Il Foglio
La Banca d’Italia l’ha detto chiaro e tondo: la crescita è troppo bassa e il debito è troppo alto, questo è quel che rende l’Italia a rischio. “Tassi di crescita sotto l’1 per cento non possono risolvere la situazione, serve un impegno dell’intero mondo politico per individuare quali politiche siano importanti”. E l’un per cento allo stato attuale resta un miraggio. Giancarlo Giorgetti ha ammesso che l’Italia ha ormai il debito sul pil più alto d’Europa e questo limita la nostra sovranità . Con una inflazione che può arrivare al 3,5 per cento secondo le stime dell’Ufficio parlamentare per il bilancio ( già ci stiamo avvicinando al 3 per cento ), dobbiamo aspettarci un aumento dei tassi, quindi del servizio del debito: se occorre pagare cento miliardi l’anno ogni margine di manovra s’annulla, altro che deficit al 3,01 o 2,94 per cento. Poca crescita e tanto debito è l’equazione perversa che rimanda a una sua derivata. Con la fine del Pnrr si esaurisce anche la spinta degli investimenti pubblici . Si vedrà a bocce ferme come i 200 miliardi sono stati spesi e quanto sia stato importante il loro contributo. Non è possibile compensare la loro mancanza con la spesa pubblica, nemmeno con il “debito buono”. E la spesa privata? Eurostat ha fatto un po’ di conti e ha visto che in Italia sono aumentati i risparmi e sono diminuiti i loro impieghi produttivi . “Italiani primi per risparmio ultimi per investimenti”, hanno titolato i giornali, magari con troppa enfasi sui primi e sugli ultimi, ma la sostanza è la stessa. Eppure l’equilibrio potrebbe cambiare. Ci sono circa quattromila miliardi, sui novemila e rotti che compongono la ricchezza degli italiani, destinati a impieghi finanziari . La maggior parte finisce in buoni del tesoro, diminuiscono i fondi di investimento per lo yo-yo delle borse, aumentano i depositi in conto corrente anche come conseguenza delle incertezze geopolitiche e degli sconquassi internazionali. Tuttavia c’è un tesoretto privato che potrebbe essere messo in moto destinandolo a finanziare l’economia reale, le imprese, la manifattura che continua a languire con tassi negativi ormai da tre anni. Mille e seicento miliardi sono gestiti dal private banking e l’Associazione presieduta da Andrea Ragaini che tiene oggi la sua assemblea annuale, stima che 233 miliardi siano impiegabili per investimenti (84 miliardi in azioni), come spiega al Foglio Antonella Massari , segretario generale dell’Aipb. E’ un pacchetto niente male, persino superiore a quello fornito dall’Unione europea tra prestiti e stanziamenti a fondo perduto. Potremmo dire che è il sostituto privato del Pnrr, il tappo con cui riempire il vuoto che viene a mancare, pur senza lanciarsi in voli pindarici. Non è più vero, infatti, che gli italiani sono i maggiori risparmiatori d’Europa. Lo sono stati, ma il tasso di risparmio si è via deteriorato, lo mostra chiaramente l’economista Luigi Guiso in un volume edito dal Mulino (“ Famiglie e risparmio ”, a cura del Centre for Economic Policy Research). Antonella Massari sottolinea che dalla pandemia in poi l’inflazione seguita dalla bassa crescita ha eroso i redditi reali e, anche se gli italiani continuano a mettere da parte una quota di quel che guadagnano, il tasso di risparmio è sceso all’8 per cento. E su di esso grava la concorrenza del Tesoro, pensiamo al vantaggio fiscale dei Btp con una tassazione del 12,5 per cento, la metà di quella sulle altre attività finanziarie e agli incentivi che di volta in volta il governo escogita per allettare l’offerta e attirare la domanda. Che cosa può fare il private banking cioè quel ramo delle attività bancaria dedicato proprio a indirizzare i risparmi verso gli investimenti, da parte di chi possiede almeno mezzo milione di euro? Non si tratta di varare bonus temporanei (men che meno altri superbonus) o regalie fiscali, ci vorrebbe una scelta coraggiosa basata su una gamma di interventi per rendere appetibili gli impieghi produttivi rispetto alla rendita finanziaria pura e semplice. Progetti come i Pir hanno deluso e i fondi pensione non sono decollati. L’Unione europea ha messo in campo il Sia, un modello comune per conti di risparmio e investimenti, più semplice anche nella tassazione, può servire, ma non sembra proprio la soluzione. In Italia la vera ricetta sarebbe offrire più credito, più investimenti e meno bot, potremmo concludere con questo slogan. Ma la premessa è sempre la stessa: bisogna ridurre il grande spiazzamento del debito pubblico, il macigno che assorbe le energie di chi produce e soffoca gli “animal spirits”.
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