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Lettera aperta agli psicoanalisti russi: non rimuovere il trauma del conflitto con l’Ucraina | Collector
Lettera aperta agli psicoanalisti russi: non rimuovere il trauma del conflitto con l’Ucraina
Il Foglio

Lettera aperta agli psicoanalisti russi: non rimuovere il trauma del conflitto con l’Ucraina

Cari colleghi e amici russi, vi scrivo in occasione del 9 maggio , data che ci unisce. La fine dei fascismi è stata la nascita del mondo in cui ci troviamo: senza quel passaggio, persino il lavoro psicoanalitico non sarebbe diffuso e condiviso fra noi. Nel decennio scorso, con un unico viaggio dall’Europa occidentale si arrivava in Russia e in Ucraina. Purtroppo, a metà della decade, i voli Mosca-Kyiv si sono interrotti. Fu necessario scegliere. Ho continuato a tenere con voi delle attività in video, ma a insegnare di persona nell’associazione ucraina perché, a differenza della vostra, si stava ancora costituendo. Nel 2016, attorno al mio contributo l’ambasciata e l’istituto di cultura italiani a Kyiv costruirono un congresso. Come avviene nell’Europa orientale, il pubblico era numeroso e attentissimo. Nell’aula a gradinate stava già una spaccatura. In alto, distanti, stavano i “russi”. A metà, un vuoto. In basso e sotto il palco, gli “ucraini”. Metto le parole tra virgolette. Noi psicanalisti parliamo di qualità psicologiche, più complesse delle definizioni anagrafiche. In italiano si parla di “nuovi padri” per riferirsi a un padre il quale accudisce i figli, con un atteggiamento tradizionalmente riservato alle madri. Parlando di persone reali, possiamo chiamare “ucraini” persone che hanno il russo come lingua madre, ma non vogliono far parte della Russia. Gli irlandesi sono gli europei più lontani dall’Ucraina: ma non è un caso che abbiano accolto una percentuale particolarmente alta dei suoi profughi. Per secoli sono stati sottoposti alla Gran Bretagna. Nell’Irlanda tornata indipendente, più che gaelico si continua a parlare inglese perché è lingua veicolare. Questo significa che l’identità degli irlandesi è complessa, non che vogliano tornare sotto l’autorità di Londra: non diversamente da come in Ucraina il russo resta la lingua veicolare più usata, ma non vuol dire che si desideri dipendere da Mosca. Oggi la “guerra a bassa intensità” si è trasformata in una guerra vera e propria, per giunta statica, di trincee. Questo aspetto non è solo militare, ma anche simbolico. A differenza dalla Seconda Guerra Mondiale, nella Prima i soldati morivano, proprio come oggi, dentro a buche scavate nel terreno: insieme al loro braccio troncato, insieme ai loro escrementi. Dire: “Che orrore!” falsifica la complessità psicologica. Morte e sofferenza sono orribili: ma la psiche non può farne a meno, deve contenerle per non smarrirsi nella stupidità e nel consumismo. Gli analisti si occupano di conflitti interni. Ogni psiche, però, alloggia nella società. Dobbiamo chiederci cosa accade se le nostre società sono – letteralmente – in guerra fra loro. Uno dei primi congressi psicoanalitici si svolse a Budapest nel 1918: i membri anglosassoni non poterono partecipare perché erano in guerra con l’Austria-Ungheria. Nel 2025 il Congresso internazionale di Psicologia analitica si è svolto a Zurigo. Hanno partecipato colleghi sia russi sia ucraini: un progresso. Le guerre sono accompagnate da immagini di dita puntate. I manifesti di reclutamento, gridano “Arruolati!”. Quelli di propaganda, incoraggiano: “Sconfiggete il mostruoso nemico!”. La nostra missione di analisti è, invece, opposta. Noi rovesciamo la direzione del dito chiedendo: “In che misura io contribuisco al male?”. Sappiamo che esso abita nel fondo di qualunque mente. Su YouTube un coro di bambini russi (forse di circa 10 anni) canta che sono felici di morire se zio Putin chiederà loro di farlo. Sarebbe stato diffuso nel 2018 da Anna Kuvychko, membro della Duma. Nella pagina di Wikipedia a lei dedicata il link al coro è stato poi soppresso, mentre ora la sua circolazione viene dalla Ucraina, col chiaro scopo di causare un rifiuto, rovesciando la reazione dello spettatore da positiva in negativa. Il falangismo di Franco copiò dai fascisti il suo slogan “Viva la morte!” Avveniva però prima del 9 maggio 1945. Nel post-fascismo si può insegnare un amore per la morte, per giunta a dei bambini? Quel coro ha un rilievo psicoanalitico, più ancora che politico. Implica una violenza “pedo-necrofila” su