Il Foglio
Rancore, 37 anni, è uno dei rapper più rispettati della scena italiana, titolare di sei album e di un paio di sconfinamenti nel mainstream sanremese, una volta come ospite di Daniele Silvestri e una seconda a titolo personale nel 2020. Un percorso coerente che gli ha fruttato buoni riconoscimenti che ora potrebbero conoscere una decisiva impennata in coincidenza con la pubblicazione di “Tarek da Colorare” il suo nuovo lavoro a lungo formato, dove Tarek è il suo vero nome, mentre Iurcich è il cognome, madre egiziana e padre italiano di origini istriane . Già dai primi solchi l’album rivela infatti un progetto singolare e un livello piuttosto sbalorditivo: a richiamare l’attenzione non è solo la perizia e spesso il virtuosismo acrobatico di Rancore nel rappare, ma in primo luogo lo slancio deciso che anima il prodotto nel suo complesso, a cominciare dal suo principale centro d’interesse: l’uso del linguaggio . Da subito “Tarek da Colorare” si rivela un esperimento culturale sulle possibilità della parola spinta verso i limiti, non solo in chiave comunicativa, ma fonetica, teatrale, rumoristica, ironica. Si parte con “Fanfole” un testo surreale mitragliato muovendo dall’omonima opera di Fosco Maraini di componimenti poetici metasemantici e dalla sua valanga di parole inventate, o ripescate, o dimenticate, montate e smontate giocando in modo onomatopeico. Non è un episodio isolato: tutto il disco si rivela, un pezzo dopo l’altro, uno viaggio culturale davvero strano, al seguito delle curiosità di un autodidatta vorace di conoscenza, che ci accompagna in visita al suo repertorio di scoperte e citazioni che contemplano la poetica baudeleriana de “I fiori del male”, Charlie Chaplin, il “Codex Seraphinianus” e perfino il gatto di Schrodinger , quello che illustra il paradosso della meccanica quantistica, facendosi trovare, dentro la famosa scatola, al tempo stesso, vivo e morto. Beh, confessatelo: non sarebbe quello di cui v’aspettate di sentir parlare in un nuovo disco di rap italiano. Sentite qui: “…Mi prendi per il culo e vuoi misurare in pollici / Una tela grande quanto spazi cosmici / E pensi che piegando lo spazio del mio palco / Che vuoi misurare in Coulomb / La gravità legata ai tempi comici (che cazzo sta a dì questo?) / Cos’è successo a Tarek, dov’è l’ago nel pagliaio? / Il mago nel pagliaccio / D’estate quante tracce, mortacci se ballate / Io sulla sdraio che risolvo parolacce crociate / Ora chiamami Bastian contrario / Nuova stella, Morningstar d’Italia / È vero, ho letto Baudrillard / È chiaro che ‘n c’ho capito un cazzo…” – ecco un piccolo estratto del ritmico diluvio di parole che in questo caso Rancore ha intitolato “Neminem” , facendo il verso a Eminem, ed echeggiando, anche nell’approccio, “Slim Shady”, concludendo che lui però si sente Ne-mi-nem, ovvero Nessuno, cantastorie di un possibile post-rap che si adatta a uno standard di stile, ma approfondisce la ricerca nei contenuti. Così, poco alla volta, l’ascolto di “Tarek da Colorare” si rivela un’esperienza da rincorrere, cercando di star dietro al vorticare delle sue rime, incluse quando, di colpo, si mette a rappare in arabo o in latino. Anche il suo personale ritratto della città a cui sente d’appartenere, “Roma non Può”, luogo dove “i gabbiani mangiano carpaccio dalle monnezze”, lascia esterefatti per visionarietà e per il punto di vista angolare, inedito, in cui Tarek s’appollaia per partorire il suo resocnto. Insomma, all’indomani della lunga sbornia trap e della sua festa dell’indolenza e del godimento senza domani, incontrare una proposta di questo genere è un evento rinfrancante che restituisce corsa e valore a un genere che appariva irrimediabilmente affaticato . Rancore mette in beat una poesia urbana che sa essere al tempo stesso ermetica, torrida e romantica e la scandisce con uno stile fitto che talvolta richiama quello del Fabri Fibra più convinto, mentre attorno alla sua musica transitano altri talenti diversissimi tra loro, da Dardust, ormai principe delle produzioni italiane, a uno skit di Valerio Lundini, alla citazione dell’Endrigo-Rodari di “Ci vuole un Fiore”, all’evocazione della parola “nuda” di Giuseppe Ungaretti. Un caravanserraglio italiano che mescola realtà, surrealtà e immaginazione, incastrando metriche precise, dialoghi interiori, suggerimenti e stimoli per chi ascolta, verbo popolare e futuristico, sacro e profano. Perciò un piccolo capolavoro che non deve passare sotto silenzio, come del resto ammonisce lo stesso Rancore, ragionando che “le canzoni alla fine sono radiofoniche solo se non ti distraggono quando ci parli sopra”.
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