Collector
Storia di una fuga dall’inferno russo | Collector
Storia di una fuga dall’inferno russo
Il Foglio

Storia di una fuga dall’inferno russo

Questo reportage potente e doloroso pubblicato ieri dal Washington Post è firmato da Siobhán O’Grady assieme a Serhii Korolchuk e Anastacia Galouchka, con fotografie di Carolyn Van Houten ed Ed Ram e il contributo di un ampio team editoriale. In un post su X, O’Grady ha raccontato che si tratta del suo ultimo lavoro per il Washington Post, pubblicato con tre mesi di ritardo perché “quasi tutte le persone coinvolte sono state licenziate” a seguito dei tagli alla redazione del quotidiano. “Sono molto grata ai colleghi che hanno fatto in modo che venisse pubblicato comunque”, ha scritto O’Grady. Il soldato ucraino è disteso sul freddo pavimento di cemento. Ha la barba lunga, i capelli arruffati. Ha le dita rotte. I denti gli dolgono per le carie. Si trova tra le macerie di una fabbrica nella città nordorientale di Vovchansk. Ha fame ed è stanco. La testa gli martella per le commozioni cerebrali non trattate. Il soldato tende l’orecchio per distinguere le voci russe dall’altro lato del muro. Spera che non riescano a sentire il suo compagno che geme a pochi metri da lui. Non vuole altro che aiutarlo a sopravvivere. Non c’è via di fuga. Le reti telefoniche e le strade sono distrutte. I campi sono minati. Il punto di comando ucraino più vicino si trova a chilometri di distanza. I droni russi danno la caccia a qualsiasi cosa si muova. Il soldato si chiama Roman Mongold. Ha 38 anni. E’ la fine di agosto 2025 ed è intrappolato da marzo, nel cuore di quella che i soldati ucraini chiamano “la kill zone”, una terra di nessuno tra le linee che puzza di morte. Il suo amico Andrii ha 28 anni e sta morendo per una ferita curabile: una pallottola russa conficcata nel ginocchio destro. Roman si rannicchia in un angolo. Via radio chiede al comandante altri medicinali da far recapitare con un drone. Ogni settimana gli chiede anche di inoltrare un messaggio alla moglie, Halyna. Roman e Andrii erano stati inviati a Vovchansk, una piccola città al confine tra Ucraina e Russia, per tentare di contenere l’avanzata russa verso Kharkiv , la seconda città del paese, a circa 70 chilometri a sud-ovest. I due erano arrivati separatamente – Roman a marzo 2025, Andrii a luglio. Avevano seguito lo stesso percorso: attraversare il fiume Vovcha, che taglia la città, e poi impiegare giorni per raggiungere le posizioni di prima linea più a nord. La battaglia per questo ex snodo industriale e ferroviario va avanti senza sosta dal maggio 2024, quando le truppe russe lanciarono un attacco a sorpresa. Da allora, Vovchansk è stata lentamente distrutta. A differenza di altri tratti del fronte – dove i soldati tengono trincee e rifugi tra campi e filari di alberi – qui si combatte tra condomini abbandonati e fabbriche sventrate. E’ lo stesso tipo di guerra urbana brutale che ha raso al suolo città come Bakhmut e Avdiivka: combattimenti edificio per edificio, a volte stanza per stanza. Queste unità sopravvivono grazie ai droni delle retrovie, che lanciano rifornimenti dal cielo: cibo, acqua, batterie, power bank, scaldamani, salviette, munizioni – a volte perfino lettere da casa. Russia e Ucraina cercano di disturbare i droni avversari, oppure aspettano che i soldati vadano a recuperare i pacchi per colpirli. E’ proprio durante uno di questi recuperi che Andrii è stato ferito: una pallottola gli si è conficcata nel ginocchio. Per quanto pericolosi, i droni sono il filo che tiene in vita i soldati. Li nutrono, tengono accese le radio, permettono di restare in contatto con la base oltre il fiume. Ogni settimana, la moglie di Roman invia al comandante un messaggio vocale. Lui lo trasmette via radio. Roman risponde dettando un messaggio che il comandante registra e inoltra a Halyna. Lei li conserva tutti. Li riascolta