minorenni addirittura pre-puberi. Avrebbe dunque importanza una vostra valutazione psicologica su Anna Kuvychko. Per il prossimo Congresso internazionale (2028) sarebbero desiderabili dei dibattiti non sulla guerra, ma su memoria e traumi collettivi, tema oggi importantissimo. Nel 1980, la società tedesca propose Berlino come sede per il Congresso seguente: quella israeliana contrappose Gerusalemme, e vinse. Il Congresso israeliano si tenne nel 1983. Si svolsero dibattiti fra colleghi tedeschi ed ebrei: si videro scorrere emozioni, sentimenti, ricordi, riflessioni e lacrime, come mai in un congresso. Da allora, infiniti studi psicoanalitici hanno studiato i traumi intergenerazionali, non solo tra ebrei sopravvissuti alla Shoah, ma persino nelle conseguenze della schiavitù per la popolazione di colore americana. L’annientamento per fame di parte della popolazione ucraina negli anni 30 è stato chiamato Holodomór. Si discute ancora se sia stato un intenzionale genocidio voluto dal governo di Stalin: come annotò Lemkin, il giurista che introdusse questo concetto alla base delle Nazioni Unite nel 1946, e come affermano leggi di molti paesi (anche dell’Ue). Varia anche il calcolo delle vittime: dai 4 ai 10 milioni. Nostro compito, però, non è discutere di questo, ma del trauma collettivo immenso sofferto dagli ucraini. E’ vero che la collettivizzazione provocò carestie in diversi territori sovietici: in Ucraina, però, assunse dimensioni apocalittiche e fu accompagnata dall’annientamento del clero, degli intellettuali, delle forme di cultura nazionale. A differenza dei russi, gran parte degli ucraini oggi viventi può ricordare parenti fra le vittime. Formuliamo un’analogia, anche se non un paragone. Fino agli anni 30, è continuata la laicizzazione e l’assimilazione degli ebrei nelle rispettive società europee. Poi, l’Olocausto (Shoah) ha spinto in direzione opposta. Il rafforzamento dell’appartenenza etnica e religiosa all’ebraismo – persino nel laico Freud – ha riempito biblioteche e inciso sulla geopolitica, in modo ancor oggi visibilissimo in medio oriente. Anche i milioni di cadaveri dell’Holodomór non evaporano. Le “questioni nazionali” che prima erano poco percepibili sono divenute centrali. Israele, Palestina: ma anche Armenia, anche Ucraina. Per la nostra professione, però, dovrebbero esser discusse da persone, non da gruppi o da masse, meno ancora dalle nazioni. Jung, nell’intervista che più lo rese famoso (H. R. Knickerbocker, 1938, in Jung parla), disse: “Nessuna nazione mantiene la parola. Una nazione è un grosso verme cieco che segue, che cosa? Un destino, forse. Una nazione non ha onore […] non è neppure umana […] i suoi uomini politici non possono avere una moralità più elevata della moralità massificata e animalesca della nazione. […] E’ un mostro… una cosa orrenda […] sono a favore delle piccole nazioni. Una piccola nazione significa una piccola catastrofe. Una grande nazione significa una grande catastrofe.” Napoleone aveva detto che la geografia è destino. Il futuro appartiene alla Russia e all’America, aveva poi predetto Nietzsche: che fu maestro di Freud e Jung. La dimensione continentale predisponeva Russia e America a diventare imperi, non democrazie che nascono su piccoli territori dove tutti si conoscono, come le antiche città greche o i Liberi comuni italiani. La grandezza della sua cultura, senza cui non è pensabile la modernità, insieme alla massa geografica e demografica, assegnano alla Russia una responsabilità particolare. In Pentimento e autolimitazione come categorie della vita nazionale (Raskajanie i samograníčenie kak kategorii nacional’noj žizni, scritto del 1974 prima dell’esilio) Solzenicyn dice che non basta pentirsi individualmente per il male compiuto. Devono farlo anche i popoli, le culture. Dobbiamo “espiare le colpe dei padri… siamo responsabili collettivamente delle avventure militari… di ciò che cantano i nostri giovani […]. In un’epoca lontana, la Russia era così ricca di slanci di contrizione che essi costituivano uno degli elementi distintivi del popolo nazionale russo” (cap. 3). Solzenicyn riconosce che la Germania si è avviata su un percorso di pentimento. “Non esistono popoli eternamente grandi o eternamente nobili […] Noi [russi] vaghiamo anzi senza meta sul campo di cenere delle nostre sconfitte morali” (cap. 4). Preso dalla sua foga anticomunista, a volte Solzenicyn nega la complessità sovietica. Il discorso di Kruscev al