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Boom di consulenze dalla Commissione Ue per avere pareri su clima ed energia
Quotidiano Libero

Boom di consulenze dalla Commissione Ue per avere pareri su clima ed energia

Almeno da un paio di anni si continua a parlare di crisi o comunque rallentamento del Green Deal europeo: la strategia lanciata nel 2019 per trasformare l'Europa nel primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, e che punterebbe a ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. Nella primavera del 2024, ad esempio, la Commissione ha ritirato la proposta che mirava a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030. Sempre nel 2024, la Legge sul ripristino vincolante del 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030 è stata diluita al massimo. Anche il regolamento contro la deforestazione è stato rinviato. Lo stesso stop alla vendita di auto a combustione dal 2035, che era probabilmente la decisione più clamorosa, è saltato, tanto per fare solo alcuni esempi. Se però tra un’emergenza energetica e l’altra l’impegno su certi temi si riduce, in compenso i compensi a chi su questi temi dà consigli si moltiplica, e addirittura quadruplica. Il Financial Times ha infatti documentato che la spesa della Commissione europea per consulenti esterni nel settore dell’energia e del clima è aumentata del 433% dal 2014, raggiungendo 127 milioni di euro nel 2024. Il calcolo è fatto sulla base di un’analisi degli ultimi dati disponibili della Commissione, condotta insieme all’ong climatica Aria. Nel complesso, la spesa dell’esecutivo Ue per consulenze esterne in tutte le aree politiche è cresciuta del 173% tra il 2014 e il 2024, arrivando a 1,45 miliardi di euro. Secondo il quotidiano, il ricorso crescente a società di consulenza riflette la necessità di personale aggiuntivo per gestire un’agenda normativa sempre più ampia e burocratica: un sovraccarico cui il Green Deal ha contribuito in maniera particolare. L’aumento della dipendenza da consulenti esterni ha però sollevato critiche per possibili conflitti di interesse, poiché alcune società lavorano contemporaneamente per la Commissione su dossier regolatori e per gruppi industriali che fanno lobbying sugli stessi temi. «È sempre stato un problema strutturale il fatto che non sia stata data priorità alla costruzione di competenze interne», ha dichiarato Kenneth Haar, ricercatore di Corporate Europe Observatory. La Commissione ha fatto sapere che non è «insolito» ricorrere a competenze esterne, soprattutto nel contesto dell’espansione delle politiche verdi dell’Ue, e ha assicurato di mantenere «rigorosi controlli sui conflitti di interesse in tutte le fasi della procedura». È davvero così? Tra i casi citati figura, ad esempio, quello della società statunitense Guidehouse, che tra il 2020 e il 2024 ha ottenuto almeno 11 contratti dalla direzione generale Energia della Commissione per analisi sul settore dell’idrogeno e per il sostegno alla creazione della Banca europea dell’idrogeno. Nello stesso periodo, Guidehouse ha lavorato anche per Gas for Climate, gruppo di lobbying formato da grandi operatori delle infrastrutture del gas, e come segretariato della European Hydrogen Backbone, rete di 33 società del settore energetico. Secondo il registro europeo per la trasparenza, Guidehouse ha partecipato tra il 2017 e il 2024 a 16 incontri con alti funzionari della Commissione su idrogeno e biogas, talvolta insieme a Gas for Climate.

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