Il Foglio
Il fatto che la stagione di Luka Modric con la maglia del Milan si sia conclusa con uno zigomo in frantumi, doloroso lascito di un duello aereo con Locatelli, arrivato quando uno dei peggiori big match della storia del calcio italiano stava per mandare in onda i titoli di coda, la dice lunga, lunghissima, sull’approccio che questo venerabile maestro ha saputo tenere in un campionato il cui livello è distante chilometri e chilometri dal grande show che va in giro per l’Europa il martedì e il mercoledì. Avrebbe potuto serenamente alzare il piede dal pedale, per status e classe , scegliendo di gestirsi, di selezionare le partite in cui utilizzare i propri gettoni migliori. Invece lo abbiamo visto macinare chilometri come un incontrista qualunque (con 10,1 chilometri a partita, soltanto Rabiot in casa Milan ha corso più di lui), spendersi per un raddoppio di marcatura, mettersi al servizio di una squadra che da metà stagione in avanti ha iniziato a produrre un calcio sempre più faticoso per gli occhi di tifosi e osservatori neutrali . Modric è diventato sempre più spesso non tanto un rifugio tecnico, l’uomo al quale consegnare il pallone per tenerlo al sicuro, quanto un esempio da seguire: se corre lui, se fatica lui, allora corro anche io, fatico anche io. Poteva specchiarsi negli anni di lustro al Real Madrid, nel Pallone d’Oro , nelle mirabilie mostrate in due decenni con la maglia dell’amata Croazia. Invece si è messo lì, davanti alla difesa, ruolo che in sostanza non aveva mai ricoperto con continuità nemmeno durante le stagioni splendenti di Madrid, quando alle spalle aveva il fido Casemiro a proteggere le sue scorribande e quelle di Toni Kroos. Reinventarsi a 40 anni, in un campionato mai esplorato prima, per il puro gusto della sfida. La vera essenza dei fuoriclasse. Chi temeva che Modric potesse venire in Italia a svernare è stato smentito fin dalle primissime uscite. Chi era convinto che dovesse spegnersi come una candela consumata dal tempo si è dovuto ricredere quando l’ha visto emergere dal fango di una partita sofferta come quella di Pisa per andare a segnare un gol di pura rabbia e intelligenza calcistica, con la sua innata capacità di capire un momento prima degli altri la direzione di un pallone abbandonato con lo sguardo da tutti. Doveva onorare l’opportunità di camminare sulle orme del suo idolo d’infanzia, Zvonimir Boban: il Milan era una questione quasi sanguigna . Fin dall’inizio ha insistito sull’importanza della vittoria, perché Modric è abituato a riconoscerla come faro principale della sua esistenza. Lo ha fatto quando era possibile e anche quando sembrava tutto ormai sfumato, perché questo Diavolo è lontano da quello ammirato a distanza negli anni Novanta . La vittoria non è arrivata ma Modric non può dire di aver perso, perché da splendido quarantenne ha insegnato ancora calcio, diventando ispirazione diretta per chi lo ha affrontato in questa stagione. E il Milan si è comunque arrampicato alla qualificazione in Champions League, teatro che conosce come le sue tasche e sul quale potrebbe recitare ancora una volta da protagonista nella prossima stagione, anche se al momento il rinnovo non è stato ancora siglato: spetterà a lui decidere, forte di un’opzione inserita all’atto della firma con i rossoneri. Prima, però, c’è il Mondiale, realisticamente il suo ultimo ballo con la maglia a scacchi bianchi e rossi, al quale arriverà dopo un mesetto di riposo anticipato per via della frattura allo zigomo. Ed è probabile che Modric decida di aspettare proprio la Coppa del mondo prima di prendere la decisione. Se dovesse restare, l’ipotesi di un utilizzo più ponderato nella prossima stagione diventerebbe quantomeno un fattore da tenere in considerazione: se quest’anno si è speso fino all’ultima goccia di sudore, con 33 presenze in campionato e un solo riposo, guarda caso in un turno infrasettimanale con la Fiorentina a metà gennaio, con una Champions League in più da affrontare potrebbe davvero profilarsi un utilizzo diverso, il vestito della festa da spolverare per le grandi occasioni e magari nell’ultima mezz’ora nelle gare di campionato tra un impegno e l’altro, anche perché il Milan è da sempre particolarmente sensibile alla “musichetta” che era tanto cara ad Adriano Galliani nella sua epoca d’oro. Non ha parlato tanto, Modric, ma quando lo ha fatto ha lasciato il segno, come nel racconto al Corriere della Sera di un’infanzia vissuta schivando le bombe. Al nonno, di cui porta il nome con orgoglio, andò peggio: “Una ferita terribile. Era il dicembre del 1991, avevo sei anni, una sera non tornò a casa. Andarono a cercarlo, gli avevano sparato in un prato ai margini della strada. Aveva 66 anni, non aveva fatto nulla di male a nessuno”. Il calcio, lo sport per il quale vive, al quale pensa in ogni momento della sua vita, gli ha consentito di fuggire persino dai ricordi delle granate, di elevarsi a eccezione partendo da un fisico normale, di lasciare che i piedi parlassero al suo posto. I ritmi blandi della Serie A certamente ne aiutano le geometrie , dandogli quel mezzo secondo in più che in contesti frenetici come il sontuoso Paris Saint-Germain-Bayern Monaco appena andato in scena verrebbe a mancare come l’acqua del deserto. Siamo diventati periferia dell’impero e ci stiamo tristemente abituando a esserlo, e allora non ci restano che queste gocce di splendore arrivate magari fuori tempo massimo, nella speranza di tornare a essere noi, un giorno, a tracciare la strada a livello mondiale. Finché questo non sarà possibile, almeno godiamoci Modric e quelli come lui, artisti che non rinunciano all’arte, che amano la fatica e il pallone, la poesia ricorrente e immortale di un calcio d’angolo battuto a mestiere.
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