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L’azione militare e la via diplomatica per circondare Hormuz
Il Foglio

L’azione militare e la via diplomatica per circondare Hormuz

Il presidente americano, Donald Trump, di solito non pesa le parole, le spara. Ieri ha però scelto di usare un termine insolito per il contesto e, per descrivere, la situazione nel Golfo Persico, gli attacchi della Repubblica islamica dell’Iran contro gli Emirati Arabi Uniti e gli scambi di colpi fra gli iraniani e le navi militari americane, ha parlato di “skirmish”, una scaramuccia. Seduto nello Studio ovale ha spiegato: “La definisco una scaramuccia perché l’Iran non ha alcuna possibilità. Non ne ha mai avute. Lo sanno. Me lo dicono quando parlo con loro”. Gli Stati Uniti premono nello Stretto di Hormuz e gli iraniani rispondono riprendendo i lanci di droni e missili, per il momento soltanto contro gli Emirati, e puntando alle navi militari americane. Per Washington l’operazione Project Freedom, il “progetto libertà” per portare via dallo Stretto di Hormuz le navi tenute in ostaggio dagli iraniani, sta funzionando. Da Teheran invece arrivano soltanto smentite e nuove minacce per tutti coloro che cercano di forzare il passaggio per Hormuz dove la Marina del Corpo delle Guardie della rivoluzione rivendica il controllo assoluto. La missione militare degli Stati Uniti però è accompagnata anche da un impegno diplomatico e gli americani hanno preparato assieme all’Arabia Saudita, agli Emirati, al Bahrein, al Qatar e al Kuwait, una risoluzione da presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. La risoluzione condanna gli attacchi dell’Iran alle navi in transito, il sistema dei pedaggi, la posa delle mine e chiede al regime di divulgarne il numero e le posizioni per poter procedere allo sminamento. E’ stata l’emittente araba Asharq News a diffondere i primi dettagli della risoluzione, in cui si chiede anche di istituire un corridoio umanitario nello Stretto e si vieta a paesi terzi di aiutare l’Iran nelle azioni ostili a Hormuz. Russia e Cina non hanno alcun motivo per far passare la risoluzione, sono alleate dell’Iran e finora lo hanno sempre protetto, ma i nomi delle nazioni firmatarie indicano che il consenso nel Golfo è ampio e nessuno è intenzionato a lasciare a Teheran la capacità di danneggiare l’economia e la sicurezza nella regione. I sauditi e gli emiratini rimangono dalla stessa parte e la scelta di Abu Dhabi di abbandonare l’Opec e l’Opec+, prendendo una strada indipendente sulla produzione del petrolio in grado potenzialmente di danneggiare gli interessi di Riad, non ha guastato finora la comunità di intenti contro l’Iran, che anche dall’uscita degli Emirati dall’Organizzazione dei paesi esportatori del petrolio ha soltanto da perdere. Lunedì, mentre gli attacchi del regime avevano ripreso a mettere in azione la contraerea negli Emirati, uno dei primi leader a chiamare il presidente emiratino Mohammed bin Zayed è stato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. La tela diplomatica contro l’Iran continua a funzionare ed è segno del fatto che non c’è interesse più forte nel Golfo se non l’eliminazione della minaccia iraniana.

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