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Inclusivo per amore, riciclato per forza. Reportage dall’Ucraina
Il Foglio

Inclusivo per amore, riciclato per forza. Reportage dall’Ucraina

Leopoli. Arrivando a Leopoli-Lviv, l’antica città che è stata polacca, asburgica, sovietica e dove diverse architetture e strati di secoli di storia si fondono fino a creare un profondo smarrimento, ho la sensazione di essere in una metropoli che si sta preparando a tutto ciò che verrà poi, quando scoppierà la pace . La luce avvolgente e l’atmosfera effervescente in giornate senza allarmi con un solo limite — il coprifuoco a mezzanotte — mi fanno pensare di essere finita dentro un hub dove si progetta il presente e si immagina il futuro. Sono qui per assistere alla sfilata con i finalisti del concorso che è soprattutto un’aspirazione, o forse una memoria: Fashion Battle, lo stesso titolo della “battaglia della moda”, che oltre cinquant’anni fa oppose i grandi stilisti statunitensi a quelli francesi a Versailles, il 28 novembre del 1973. Alla tredicesima edizione, il concorso è diventato più internazionale grazie alla partnership fra il Lviv Professional College of Fashion Industry, KNUTD, l’associazione italiana Vitaworld guidata da Natalia Siassina, la Fondazione Terres des Hommes Italia con Bruno Neri, alcuni licei italiani e il Politecnico di Lviv. Il progetto sostenuto anche da brand noti della moda ucraina come Milla Nova (cinquanta negozi nel mondo, fra cui l’Italia, produce abiti da sposa) si inserisce nelle “Giornate della cultura, lingua e design italiano” che si sono tenute a Leopoli dal 26 al 28 aprile. E forse non è importante analizzare i tessuti, spesso frutto di upcycling, perché nella città che forma più designer di tutta l’Ucraina sorprende tutto quello che gli abitanti di Lviv riescono a creare nonostante un conflitto che dura da oltre quattro anni. Sulla passerella del Fashion Battle ho visto collezioni di scuole di moda di quattordici città ucraine, giudicati da brand noti o sponsor che pochi giorni dopo, nel primo week end di maggio, avrebbero sfilato alla Lviv Fashion Week. Un progetto stupefacente se visto attraverso uno sguardo che impone rispetto verso un Paese stremato. Dopo che un drone, il 25 marzo scorso, ha colpito il centro storico patrimonio dell’UNESCO, la guerra ha lasciato in pace i cittadini ma arriva come uno schiaffo improvviso perché inaspettato nella piccola Parigi dell’Europa orientale che guarda a occidente. Città relativamente più sicura perché lontana dal fronte e dalle zone sotto attacco, è abitata da tanti giovani veterani tornati a casa devastati psicologicamente e mutilati ma anche da chi al fronte non vuole più andare, resistendo alle fanfare patriottiche, e dai profughi che cercano di vivere oltre che sopravvivere. I finalisti della sezione Sport Fashion includevano infatti anche gli studenti sfollati del liceo di Severodonetsk, città occupata dai russi nell’oblast di Luhansk, che per le loro proposte hanno scelto motivi geometrici etnici ispirati ai tappeti della Transcarpazia, riletti in chiave contemporanea. E se la moda riflette la realtà, soprattutto se cruenta come quella ucraina, capisco perché fra i premiati ci fosse la collezione capsula UNO della scuola UDYUMK del distretto Halytskyi. Gender-neutral, ha esplorato con il denim upcycled l’idea del superamento dei confini tra genere, stile e approccio nella costruzione del capo. Come spiega Oksana Hodan, vicepreside del Fashion College Lviv e curatrice del concorso, “Fashion Battle è un progetto che punta sul talento delle nuove generazioni ucraine attraverso educazione, ricerca e business nel settore della moda, e sul loro coraggio di sperimentare continuando a guardare al futuro. Una delle caratteristiche principali delle collezioni è stata l’attenzione alle risorse: i partecipanti hanno creato capi a partire da scarti di tessuto, combinandoli in composizioni inaspettate e dimostrando che l’upcycling può essere esteticamente raffinato”. Tutte, vengono presentate rigorosamente in lingua ucraina, leva fondamentale nella difesa identitaria nazionale, sebbene alcune designer presenti e parte della giuria abbiano negozi a Londra e New York. Uno stile forse eccessivo con perline, macramè, elementi di vytynanka (intaglio decorativo) che rappresenta però uno sforzo straordinario se si pensa al contesto in cui sono state create le collezioni fra blackout continui, ambienti gelidi privi di riscaldamento e allarmi. Yulia Voitekhova, direttrice del centro per il supporto all’imprenditoria del Comune di Lviv, analizza così il mercato emergente: “Abbiamo tre cluster dell’industria della moda, formati da venticinque aziende che, come Milla Nova o Aviatsiya Halychyny (brand ucraino nato da un team legato al mondo