Ventesimo congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica (febbraio 1956) contiene pentimento e autocritica collettivi, anche se indiretti. Metà di quel testo spartiacque fu dedicato a condannare il culto della personalità: lo stato era diverso dall’attuale Russia, ma il luogo era Mosca e la lingua il russo. Che dignità conserva un paese che lo ripropone nel XXI secolo? Certo, è delicato citare Solzenicyn. Idealizza il passato, rifiutando l’intero secolo XX. Porge un ideale Grande-russo, evitando molte questioni nazionali aggravate dalla esperienza sovietica. Sostiene che Ucraina e Russia hanno convissuto, e dovrebbero sforzarsi di continuare a farlo. Come ogni grande autore, è anche un grande psicologo: quindi è complesso, combatte con la propria interiorità. E’ chiaro nell’esprimere cosa vorrebbe. Ma indica cosa crede giusto, anche quando preferirebbe l’opposto. “Dobbiamo dimostrare che siamo una grande nazione non per la vastità […] ma per la grandezza delle nostre azioni. Con l’Ucraina le cose andranno in modo estremamente doloroso. Ma bisogna capire il grado di tensione che essi provano. Se per secoli è stato impossibile risolvere questo problema, ora sta a noi mostrare buon senso. Bisogna lasciare loro la responsabilità della decisione” (Arcipelago Gulag, Parte 5, capitolo 2). Sull’eventualità di una guerra russo-ucraina è ancora più esplicito: “Mi rifiuterei di combattere e rifiuterei che arruolino i miei figli” (Ugodilo sernyschko promesh dwuch shernowow. Otscherk isganija I, capitolo 3, 2004). Solzenicyn è stato onorato dal presidente Putin perché rappresenta la grandezza della letteratura russa. Ma, oltre a elogiarlo davanti ai giornalisti, siamo sicuri che lo abbia letto? Anche da amici russi colpiti di persona, apprendiamo che il Cremlino pubblica i nomi di chi classifica “agente straniero”. Se si appartiene alla nostra professione, come è possibile accettare questo segregazionismo antipsicologico? E’ un’etichetta esterna applicata d’autorità. Contrariamente a una condanna ingiusta, chi ne è colpito è escluso addirittura dal processo che porta a questa definizione: come nei fascismi l’esser classificato “non appartenente alla razza ariana”. A condizione a priori che non dipende da te. Da colleghi russi che ammiro ho sentito dire che “la guerra in corso non dovrebbe esserci. Ma, ora che c’è e i nostri muoiono al fronte, dobbiamo essere solidali con loro. Magari, offriremo loro indumenti invece che armi: comunque, solidarietà”. Prima del 1945, le opposizioni al fascismo e al nazismo affermavano che l’invasione dell’Unione sovietica era un crimine non solo contro i russi – che non avevano fatto del male alla Germania o all’Italia – ma anche contro i soldati italiani o tedeschi, mandati a morire solo per la vanità dei leader. In Italia, centinaia di migliaia di soldati gettarono la divisa e tornarono a casa, o entrarono nei gruppi partigiani che combattevano le due dittature. La vittoria finale del 1945 non è dovuta solo alle masse di carri armati, ma anche a questi rifiuti individuali. Formalmente le guerre reagiscono a qualche ingiustizia. Ma ne creano a loro volta. Nessuna qualità psichica, e tantomeno l’odio, nasce nel vuoto. Fra popoli incastrati dalla geografia, c’è sempre un precedente del precedente. Persino Hitler, scatenando la Seconda Guerra Mondiale, sostenne di esser stato aggredito dalla Polonia. Trasportò in una stazione radio tedesca cinque cadaveri, vestiti da militari polacchi, affermando che avevano passato il confine. Ma bastava ricorrere al buon senso. Hitler non era credibile perché non era pensabile una Polonia che voleva ingoiarsi tutta la Germania: il contrario, invece, sì. Nel febbraio 2022 abbiamo tutti pensato che stava accadendo qualcosa di brutto. Ma chi ha pensato che l’Ucraina fosse un impero “nazista” che voleva ingoiare la più debole Russia? La psicanalisi considera i miti e le fiabe come paradigmi del comportamento umano. La fiaba del lupo e l’agnello proviene dal Mediterraneo, forse è poco nota in Europa orientale. I due animali discutono sull’acqua da bere. Alla fine della disputa, il lupo mangia l’agnello. Chi aveva ragione? E’ inutile cercare la risposta. E’ il lupo che aveva tutto l’interesse a litigare. Il contrario – un agnello che progetta di divorare il lupo, non è neppure pensabile. Luigi Zoja, ex-presidente dell’Associazione internazionale di Psicologia analitica

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