualche dirigente. Molti temono che il palazzone Rai diventerà un albergo, vista la deriva overturistica della città. Ma chissà dove andranno i dipendenti. O dove sono già. E qui arriviamo veramente alla pietra dello scandalo. Perché i dipendenti Rai sono abituati a vederne di ogni, niente gli viene risparmiato, ma a una sola cosa non erano preparati: finire a Roma Sud. Traversie politiche, rovesci governativi, purghe, ricatti, voltafaccia, tutto hanno visto e tollerato. Ma non di uscire dal loro stato-cuscinetto di Prati (al massimo, a Saxa Rubra detta “Saxa”, agglomerato con microclima boscoso, ancora più a Nord di Roma Nord). Il romanordismo è parte dell’identità Rai. Piuttosto, a Milano, ma mai a Roma Sud. Anche perché Roma Sud, se mai ha avuto appeal, lo ha avuto in quanto land of Meloni (più giù, ancora più giù, sorge il Torrino, quartier generale delle sorelle). Ma adesso, dopo il referendum, l’aria è cambiata, e con quel barometro sensibilissimo che ha incorporato, alla Rai se ne sono accorti prima degli altri. L’aria di Roma Sud non la vuole respirare nessuno. Ma l’impensabile è accaduto. Infatti, dei 1.600 che albergavano a Mazzini, 1.000 sono da mesi appunto deportati in un palazzone sulla via Cristoforo Colombo. “Sta a Severo”, ti dicono, di qualche funzionario, con un tono che sarebbe lo stesso per dire “l’hanno mandato in Caienna”. Palazzo Severo, nella omonima via Severo, è un chiaro edificio a due torri che sorge in quella avenida un po’ brasiliana che porta verso l’Eur e il mare, quella che Mussolini progettava per la Terza Roma (poi ci venne Roma Tre, meglio). Per arrivarci, a via Severo, bisogna scendere un bel po’ più giù dell’altro compound di industrie culturali in crisi, il gruppo Gedi con la Repubblica e le sue torri, che da due sono diventate una e poi ora mezza. Sono altri due chilometri, si supera il palazzo della Regione Lazio (set della megaditta fantozziana in alcune pellicole di Villaggio) e si arriva al palazzone che è da tutti conosciuto come il “Wind”, già dell’azienda telefonica, che aveva delle guglie biancastre, dei pronai neopalladiani che uno riconosceva tornando dal mare o da Fiumicino, ma adesso le forme postmoderne che sarebbero piaciute a Robert Venturi non ci sono più. Arrivando, in motorino, in una calda mattina di fine aprile, la via Severo è ordinata, e scatta il solito pensiero quando si esce dal quartierino: “ma sai che Severo pensavo peggio?”. Funzionari o vip radiotelevisivi non se ne vedono in giro. Nessuno ci vuole venire, raccontano, e chi ha un qualche peso lo ha fatto pesare: i dirigenti, i pezzi grossi, hanno provato a rimanere “in” Prati, spostandosi a via Asiago, sede anche della radio Rai. Ma l’ordine è “farsi vedere”, a Severo. Così l’ad Giampaolo Rossi ha il suo ufficio qui, e ogni tanto compare. L’amministrazione, l’ufficio stampa e pubblicità, occupano il quarto piano del nuovo mammozzone. Mammozzone moderno, modernissimo, tanto moderno che non ha neanche scrivanie per tutti, bensì i micidiali open space, per cui la spedizione dei mille si rifugia nei bagni per telefonare o compiere intrighi di palazzo. O solo per lavorare: perché appunto non ci sono le scrivanie per tutti, e qui il genio fantozziano Rai è sempre al lavoro, ed è stato stabilito che gli sfortunati deportati a Severo devono armeggiare di giorno in giorno su una app dove prenotarsi (non si sa se progettata in-house, tipo la “Netflix della cultura” di qualche anno fa, o da qualche startup siliconvallica). Molti si sono ribellati. L’ufficio stampa, pare, è riuscito a scampare al sorteggio. “Allora non ci veniamo” è il grido di battaglia. E del resto come li trascini i giornalisti fino a Roma Sud, per le conferenze stampa?Allora, ci si collega in streaming. E poi non c’è la mensa, addio agli gnocchetti alla vodka! E costa pure caro, il mammozzone, l’affitto si vocifera sia sui cinque milioni l’anno. Ma è il non plus ultra tecnologico. Campus Severo. “Un progetto integrato. Un immobile di circa 12.000 mq, che offre alla RAI, turn-key, un ambiente di lavoro moderno ed efficiente”, dice il comunicato. Turn key! Sarà come chiavi in mano, ma a Roma Sud? Il comunicato prosegue: “L’edificio, già oggetto di un primo intervento per renderlo multitenant” (multitenant!) è stato ulteriormente adattato per ospitare uffici open space, sale riunioni, uffici direzionali, aree break, spazi di collaborazione, un coworking, una mensa e un auditorium. I lavori sono stati realizzati grazie al team di Design & Build, società del gruppo Cushman & Wakefield Italia. È prevista inoltre la certificazione LEED, a