di continuo, analizzando il tono, il respiro, il ritmo delle parole, nel tentativo di capire cosa c’è dietro quel “va tutto bene”. Sa che lui non racconta la verità. Non descrive l’inferno che lo circonda. Non parla della paura. Non dice che a volte sente i russi attraverso i muri. E non ammette mai che Andrii probabilmente non ce la farà. I droni terrestri su ruote usati altrove per evacuare i feriti sono troppo pesanti per attraversare il fiume. E radunare più uomini per trasportare Andrii attirerebbe subito i droni russi. Tutti i soldati ucraini che tengono la linea a Vovchansk sanno che l’unica via d’uscita è quella da cui sono entrati – un percorso insidioso verso il fiume, impossibile per un soldato che non riesce a camminare. Tutti i ponti sul fiume sono inagibili. I soldati possono attraversarlo solo a nuoto o con un gommone. Molti droni russi sono dotati di termocamere per colpire di notte. A quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, il campo di battaglia è più insidioso che mai. I soldati affrontano continui fuochi di fucileria e artiglieria, ma sono i piccoli droni armati ad aver trasformato il fronte in una “kill zone”. La carenza di uomini rende rari i turni di rotazione. I droni a bassa quota vedono e colpiscono qualsiasi cosa si muova. I comandanti esitano a ordinare ritirate: ogni metro perso pesa nei negoziati, e spesso muoversi è più rischioso che restare. Questo significa che lungo l’intero fronte, soldati come Andrii e Roman, schierati con rifornimenti sufficienti per qualche giorno, rimangono bloccati per settimane o mesi alla volta. Il comandante in capo dell’Ucraina, il generale Oleksandr Syrskyi, ha firmato la settimana scorsa un ordine che vieta alle truppe di rimanere in posizioni di combattimento per più di due mesi, ma le condizioni al fronte possono rendere quell’ordine difficile da rispettare. A Vovchansk, entro la fine dell’estate scorsa, i soldati bloccati, feriti o uccisi erano così tanti che la brigata di Roman ha smesso di inviare rinforzi nelle posizioni vicino alla fabbrica. Ma Roman è ancora lì. Un anno prima, gli ufficiali della leva avevano fermato Roman per strada nella città occidentale di Truskavets, a circa 1.100 chilometri dal fronte. Stava aiutando Halyna a portare a casa la spesa. Era il tredicesimo compleanno della loro figlia. Nell’estate 2024, l’Ucraina – cronicamente inferiore per uomini e mezzi – ha un disperato bisogno di nuove reclute. Sono passati due anni e mezzo dall’invasione su larga scala e molti dei soldati più esperti sono stati feriti o uccisi. Altri avrebbero bisogno di essere sostituiti al fronte. Per colmare i vuoti, Kyiv ha avviato una mobilitazione massiccia: circa 30 mila nuovi soldati al mese. Roman è uno di loro. Gli consegnano una divisa mimetica e lui adotta il nominativo Rohan, un riferimento al valente regno di cavalieri de Il Signore degli Anelli. Il mese trascorso nell’addestramento di base è stato uno dei periodi più lunghi lontano da Halyna e dai loro figli, Artur e Valeriia. Gli manca il loro appartamento al sesto piano, il calore di casa, e Bonnie, il loro Pomerania, che lo aspetta sempre sulla porta quando rientra dal lavoro. Prima della guerra costruiva mobili, cucine, porte, armadi. E’ quasi un sollievo quando evita l’invio immediato al fronte e viene selezionato per un corso sui Bradley, i veicoli da combattimento statunitensi tra i più sicuri ed efficaci in uso all’esercito ucraino. Con l’autunno diventa istruttore sui Bradley. Rimane lontano dai combattimenti. Poi, a marzo 2025, arriva l’ordine: deve unirsi alla 57ª Brigata di fanteria motorizzata e partire per il fronte nella regione di Kharkiv. La brigata è tra quelle incaricate di difendere Vovchansk. La sera del 24 marzo un pickup lascia Roman e altri tre soldati con i nominativi Hunter, Sniper e Boxer alla periferia di Vovchansk. Roman porta con sé