Il Foglio
La nomina di Rossella Ceruti ad amministratore delegato della storica azienda tessile Ratti arriva nei giorni in cui tutto il mondo ha gli occhi puntati sulla favolosa sfacciataggine di Lauren Sanchez Bezos che al Met Gala si è presentata con una replica, firmata Schiaparelli, del famoso e scandalosissimo abito del “Ritratto di madame X”, spallina scivolata inclusa e che a John Sargent costò l’esilio da Parigi e la ripittura (che cosa straordinaria, un’arrampicatrice sociale del Terzo Millennio che si rifà a una sua pari grado di fine Ottocento, e che tutti mangino brioches, se possono) e PwC stila la sesta edizione dell’”Osservatorio donne e moda” che trovate lungo tutte le pagine di questo numero, fra commenti, analisi e interviste, e che porta risultati positivi. Dunque, due buone notizie in una e un gossip a intrattenerci per le prossime due settimane. La prima buona notizia è che nel settore tessile italiano, per di più di così alto lignaggio, la presenza femminile ai vertici fino a oggi è stata scarsissima, per non dire inesistente; quindi Ceruti, laureata in business administration alla Bocconi, già chief operating officer di Pomellato e chief operating officer di DSquared2, rappresenta non solo un cambio di passo per un’azienda che con questa scelta dimostra di voler approcciare un mercato attualmente sottoposto a molte pressioni in modo diverso e ovviamente più orientato alla moda, ma anche un’assoluta novità per il settore , che nonostante appartenga alle donne dall’alba della storia umana, e sia stato spesso gestito da donne di rara intelligenza e visione (una di queste, in realtà notissima gli specialisti di letteratura francese del Rinascimento, fu la grande poetessa e imprenditrice lionese Louise Labé, detta “la belle cordière”, un’altra Maria Carolina d’Austria, moglie di Ferdinando IV di Borbone, alla quale si devono le innovazioni sociali della Real Fabbrica di san Leucio, a dispetto della firma che reca lo statuto), dall’Ottocento in poi è stato gestito e sviluppato su grande scala da uomini. La seconda buona notizia è che dalla nuova edizione dell’Osservatorio, condotta attraverso le visure di 97 aziende associate alla Camera Nazionale della Moda Italiana, gli ultimi dati disponibili di Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda e un’indagine su 105 piccole e medie imprese artigiane associate a CNA Federmoda e Confartigianato Imprese, emergono dati importanti, soprattutto se osservati con l’occhio dello storico e non del cronista, e cioè in prospettiva. A sei anni dalla prima edizione, la presenza femminile negli organi societari è aumentata infatti di 3,2 punti percentuali tra i brand associati a Camera Nazionale della Moda , sebbene nel 2025 meno di una posizione apicale su tre negli organi societari sia stata occupata da donne. Le donne che hanno ricoperto posizioni apicali negli organi societari sono inoltre più giovani di oltre tre anni rispetto agli uomini nelle stesse posizioni ed è pari a 52 anni, mentre la media maschile è di 56 anni. In dettaglio, nel 2025 la presenza femminile nei CdA ha raggiunto il 25,4 per cento (dal 25,8 per cento del 2024), il 28,2 per cento nei Collegi Sindacali (+0,8 per cento rispetto al 2024) e il 36,9 per cento tra i Procuratori (+1,3 punti percentuali rispetto al 2024). La presenza femminile nei CdA è cresciuta di 4,1 punti percentuali dalla prima edizione, fatto che dimostra una forte sensibilità all’uguaglianza di genere dei brand associati a CNMI. Nonostante un panorama generalmente in miglioramento, dal 2023 si è evidenziata però una lieve decrescita della quota femminile nei cda. È la conseguenza delle ultime fusioni e dell’ingresso di fondi stranieri, meno socialmente evoluti di quanto ci facciano credere, nei cda di grandi imprese familiari che fino a oggi si erano sviluppate con progressivo senso di responsabilità: ci sono meno donne rispetto a un tempo nel cda di Tod’s, per esempio, ma anche in Etro il cambio di governance non ha portato a miglioramenti apprezzabili sul tema dell’uguaglianza di genere.
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