Il Foglio
Adolfo Urso, ministro di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, ha capito prima degli altri che il Made in Italy non si fa, si raffigura. Non si produce, si commemora. Non si esporta: si affranca. Dev’essere per questo che in due anni di governo, mentre l’Ilva falliva e la produzione industriale calava, quest’uomo instancabile ha presentato duecentosettantaquattro nuovi francobolli . Un record mondiale. Martedì ha presentato, personalmente s’intende, anche quello per la festa della mamma. Con citazione di Jovanotti. Chiude la Beko a Siena? Ecco il francobollo dei Pokemon. Cassa integrazione alla Prysmian? Arriva Goldrake. Grazie a lui, a Urso, Adolfo per gli amici, l’Italia è oggi il paese al mondo dove Michelangelo Buonarroti, Giovanni Pierluigi da Palestrina, le Winx, i paracadutisti della Folgore, il Festival di Sanremo, Silvio Berlusconi, la Pimpa e i Pokémon condividono la stessa superficie collosa in un abbraccio che nessun museo, nessuna enciclopedia, nessuna storia della civiltà aveva mai osato tentare. C’è voluto Urso. Grazie a Dio. C’è voluta la sua visione. C’è voluta, diciamolo, una certa qual grandezza. Si obietterà: e la produzione di acciaio? Si obietterà: e le automobili? E Stellantis che è tornata i livelli di produzione del 1956? Si obietterà: e il Made in Italy, che porta nel nome del ministero come un cavaliere porta lo stemma sullo scudo, che fine ha fatto? Domande legittime. Ma domande, come dire, di corto respiro. Domande che tradiscono una concezione ottocentesca, fordista, vagamente sudaticcia del governo dell’economia. Come se un ministro del Made in Italy, cioè dello Sviluppo, si dovesse misurare dalla quantità di acciaio prodotto, o di auto assemblate, o di decreti applicati, o di crisi industriali risolte, anziché dalla profondità della sua visione filatelica. Ogni lunedì mattina, mentre i suoi colleghi di governo si accapigliano su pensioni, migranti e conflitti di competenza, il ministro Urso è già al lavoro. Ha sul tavolo le bozze del prossimo francobollo. Valuta i colori. Pondera il soggetto. La festa del papà è a giugno, c’è tempo. Ma Tex Willer compie gli anni, e un ministro responsabile non può farsi trovare impreparato. Un ministro Bolaffi. Se lo si cerca su internet – operazione che sconsigliamo ai cardiopatici, agli imprenditori e agli operai – si trovano francobolli. Presentazioni di francobolli. Conferenze stampa su francobolli. Fotografie in cui il ministro sorride accanto a un francobollo gigante con l’espressione soddisfatta di chi ha appena firmato l’accordo del secolo. E sbaglia chi ironizza sul fatto che Urso sia un uomo di fantasia fervidissima quando si tratta di decidere dove recarsi per presentare un francobollo, ma che manca totalmente di immaginazione se lo invitano, con garbo, a occuparsi dell’industria. In realtà ha ragione lui. Cosa resta di un governo? Le riforme durano poco, le leggi si abrogano, le promesse evaporano, il programma “transizione 5.0” è fallito completamente. Ma un francobollo va in collezione. Magari tra cent’anni qualcuno lo trova in un cassetto e pensa: ah, l’Italia, che paese straordinario. Non aveva la transizione digitale, né quella energetica. Però aveva la Pimpa. E aveva pure Urso.
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