quattro bottiglie d’acqua, alcune scatolette di cibo, un kit di pronto soccorso, qualche barretta di cioccolato, 10 pacchetti di sigarette, due accendini, alcune granate, un multi-utensile, un rosario e munizioni extra per il fucile. Nel giubotto nasconde una preghiera scritta a mano da sua moglie. Chiede a Dio di tornare sano e salvo da lei, con i suoi lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri, rimasti identici da quando si erano conosciuti da adolescenti ventuno anni prima. Ricorda come un suo amico l’avesse avvicinata per primo, ma come Roman avesse poi conquistato il suo cuore e l’avesse sposata a 18 anni. Dopo aver attraversato il fiume, con il cuore che gli martella nel petto. E’ il suo primo combattimento. Gli uomini ricevono l’ordine di disperdersi in diverse posizioni. Roman immagina il campo di battaglia come un quadrante: gli ucraini alle spalle, tra le 7:30 e le 5:30. I russi ovunque altrove. Viene assegnato a un edificio residenziale abbandonato, in una cucina semidistrutta, insieme a un soldato di nome Zhora. Si alternano a osservare i movimenti russi nel parco e nella fabbrica lì davanti. A tratti sparano. Segnalano tutto via radio. Coprono la finestra con una rete da pesca, nel tentativo di fermare i droni. Il 3 aprile Roman compie 38 anni. Il 3 aprile Roman compie 38 anni. Da Truskavets, Halyna scrive al comandante di Roman chiedendogli di trasmettere via radio un messaggio di auguri. 3 Aprile - Halyna Caro, buon compleanno! Ti auguriamo salute, forza, coraggio – e soprattutto un cielo di pace. Ricorda che ti vogliamo bene e ti aspettiamo. Torna da noi con la vittoria. Anche mamma, papà e tutti gli altri ti mandano gli auguri. Abbi cura di te. Ti amo. Ti aspetto. Ti abbraccio e ti bacio. Quella mattina, il primo drone russo si schianta nella rete. Roman e Zhora afferrano i borsoni e corrono al piano interrato. Un secondo drone si abbatte sulla finestra, poi un terzo e un quarto. Il pavimento della cucina cede. Vengono ricoperti di macerie. Nel seminterrato, Roman e Zhora trovano delle taniche d’acqua, uno scalpello e un pezzo di tubo. Scavano un buco nel muro rimasto in piedi e vi passano attraverso per trovarne un altro. Lo smontano mattone per mattone. Vengono a sapere dalla radio che il soldato a cui era stato assegnato Boxer è rimasto ferito. Nella notte del 6 aprile salgono fuori e si muovono in direzioni diverse: Zhora ad aiutare Boxer a medicare il compagno ferito, Roman ad aiutare Hunter a tenere la sua posizione nelle vicinanze. Il soldato ferito muore il giorno seguente. Poco dopo, Zhora rimane ucciso. 17 Maggio - Roman Ciao amore mio. Sono vivo, sto bene. Ho molto lavoro, lavoro ogni giorno. Penso sempre a te. Mi manchi. Voglio tornare a casa. Scrivimi come stai, se state bene, se va tutto bene. Va tutto bene? Ti voglio bene. Ti abbraccio forte. Baci. Roman torna nell’edificio danneggiato per occupare una nuova posizione. Trova un salotto abbandonato e lo fortifica con sacchi di sabbia, mattoni e lastre di cemento. Scava un’apertura nel pavimento per accedere rapidamente al seminterrato. Dalla finestra osserva i movimenti russi e li comunica via radio al comandante sull’altra riva del fiume, per coordinare il fuoco dei droni. Nemico a trenta, quaranta metri. All’una. Alle due. Alle tre. Al crepuscolo si sposta verso la posizione di Hunter, in un edificio vicino. I droni ucraini sganciano cibo e munizioni. Lui e Hunter separano le scatolette: prima quelle ammaccate, poi le altre. Controllano i proiettili, scartano quelli difettosi. Ogni giorno, prima dell’alba, Roman torna nel suo salotto devastato e continua a rafforzarlo. Il lavoro diventa meno solitario quando arriva un altro soldato, nominativo Medic. Si puliscono con salviette umidificate. Usano sacchi dell’immondizia come latrine. Intanto il tempo cambia: fa più caldo, i fiori sbocciano, l’artiglieria non smette mai. Passano sei settimane così. Ogni domenica, Roman si incolla la radio all’orecchio per ascoltare la voce di Halyna. Gli sembra un miracolo. 