conferma dell’attenzione alla sostenibilità e alla qualità dell’ambiente di lavoro”. Non si sa cosa sia Leed, non c’entra credo con le lampadine o la città inglese, ma insomma è tutto modernissimo. La Cupertino di Roma Sud. Non si capisce proprio perché questi dipendenti Rai non ci vogliano venire, in questo Severo-Cupertino. Nel bar sotto, il proprietario, il signor Enzo, istituzione del quartiere, qui dal ‘58, dà una interessante spiegazione sociologica. “Vengono a prendere il caffé, i nuovi della Rai. Vengono funzionari, l’ad Rossi, ma pure Rocco Papaleo e gli attori del Paradiso delle signore”. La nuova clientela però “ha l’aria spaesata, sembra che siano arrivati allo sprofondo” rileva l’esercente. “C’è una giornalista di Isoradio che si aggira disperata, col cane, come se fosse in mezzo al nulla”. Ma come mai? “Perché hanno il terrore di Roma Sud”. Ma ancora con la vecchia solfa, due mondi che non si parlano? Nell’epoca del multitenant e del Leed? “Dicono che è impossibile arrivare, ma non è vero, puoi prendere la metro B fino a San Paolo. E se si viene in macchina, qui abbiamo un sacco di parcheggi, pure gratis, con le strisce bianche”. Ma niente, convincere il romanordista a prendere la metropolitana è come convincerlo che Roma Sud non è male. “Che poi si atteggiano tanto, ma se indaghi un po’ so’ tutti de fuori Roma, de provincia, altro che Roma Nord”. Il signor Enzo è scettico. “Uno mi ha detto: ci vuole un po’ per adattarsi”, insomma l’inserimento a Roma Sud ha i suoi tempi. “Ma prima te adatti, meglio è: questi pensano de tornà a Mazzini, ma Mazzini è finita, kaputt. Er cavallo è morto”. Qui non c’è cavallo e manco più ci sono le guglie. “Era bellissimo con le guglie, le hanno tolte, e hanno messo una scalinata grigia, sembra un ospedale”. Ma in definitiva “Je conviene cercà casa qua, che costa pure molto meno. Stanno facendo nuovi palazzi, anche un bosco verticale”. No, il bosco verticale A Roma Sud non ce la possiamo fare. Ma questo quartiere come si chiama esattamente? “Non ha proprio un nome. Confiniamo con la Garbatella, con San Paolo, l’ Eur, la Cristoforo Colombo…”. Ho l’impressione che si chiamerà Severo, d’ora in poi. Una parola che i cavalli della Rai li farà nitrire. “Però poi quando provano il mio cappuccino rimangono sbalorditi” dice sempre il signor Enzo con orgoglio romasudista. “Per forza, sono abituati a quelle schifezze di”, e nomina un famoso bar che per mezzo secolo è stato la sede di caffè, aperitivi, “conventicole” avrebbe detto il professor Iacovoni di “Caterina va in città”. Perché Prati, la Rai, a Mazzini, ha rappresentato non solo un mondo, ma anche un indotto: bar, ristoranti trattorie… ogni dirigente aveva il suo, ogni starlette le sue abitudini. Resiste Dante, dove a colazione si possono trovare antiche dive della tv di Stato, che forse continuano a venir lì senza accorgersi che la tv di Stato non c’è più. Mille miglia più a sud da Mazzini, salutato il signor Enzo, do un’occhiata in giro “a Severo”. Certo, non è Prati, non c’è Settembrini e i negozi fichetti. C’è una bocciofila, proprio davanti alla nuova Rai, un centro anziani. Un pratone, e una spianata di camper un po’ arrugginiti, tipo accampamento, uno con un grosso murale di Arsenio Lupin sopra. Però volendo si può gentrificare, forse si sta già gentrificando, supero un ristorante, “Treccia-Cucina di mercato”, un solarium, poi una sfilza di parrucchieri, che beneficeranno di tutto il trucco e parrucco Rai. Ecco un’agenzia immobiliare. Alla Tecnorete di via Severo dicono che no, “ci siamo anzi rimasti un po’ male. Ci aspettavamo che quelli della Rai venissero almeno a informarsi. Ma niente, gli unici sono due clienti che già abitavano in zona”. Lasciamogli tempo di adattarsi. Ma quanto costano le case qui? “Sui tremila al metro, dipende poi dai palazzi. Meno nei palazzi inclinati”. Come inclinati? “Sì, perché qui in zona passano corsi d’acqua sotterranei. Alcuni palazzi si assestano e si inclinano”. Quelli inclinati costano meno? “Sì”. Insomma, dritto o inclinato, con cavallo o senza, tremila al metro, e quando ti ricapita. Che poi Severo, apprendo, da non confondersi con Settimio, e a differenza del predecessore Eliogabalo, viene ricordato come un imperatore serio, non smodato, non pazzo. E’ famoso anche per il celebre motto: “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”. Che potrebbe essere anche un grande claim Rai (senza nulla togliere all’antico “di tutto, di più”, che va sempre benissimo, a Roma Nord come a Roma Sud, ci mancherebbe, vabbè).

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