Il Foglio
La musica non si è mai fermata, è l’industria ad averlo fatto. L’emozione oggi è l’arma più potente che abbiamo e allo stesso tempo quella che ci fa più paura”. Tiziana Tosca Donati racconta al Foglio cosa vuol dire attraversare quasi 35 anni di discografia restando libera e lontana dalle mode. Mentre il mercato celebra il rito dell’inciso acchiappa-like e dei “produttori da palestra”, che lavorano di copia e incolla, lei pubblica “Feminae” . Disco nato da una sofferenza necessaria perché, come spiega lei, “un progetto deve avere un cuore, non può essere studiato a tavolino”. Il titolo glielo ha regalato Renzo Arbore. Il “patriarca della libertà artistica” le ha insegnato a guardare dove gli altri non vedevano. Non la “femmina” venduta come immaginario da osteria, “né significa ostentazione o sterili rivendicazioni ma quella che accoglie, protegge, fa squadra e dà la vita”. E’ un disco di consapevolezza che arriva sette anni dopo “Morabeza” e sembra essere scolpito più che registrato. Si apre con “Vissi d’arte”, dall’opera lirica “Tosca” . E si muove visivamente tra i laboratori di sartoria e scenografia del teatro dell’Opera di Roma. Qui Tosca indossa gli abiti delle eroine del melodramma, dalla Traviata di Zeffirelli a quella di Sofia Coppola. Donne che “arrivano sempre tardi, disgraziate e immense”. Il progetto parte con un’immagine: Tosca seduta in un bar di Parigi a fare “il cast delle badanti” per il padre malato. Era in città per sostenere la candidatura di Roma a Expo 2030, ma il suo cuore era altrove. Lì avviene l’incontro con il cantautore Pacifico ( Luigi De Crescenzo ). Parlano dei rispettivi genitori, di ricordi e di radici che si sfibrano. Pochi giorni dopo, a seguito della morte del padre di Tosca, Pacifico le invia “Primavera”, “un cerchio che si chiude tra la Senna e il Tevere”, arricchito da un interludio “per far respirare la canzone”, racconta lei. L’album, così come i suoi recenti live all’Auditorium, diventa un sarau portoghese , “un convivio di anime che riconosce lo stesso battito”, aggiunge. Sotto la produzione di Joe Barbieri, Tosca tesse una rete di “sorellanze”. C’è il duetto con Carmen Consoli in “Silencio”, dove i fiori diventano metafora di una bellezza fragile, Stacey Kent si mette a nudo cantando in italiano “Soledad” di Jorge Drexler e infine l’anima profonda del Brasile con Maria Bethânia (“Io non esisto senza te”), scortata dal pianoforte di Rita Marcotulli e dalla tromba di Paolo Fresu , per celebrare la saudade. Questa rivendicazione di autenticità attraversa anche le collaborazioni più inaspettate. C’è l’eredità di Ornella Vanoni in “Per un’amica”, registrata da Tosca “in uno stato di grazia e ansia da prestazione”. Perfino il rap entra in questo mosaico con “Esiste la vergogna”, scritta con Giovanni Truppi e Gegè Telesforo dove la cantante, insieme a Mama Marjas , punta il dito “contro l’indifferenza e l’ipocrisia del nostro tempo” e per ribadire una distanza siderale da certi standard attuali. Tosca definisce infatti i produttori moderni “scienziati della musica che cercano l’iper-perfezione tecnica perdendo l’umano. Gli Ogm musicali non mi sono mai piaciuti”, dice ricordando il tentativo fallito di un produttore inglese di trasformare la sua arte in un “tunz tunz standardizzato” molti anni prima. La sua risposta, oggi, è l’Officina Pasolini, il laboratorio dove prova a insegnare ai giovani l’artigianalità . “Vittime di un sistema dove i live club sono spariti e i talent sono diventati l’unica via d’uscita, oggi i ragazzi pensano che cantare sia un insieme di incisi”. Con la stessa attitudine, Tosca ricorda la vittoria a Sanremo trent’anni fa con “Vorrei incontrarti fra cent’anni” insieme a Ron : “Eravamo bambini dentro, durante il Festival ci siamo fatti aprire il cinema a Ventimiglia per vedere ‘Babe maialino coraggioso’”. Dopo l’enorme successo dell’Ariston, la decisione coraggiosa di strappare i contratti e mettersi a studiare con i giganti – Dalla, Fossati, Zero – per non essere solo un prodotto, ma un’interprete e un’artigiana di emozioni. Un’identità che da novembre ritroverà il suo spazio naturale nei teatri, in un viaggio che toccherà Roma, Milano, Parigi e Madrid.
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