7 Maggio - Halyna Ci manchi tantissimo. Il cane chiede quando tornerà il suo papà, perché gli manca. Anche i bambini chiedono quando torni. Mi manchi così tanto. [...] Senza di te è tutto monotono, tutto grigio. E’ difficile stare a casa senza di te. Ti aspettiamo. Stiamo tutti bene. E’ la fine di maggio. Roman guarda fuori dalla finestra. Le truppe russe sono alle tre, sul suo quadrante mentale. Si muovono furtivamente verso la posizione di Hunter. Roman e Medic aprono il fuoco. I russi capiscono subito dove si trovano. Un drone si schianta dentro l’edificio. Il pavimento cede. Roman e Medic si nascondono tra le macerie. Dall’alto, i droni ucraini osservano tutto: il campo di battaglia viene trasmesso in diretta sugli schermi dei comandanti. Gli ordini arrivano secchi via radio: andate alla fabbrica! In tempo di pace, la fabbrica produceva motori aeronautici e altri macchinari. La battaglia per Vovchansk l’ha trasformata in un intrico di edifici in mattoni distrutti, rivendicati da entrambe le parti. Qui il “quadrante” mentale di Roman non funziona più. Le linee sono confuse. Pensa al terreno come a una scacchiera: russo, ucraino, russo, ucraino. I russi scavano buche nelle macerie. Gli ucraini cercano riparo nelle parti ancora in piedi del complesso. Roman e Medic trovano un nascondiglio sotto una rampa di scale. Si unisce a loro un soldato con il nominativo Pchola, ovvero “Calabrone”. Ogni giorno Roman osserva da una fessura nel muro i soldati russi attraversare il parco sottostante, pronti a lanciare mine anticarro contro le posizioni ucraine. Roman spara. Alcuni cadono. Altri esplodono quando le mine che trasportano detonano prima di arrivare a destinazione. Via radio sente che Sniper e Hunter sono sotto attacco continuo. Entrambi vengono feriti. Il comandante trova loro una via di fuga. I messaggi confermano che sono sopravvissuti. Ma i russi occupano la loro vecchia posizione – alle cinque sul quadrante di Roman. E’ quasi circondato. Un carro armato russo spara decine di colpi al giorno. Roman si muove continuamente all’interno della fabbrica. Restare fermo significa morire. Schegge di un attacco con drone gli rompono le dita. Medic viene evacuato, ma un drone lo colpisce mentre è quasi in salvo. La gamba è distrutta. Sopravvive. Nella fabbrica, il tempo si sfalda. I giorni si confondono. Le mani di Roman tremano. Il respiro si accorcia. Un soldato di nome Yaroma viene inviato a sostituire Medico. Lui e Roman si alternano a fare la guardia di notte. Dicono a Pchola di tenersi occupato a preparargli il caffè sul piccolo fornello a gas, visto che è sempre il primo ad addormentarsi. Parlano delle loro famiglie. Si scambiano le sigarette. Sognano docce e pasti caldi e il ritorno a casa. Sobbalzano quando vedono gatti randagi aggirarsi nei corridoi, con gli occhi spalancati e luminosi nel buio. Roman salta il quattordicesimo compleanno della figlia. Tre giorni dopo, quello del figlio, che compie diciott’anni. Le loro voci crepitano via radio. Su un piccolo taccuino, scarabocchia messaggi che spera di condividere con loro. Passa le dita sulla preghiera scritta a mano da sua moglie così tante volte che comincia a sbiadire. I russi sono così vicini che può urlargli contro: “Venite qui, e vi ammazzo!”