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Tutte le battaglie di Paolo Flores d'Arcais e l'importanza dei legami | Collector
Tutte le battaglie di Paolo Flores d'Arcais e l'importanza dei legami
Il Foglio

Tutte le battaglie di Paolo Flores d'Arcais e l'importanza dei legami

Se fossi possidente, coi tempi che corrono, darei i due terzi del mio patrimonio per una buona notizia. E d’un tratto, gratuitamente, me ne arriva una. Oggi, sabato 9 maggio, a Roma, il mio antico amico Paolo Flores e Françoise Longy si sposano. Impedito, faccio loro festa da lontano. Non ho bisogno di interrogarmi sulla causa della loro iniziativa: certi matrimoni non possono che essere d’amore. Io voglio bene a Paolo, dunque anche a Françoise . Con Paolo, e un paio di suoi fratelli, Marcello e Alberto, ho una dimestichezza che risale agli anni liceali. In questi giorni era inevitabile ricordare il suo ruolo nella Biennale veneziana del dissenso dal 15 novembre al 15 dicembre del 1977, quando Carlo Ripa di Meana, col sostegno socialista craxiano, sfidò l’opposizione furibonda dell’ambasciata dell’Urss e i tremori del Pci e i ricatti delle commesse sovietiche sui cantieri delle petroliere di Marghera e su Togliattigrad e sul resto d’Italia, come si ripetono le storie, e come si invertono… Abbiamo litigato un mucchio di volte, naturalmente. Paolo è entrato in una miriade di esperienze politiche storiche o estemporanee, e in compenso ne è uscito, e mai in modo da far carriera . Io, quando ho smesso di desiderare una certa forma di rivoluzione, ho pensato che il poco o tanto di buono che si riesca a realizzare vada perseguito nei rapporti sociali, i più vicini e i più remoti, e che alla politica professionale vada chiesto di fare del suo meglio e almeno di limitare i danni. Lui ci ha riprovato molte volte. A volte è andato vicino al guaio vero , come quando a Prodi che voleva candidarlo nel 1986 rispose che l’avrebbe accettato solo per diventare ministro della Giustizia – Prodi aveva già designato Flick. Ma c’è, a parte l’amicizia – l’amicizia non è a parte, né di parte – c’è una questione di fondo, e i tempi scellerati che corrono l’hanno esacerbata, e riguarda, accanto al disgusto per lo sfruttamento e l’ingiustizia e la tracotanza nelle società già capaci di libertà civili, il ripudio dello stalinismo e dell’oppressione delle libertà in nome della (inesistente) uguaglianza nelle autocrazie. Paolo, muovendo da una dose di trotskysmo, che fu un tempo un buon viatico per l’iniziazione di sinistra, e poté mescolarsi presto con ingredienti formalmente incompatibili, dal luxemburghismo in giù, fu, anche grazie a preziosi legami personali, tra i più precoci a conoscere e divulgare da noi il dissenso, pagato a caro prezzo, nei paesi del cosiddetto socialismo reale: come per la Lettera aperta (1965) dei polacchi Jacek Kuron e Karol Modzelewski, che poi sarebbero diventati i nostri amici. Da lì si poteva andare indietro e ritrovare la rivolta, sanguinosamente repressa, degli operai di Poznan – l’officina Stalin! – del giugno 1956, quando io avevo undici anni e Paolo nove, e scoprire che Poznan e il ritorno polacco di Gomulka e del cardinale Wyszynski avevano acceso l’ottobre della rivoluzione ungherese… Lo stesso passato che oggi, settant’anni dopo, illude – nella ipotesi più benevola e rara – vecchi come noi e giovani dalla fedina bianca che in Ucraina la Russia di Putin stia difendendo il memorabile socialismo, e prima in Bosnia la Serbia di Milosevic, e prima a Praga e così via. Nel 9 maggio della festa di Mosca e dell’alleanza gloriosa con Kim Jong-un. Nemmeno due anni fa, dopo 38 anni, Paolo ha trasmesso la direzione di Micromega a Cinzia Sciuto. Ha detto che era ora, a 80 anni . Non ha smesso di dire la sua ad alta voce: poco fa ci siamo rincontrati sulla solidarietà con Boualem Sansal, dal quale tanti si sono tenuti alla larga, per non schizzarsi il bavero. “Ponziopilatismo”, dice Paolo, che estende generosamente la categoria. (A volte viene voglia di difendere il procuratore di Giudea). Poi ha molte cose da fare: dipingere, per esempio. Una sua mostra recente si intitola: “La donna è il paesaggio” – una conferma sul matrimonio d’amore. Per il quale non ha creduto che gli ottant’anni e passa siano una ragione di dimissione, al contrario. Buona idea. Buona notizia. Tanti auguri.

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