dell’aviazione) affiancano i giovani nello sviluppo del loro brand. Siamo l’unica città ucraina che investa sui designer che andranno a lavorare anche all’estero”. Le aziende ucraine importano i materiali, anche dall’Italia. Per questo motivo esistono i cluster: le imprese si uniscono per acquistare materiali a prezzi migliori. E allora voglio vederli questi stilisti della Lviv Fashion Week che, solo a nominarla, tutti mi guardano come fossi un marziano a Roma perché nei racconti della guerra si parla solo di distruzione e non delle luci di una città che convive con il conflitto ma non vuole smettere di progettare il futuro. Dopo la sfilata Fashion Freedom al Politecnico, ho composto il codice per aprire una minuscola porta blu in ferro battuto nel centro storico, a Serbska Street, e salire attraverso una ripida scala di legno al terzo piano dove si trova l’atelier di Maria Starchak, designer e fondatrice del brand STARCHAK. Ogni pezzo è unico: cappotti e giacche di pelle creati grazie all’upcycling, che spesso vestono le pop star ucraine per i loro videoclip. La product manager, Olha Nytka, ha solo 23 anni, parla un inglese impeccabile e mostra i pezzi unici prodotti dalla sartoria per clienti europei ma anche ucraini che acquistano capi personalizzati pur con prezzi proibitivi per chi vive in un’economia di guerra. A cinquecento metri dall’atelier, il 25 marzo è caduto un drone, ma Maria Starchak e Olha Nytka sdrammatizzano. “Non volevamo cedere all’ennesimo allarme e ridevamo ma poi il drone è arrivato davvero, abbiamo sentito un fragore spaventoso e siamo scappate, in preda al panico”, raccontano con disinvoltura perché non si va avanti a lacrime e inni ma con creatività e fame di vita presa a morsi. Il loro concept fashion della sfilata alla Lviv Fashion Week si è ispirato alla musica. “Con LUX- Woven from Light and Sound, abbiamo voluto ricordare un nostro amico che suonava in una band ed è stato prigioniero in Russia per tre anni, ma anche tutti quelli che non sono ancora stati liberati”, dicono. A Lviv, ogni sabato i cittadini protestano e suonano il clacson per chiedere al governo di far rientrare i prigionieri di guerra. Daria Yankovska, curatrice della LvivFW e a sua volta membro della giuria del concorso Fashion Battle, riflette sulle sfide e le eccellenze dell’ecosistema della moda a Leopoli: “La sfida più immediata resta la sicurezza”, aggiunge. “Sebbene Lviv subisca attacchi meno frequenti, la paura è sempre presente e incide sulla pianificazione, sulla logistica e sullo stato emotivo dei team. La situazione economica generale rappresenta un altro fattore penalizzante: l’inflazione, l’aumento dei costi di produzione e l’incertezza hanno modificato il comportamento dei consumatori, diventati più cauti negli acquisti”. Anche l’instabilità energetica ha un impatto rilevante sul processo produttivo ma, nonostante la precarietà, la moda ucraina ha sviluppato una capacità di adattamento sorprendente. “I brand hanno imparato a reagire rapidamente, riorganizzare la produzione, ripensare le tempistiche e restare flessibili in condizioni in continuo cambiamento”, aggiunge. “Un’altra qualità fondamentale è l’approccio inclusivo. Oggi la società ucraina comprende molte persone con ferite di guerra: la presenza in passerella di modelli con amputazioni, inclusi i veterani, è diventata una componente naturale e significativa della nostra narrazione. Questo conferisce alla fashion week una profondità e una rilevanza sociale che vanno ben oltre l’estetica”. Ai trenta marchi presenti, nel sistema si aggiungono numerose attività indipendenti che costruiscono il loro business attraverso il marketing digitale e il lancio di collezioni stagionali o capsule. “Alcuni mantengono team interni e piccoli atelier che consentono un controllo creativo diretto e produzioni in serie limitata. Altri collaborano con produttori locali o fabbriche in Ucraina, a seconda della scala e della tipologia di prodotto, con tessuti importati dall’Italia, Turchia e Corea”, conclude Daria Yankovska. Come ad esempio Ruslan Baginskiy, designer noto per i cappelli indossati da Bella Hadid, Madonna e Beyoncé. Per lo scrittore ucraino Yurii Andrukhovych, Leopoli è una città che esiste in più versioni contemporaneamente. E deve essere proprio così se moda e guerra dialogano continuamente e passo dai concept fashion al campo delle sepolture d’onore del cimitero di Lychakiv dove sventolano oltre mille bandiere nella brezza primaverile. L’ultima immagine che riesco a intravedere prima di rientrare in Italia è quella di un militare che suona la tromba con un motivo di jazz fusion in una delle piazze immerse nei parchi. Perché Lviv sembra fatta così: poesia, schiaffi improvvisi e ora anche un distretto fashion.

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