. A volte rispondono. Roman uccide. Uccide ancora. Uccide senza sosta. La fabbrica si riempie di corpi russi. Chiede perdono a Dio. Esce solo di notte a raccogliere i rifornimenti lanciati dai droni, scavalcando i russi morti. I russi lanciano mine anticarro contro la loro posizione. Roman è accovacciato dietro un muro. L’onda d’urto gli sloga la spalla. Yaroma e Pchola vengono sepolti dalle macerie. Yaroma riesce a liberarsi e corre a cercare aiuto. Roman grida che lo seguirà con Pchola. Yaroma corre fuori. Poi una raffica di spari. Silenzio. Yaroma è morto. Un altro boato. Qualcosa è caduto nelle vicinanze. Roman è frastornato e ha una commozione cerebrale. Chiama Pchola. Non sente nulla. Crede che sia morto anche lui. Roman pensa a Halyna. Pensa ad Artur, a Valeriia, a Bonnie che lo aspetta davanti alla porta. Deve sopravvivere. Trova una stanza vuota e due mantelli antidroni russi abbandonati – sono poncho progettati per nascondere l’immagine termica di un essere umano. Si copre e si addormenta. All’inizio di agosto, la sorella di Roman apre la porta del suo appartamento a Truskavets a due uomini vestiti in mimetica verde oliva. Le consegnano una lettera in cui si dichiara che Roman è ufficialmente disperso al fronte. In realtà è ancora vivo. Riesce a mettersi in contatto con altre unità ucraine e con i comandanti. Scopre che anche Pchola è sopravvissuto, riuscendo a liberarsi dalle macerie. Un sollievo improvviso lo travolge. Se avessi saputo che eri vivo, non avrei sprecato le mie lacrime per te, pensa. I comandanti individuano una via di fuga per Pchola, che ha le braccia gravemente ferite. Ma non ce la fa: salta su una mina mentre cerca di raggiungere il fiume e muore dissanguato, da solo. La brigata invia un nuovo soldato ad affiancare Roman: un ex marine di 28 anni, Andrii. 20 Luglio - Valeriia Ciao papà. Grazie per gli auguri! Mi manchi tantissimo, torna presto. Ti voglio bene. 23 Luglio - Artur Ciao papà. Grazie per gli auguri. Ci manchi tutti, davvero tanto. Anche Bonnie ti aspetta. Vero, Bonnie? Ti manca anche a lei. Spero che tu stia bene. Ti voglio bene. I russi bombardano la fabbrica giorno e notte e danno la caccia agli ultimi soldati ucraini rimasti. Le vie di fuga si riducono. Ne resta solo una, alle sette sul quadrante mentale di Roman. Roman e Andrii chiedono di ritirarsi, di essere spostati altrove. Dicono ai comandanti che potrebbero non sopravvivere. Ma le immagini dei droni mostrano che non c’è nessun posto dove andare. I russi – e i loro droni – sono ovunque. Passano alcuni giorni. Un drone ucraino sgancia rifornimenti. Andrii esce a recuperarli. Un soldato russo lo vede. Una pallottola rimbalza contro il muro della fabbrica e gli si conficca nel ginocchio. Roman sente le urla di Andrii. Sta gridando il suo nome. Gli stringe un laccio emostatico alla coscia per fermare l’emorragia. Capisce che ora è solo a difendere la posizione. Tiene d’occhio i russi e, allo stesso tempo, si prende cura di lui. Usa i mantelli antidroni russi per coprirlo. Via radio implora ancora una via d’uscita. Andrii deve sopravvivere. Quest’anno avrebbe dovuto sposarsi. La sua famiglia lo aspetta. Roman è arrivato fin qui anche recuperando armi dai russi morti e accumulando le razioni lanciate dai droni. Ma per uscire con Andrii dovrebbe fare l’impossibile: lasciare la fabbrica, muoversi tra edifici distrutti e campi minati, raggiungere il fiume e attraversarlo – a nuoto o su un gommone – senza essere individuato dai droni russi dotati di termocamere. Sa che è impossibile. Andrii non può camminare. Roman è più piccolo, troppo debole per trasportarlo. Eppure gli parla. Gli dice di resistere. Gli racconta di altri che ce l’hanno fatta. Stringe i lacci emostatici. Rimuove i vermi dalla ferita infetta al ginocchio. Gli dà antidolorifici. Andrii peggiora. Ha la febbre alta. E’ pallido per la perdita di sangue. Brucia di febbre ed è pallido per la perdita di sangue. L’infezione al ginocchio si diffonde. Ogni volta che Roman si gira, vede che Andrii, straziato dal dolore, ha allentato i lacci. Roman lo sgrida, stringendoli di nuovo. Roman spia fuori e osserva le truppe russe che si muovono nel parco sottostante. A fine agosto, Andrii muore tra le braccia di Roman. Roman piange e prega sul suo corpo. Maledice la Russia e la guerra e la loro prigione-fabbrica. Implora Dio di accogliere Andrii