Il Foglio
Mentre la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte si apre nel mezzo della peggiore crisi diplomatica della sua storia recente, un’altra storia, più sottile e meno mediatica, racconta gli sforzi di un paese di restare visibile nonostante le pressioni politiche . Oggi apre al Palazzo delle Prigioni, la mostra Screen Melancholy: Li Yi-Fan. Si tratta di fatto del padiglione taiwanese della Biennale, ma come spesso avviene quando si parla di Taiwan, gli aspetti linguistici e formali sono tutt’altro che dettagli burocratici. Si tratta di un padiglione nazionale non ufficiale, ma autoproclamato : il luogo c’è, l’allestimento c’è, le opere ci sono, le bandiere istituzionali pure – ciò che manca è il nome riconosciuto. Taiwan non è presente nel programma ufficiale della Biennale di Venezia ma solo nella categoria di “Evento collaterale”. La denominazione ufficiale è “Taipei Fine Arts Museum of Taiwan”, una formula che descrive un’istituzione, non uno stato. Qualcosa di molto simile a quanto succede ai Giochi Olimpici con la dizione “Taipei cinese”. La presenza di Taiwan alla Biennale è stata inaugurata nel 1995, dopo un primo tentativo andato a vuoto. L’anno precedente la richiesta di Taipei era stata rifiutata da Jean Clair, ma in seguito si aprì un dialogo, e la direzione della Biennale si disse d’accordo a una soluzione di compromesso: niente Giardini, ma se Taiwan fosse riuscita a trovare una sede in città, la Biennale avrebbe collaborato . La diplomazia italiana in quegli anni stava aprendo un Ufficio di rappresentanza a Taipei – l’ennesima denominazione alternativa per le ambasciate a Taiwan – e la circostanza aiutò il dialogo con la direzione della Biennale. Le istituzioni taiwanesi individuarono il Palazzo delle Prigioni – duecento metri quadrati di proprietà dello stato italiano – e lo affittarono con un contratto a lungo termine. La lettera di invito firmata dall’allora presidente della Biennale Gian Luigi Rondi al curatore taiwanese Tsai Ching-fen , datata 1995, è ancora oggi conservata negli archivi del Taipei Fine Arts Museum of Taiwan. Quel primo anno il padiglione si chiamava semplicemente Art Taiwan: il nome del paese era nel titolo. Negli anni successivi tornò in maniera ancora più ostentata: Taiwan Taiwan: Facing Faces (1997), Close to Open: Taiwanese Artists Exposed (1999). Le presentazioni ufficiali, scritte dai giurati europei, parlavano apertamente di “national accent” delle opere e di “Taiwanese cultural characteristics”. Stampa e operatori chiamavano il tutto, semplicemente, Padiglione Taiwan . Poi, alla fine del 1999, il governo della Repubblica popolare cinese presentò una protesta formale agli organizzatori della Biennale: la partecipazione di Taiwan costituiva, secondo Pechino, una violazione della politica di “una sola Cina”. Si offrì una risposta di compromesso: nei titoli successivi delle mostre il nome Taiwan scomparve . Quattro anni dopo la cancellazione si formalizzò anche amministrativamente, e la Biennale rimosse ogni residuo di statuto di padiglione classificando Taiwan esplicitamente come Evento collaterale. Nello stesso anno, in mostra a Venezia, il fotografo taiwanese Goang-Ming Yuan presentò City Disqualified: una fotografia digitalmente alterata di un quartiere tra i più affollati di Taipei, da cui erano state cancellate tutte le persone e le auto. Il titolo, Disqualified, era un chiaro riferimento alla vicenda del padiglione taiwanese e alle scelte politiche della Biennale. Nel dicembre 2021, a pochi mesi dalla 59ª Biennale Arte, il Taipei Fine Arts Museum aveva annunciato l’artista Sakuliu Pavavaljung come rappresentante taiwanese, ma fu costretto a cancellarne la partecipazione dopo accuse di violenza sessuale a suo carico. Il direttore Jun-Jieh Wang fece una scelta rischiosa . Allestì una mostra che ricostruiva l’intera storia delle partecipazioni taiwanesi alla Biennale dal 1995 in avanti, con la lettera di Rondi esposta come reliquia fondativa. Impossible Dreams fu allestita in poche settimane attingendo agli archivi del museo . Patrick Flores, curatore di quell’edizione, formulò una definizione che è diventata quasi un manifesto della partecipazione taiwanese a Venezia: “Il collaterale è il sintomo di una mancanza, l’atto di colmare un vuoto”. Così oggi si apre Screen Melancholy: Li Yi-Fan . L’artista, trentaseienne nato a Taipei, lavora con i motori grafici e costruisce performance abitate da pupazzi digitali che richiamano i video divulgativi su YouTube. Il personaggio principale, ha spiegato Li, racconta la storia di un occhio che cerca la propria casa. Una metafora che richiama la partecipazione di Taiwan alla Biennale : mentre le crisi geopolitiche fanno tremare le sale dei Giardini e mettono a verbale dimissioni di giurie, in fondo a Castello, in un ex carcere del 1614, una piccola istituzione municipale di Taipei continua, da trent’anni, a colmare un vuoto. E a riempire, secondo la formula di Flores, il sintomo di una mancanza.
Go to News Site