Il Foglio
Dal futurismo all’industrializzazione di massa si staglia nel mezzo la moka di Alfonso Bialetti. Progettata nel 1933 la moka porta l’agognata tazzina di caffè a casa di tutti gli italiani. Una macchina del vapore che richiede pochi passaggi manuali – seppur determinanti – che diviene subito parte della quotidianità degli italiani, tra la colazione e la prima sigaretta fumata nell’attesa che il caffè si faccia. Oggetto di diffusione di massa, ma anche caratterizzato da un individualismo precipuo. Nulla in fondo più della moka riesce a rappresentare così esattamente un popolo e il suo radicale individualismo. Ognuno si fa la moka, ma ognuno ha i suoi segreti. Ognuno il caffè lo fa per sé, ma sempre anche per l’altro. Sempre che non si arrivi agli sprofondi di una solitudine senza alcuna via d’uscita come annota Massimo Troisi in Scusate il ritardo del 1983 a proposito del professore: “E’ ’o massimo da’ solitudine uno che tiene ’a macchinetta do’ caffé per una persona”, spiegando poi che “ti senti solo e ti prendi pure la macchinetta per il caffè per una persona. Vuol dire proprio che vuoi rimanere solo, cioè stai solo. Ci vuole la macchinetta per 12, 24, 48, a spingere la gente a dire: ma andiamoci a prendere nu’ caffè a casa del professore”. La moka è infatti condivisione e anche variazione sul tema come mostra il bel libro dell’industrial designer Giulio Iacchetti, Le caffettiere dei maestri (Corraini), in cui l’autore mette in mostra la sua personale collezione e selezione di caffettiere – in alluminio o in acciaio – che dalla moka Bialetti hanno tratto ispirazione o che da lì vi si sono distanziate. Difficile per un architetto o per un designer non accettare la sfida di disegnarne una, la moka rappresenta infatti un rito irriducibile che nemmeno Brad Pitt e George Clooney hanno intaccato. In assenza di capsule anche nelle case più eleganti o più svedesi una moka – magari proprio di design – c’è sempre, che sia in posa su uno scaffale o lasciata nel fondo di uno sportello della cucina. Tra chi più si è espresso attorno al genere sicuramente Aldo Rossi che ha firmato due caffettiere che vivono agli antipodi pur rientrando entrambe alla perfezione nel disegno e nel sguardo del grande architetto milanese. Dalla Conica del 1986 che recupera le linee della cupola dell’Antonelli del duomo di Novara e al tempo stesso si offre ad un prezzo democratico (seppur mai come quello popolare della Bialetti) alla Ottagono del 1993 che ispirandosi dichiaratamente nelle sue linee alla Bialetti è invece una caffettiere elitaria, nel prezzo, ma anche nelle sue caratteristiche che la rendono fragile e bizzosa. Tre le serie proposte da Giulio Iacchetti: quelle che si rifanno a Bialetti, quelle che se ne distanziano e poi quelle che invece ripropongono in forma di moka lo stile dei loro autori. Ogni caffettiera obbliga a dei gesti del tutto simili, ma sempre un po’ diversi. La moka richiede attenzione, ma anche disinvoltura, che sia l’inizio della giornata o la fine di un pranzo. Avvitando e svitando si apre un discorso e se ne chiude un altro.
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