in paradiso – gli dice che, a differenza di Roman, Andrii non ha sparato a nessuno a Vovchansk. Poi chiama via radio il comandante e chiede che un drone gli lanci un sacco per salme. Gli sfila il casco dalla testa. Il suo lo ha perso da tempo. Se uscirà vivo, promette a se stesso che lo restituirà alla famiglia. Trascina il corpo dentro il sacco. Scrive nome e nominativo su un foglietto e lo infila all’interno. Scrive il nome anche fuori. Copre il corpo con pietre, ammucchia sopra l’equipaggiamento per renderlo visibile, nel caso qualcuno arrivi. Indossa il casco di Andrii. Torna al suo punto di osservazione. Resta lì per giorni, nel caldo dell’estate. Riceve l’ordine di spostarsi in un’altra posizione nella fabbrica. Ci resta due settimane. Combatte ancora. Ma è svuotato. Poi arriva un nuovo ordine via radio: è il suo turno. Può andarsene. 31 Agosto - Roman Ciao amore mio. Sono vivo. Tutto è uguale, ma peggio. [...] Non so quando tornerò. Di’ al ragazzo di iscriversi alla patente per le categorie A, B e C. E fallo anche tu. Sarà più facile. Sono le 4 e 30 del mattino. Sono passati 177 giorni. Roman indossa il casco di Andrii e tiene in mano il fucile di Andrii. Sta correndo verso sud. Via da ciò che resta della fabbrica. Via dai corpi dei russi che ha ucciso e degli ucraini che hanno ucciso loro. Via dalle bombe plananti e dal fuoco dei mortai e dai gatti dagli occhi spalancati e dalle scatolette di cibo andato a male. Via dalla colpa che sente per aver ucciso. Sta correndo verso casa. Verso casa, verso Halyna e la sua voce che lo ha tenuto in vita. Verso casa, verso Artur e Valeriia – e Bonnie, che lo aspetta davanti alla porta. Un drone ucraino lo segue dall’alto. Il comandante lo guida via radio, passo dopo passo. E’ avvolto nel mantello antidroni rubato ai russi. Lo stesso che aveva messo su Andrii prima che morisse. 17 Settembre - Roman Ciao amore mio. Sto tornando a casa, sulla strada della vita. Sarò lì presto, non preoccuparti. Sto bene, ti amo. Aspettami. Baci, abbracci. Raggiunge il fiume. Si tuffa. Il fucile si aggancia a una roccia. Lo sente trascinarlo verso il fondo. Non può finire così. Si libera e si spinge verso l’alto. Ansima in cerca d’aria. Nuota e risale sulla riva sud del fiume. L’artiglieria russa lo scorge. Arrivano i mortai. Scappa dal bombardamento verso una casa di villaggio abbandonata e aspetta che qualcuno lo trovi. Chiede di inviare un ultimo messaggio a Halyna. Roman è a casa, al sesto piano. E’ novembre. La barba non c’è più, i capelli sono corti. Sono passati più di trenta giorni da quando ha lasciato l’ospedale di Kharkiv, preso il treno per Leopoli e poi guidato fino a Truskavets. Ricorda ancora i primi abbracci, le pizze ordinate quella sera, i guaiti di Bonnie. Ha raccontato tutto a Halyna. Restano svegli fino a tardi, le fronti appoggiate l’una all’altra. E’ stato dal dentista sedici volte, la schiena continua a fargli male. Gli incubi si sono attenuati. La confessione in parrocchia ha alleggerito, almeno in parte, il senso di colpa – per i russi che ha ucciso e per gli ucraini che non è riuscito a salvare. Il giorno dopo salirà su un treno diretto a est. Non sa quando tornerà. Le notizie continuano ad arrivare: altri amici morti, altri feriti. Sa che non tornerà a Vovchansk, ma guardando la mappa capisce che esistono altri luoghi come quello, forse peggiori. Pensa ad Andrii. Al casco. E’ ancora lì, su uno scaffale di casa. Non ha trovato il coraggio di restituirlo, non ancora. Lo prende in mano, guarda la sua famiglia. Prova a immaginare se fosse stato lui a non tornare. Vede Andrii – alto, spalle larghe, vivo – e se lo immagina suonare al sesto piano, consegnare il casco a Halyna, dirle che ha fatto tutto il possibile. Roman non è pronto a incontrare la famiglia di Andrii. Forse non lo sarà mai. Rimette il casco sullo scaffale. Copyright Washington Post

Go to News Site