Il Foglio
La stazione Colosseo della metro C è stata inaugurata il 16 dicembre 2025. Erano presenti il sindaco Roberto Gualtieri, il ministro Salvini, il ministro Giuli. C’era il taglio del nastro, c’erano i discorsi, c’era, stando ai comunicati ufficiali del Campidoglio, “un percorso narrativo che accompagna i passeggeri attraverso la storia”. Ieri, a poco più di quattro mesi dall’inaugurazione, siamo scesi in quella fermata monumentale, e in effetti possiamo dire che quel percorso narrativo ha già qualcosa da raccontare. Si sta già sfasciando tutto, e neanche tanto lentamente. Le scale mobili procedono a scatti, con l’andatura asmatica di chi ha appena finito una maratona e non ha intenzione di farne un’altra. Sui muri sono comparsi i primi adesivi – quella vegetazione spontanea che a Roma cresce ovunque poiché nessuno pulisce – e alcuni atti di vandalismo, teneri come prime prove. Più su, oltre i dieci metri di altezza, dove le mani umane non arrivano, alcune mattonelle hanno cominciato a valutare l’opportunità di staccarsi. Le terme di età repubblicana che la stazione espone, risalenti al secondo secolo avanti Cristo e miracolosamente intatte, sono già in condizioni visibilmente migliori. Bisogna riconoscere al sindaco Gualtieri una coerenza ammirevole: voleva una stazione-museo, e stazione-museo, questa del Colosseo-Fori imperiali, sta diventando, nel senso più rigoroso del termine. Tutto è fermo, tutto si conserva così com’è, nessuno tocca niente. E’ chiaro che non ci passano elettricisti, personale della pulizia, tecnici idraulici. Ogni giorno è sempre più lurida e cadente. Al Louvre fanno lo stesso, con la differenza che al Louvre passano quelli con la scopa e l’aspirapolvere. Non è, beninteso, una novità. E’ anzi una delle leggi più antiche e affidabili di Roma, delle sue metropolitane, dei suoi servizi, più stabili del Colosseo stesso: l’opera pubblica, per quanto bella e costosa, senza manutenzione decade a velocità direttamente proporzionale al numero di utenti. La stazione dei Fori Imperiali è usatissima da turisti e romani, il che significa che la sporcizia dispone di un esercito instancabile e di nessun avversario degno di questo nome. Le strutture, a partire dalle scale mobili, sono sottoposte a una evidente e considerevole sollecitazione. Per questo, immaginiamo, a Milano (per non dire Londra che sarebbe troppo) esiste un servizio di manutenzione. Lo stesso film era già andato in scena con la metro B1, inaugurata nel giugno del 2012. Le stazioni di Libia, Conca d’Oro, Jonio: architetture progettate con cura, inaugurate con cerimonia, abbandonate con diligenza. Chi le frequenta oggi ha l’impressione di trovarsi nel set di uno di quei film americani post-apocalittici in cui Will Smith cammina solo tra i ruderi di Manhattan. Mancano gli zombie, ma su certi treni in direzione Laurentina nelle ore di punta il confine si assottiglia. All’inaugurazione di dicembre, Gualtieri disse che le nuove fermate della metro C erano “un altro piccolo tassello di una Roma che cambia”. La Roma che cambia. E’ una formula che il sindaco usa con la frequenza e la fiducia di chi sa che nessuno controllerà il cambio. Nel frattempo le scale mobili ansimano, le mattonelle si allentano, le gomme americane si appiccicano, e gli adesivi, come le ragnatele su cui si deposita la polvere, avanzano con la pazienza di chi ha tutto il tempo del mondo – che a Roma, come è noto, è sempre stato abbondante. La stazione dei Fori Imperiali è costata centinaia di milioni di euro, ha richiesto dodici anni di cantiere, ha restituito alla città reperti che nessuno aveva visto da duemila anni. E’, oggettivamente, una delle cose più belle che siano state costruite a Roma nell’ultimo mezzo secolo. E a quattro mesi dall’inaugurazione, già somiglia un po’ alle terme che espone: straordinaria, millenaria, e affidata alla sola custodia del tempo. E dei vandali. Non immaginiamo come sarà tra altri quattro mesi. E poi tra altri quattro anni. Chissà quale sindaco taglierà il nastro della prossima stazione – Piazza Venezia, si dice, intorno al 2032, rinvii permettendo. E chissà se lo farà con la stessa soddisfazione di Gualtieri ai Fori Imperiali. Ci sarà il percorso narrativo. Ci saranno i ministri. Anche lì. E sotto terra, nel frattempo, Roma farà quel che sa fare meglio: non la città che cambia, ma la città che logora.
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