Il Foglio
Ora che il Consiglio dei ministri ha approvato il Piano Casa meloniano, è inevitabile il confronto con il celebre piano di edilizia residenziale pubblica Ina-Casa. Ideato dal ministro del lavoro Amintore Fanfani, e attuato tra il 1949 e il 1963 è qualcosa che oggi appare irripetibile e quasi incredibile per l’ampiezza delle realizzazioni e l’intelligenza della progettualità. Diede una casa dignitosa a 350 mila famiglie, il 40 per cento delle quali viveva in grotte, baracche, cantine, ruderi, spesso in coabitazione. Per la rassegna Case e cose (all’ADI di Milano), dedicata alla storia dell’abitare in Italia, Alberica Archinto, Alberto Saibene e Ranuccio Sodi hanno selezionato filmati dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa. Uno dei temi più frequentati negli anni del boom economico riguardava proprio la trasformazione urbana, con le città pressate dall’immigrazione interna dal sud Italia e dalle campagne. Basti pensare alle baracche della periferia romana, quelle dove si muove nel 1961 il sottoproletario Accattone, protagonista del film di Pasolini. A Roma, a partire dagli anni Trenta, per dare spazio alle scoperte archeologiche e creare il centro storico, si erano formate delle borgate di baracche dove si erano trasferiti gli abitanti della suburra, cioè di quello che grossomodo è oggi il quartiere Monti. Tra il ’55 e il ’57, 4 milioni di italiani si trasferirono dalla campagna in città. Nella impressionante Inchiesta alla periferia di Claudio Triscoli (1960), si vedono lottizzazioni romane abusive ai margini di assembramenti precari sul genere delle famigerate baraccopoli contemporanee, come quella di Borgo Mezzanone, dove oggi vivono i braccianti africani. In Uomini e case di Raffaello Pacini (1955), viene illustrato il piano Ina-Casa. L’obiettivo, oggi come allora, era doppio: realizzare abitazioni dignitose per famiglie disagiate e stimolare l’occupazione con la costruzione delle nuove infrastrutture. Nel documentario, che inizia nello studio romano dell’architetto Adalberto Libera, si illustrano i progetti che portarono gli immigrati dai “nidi di termiti” alle case popolari progettate per non essere “macchine da abitare” bensì fuse con il paesaggio, integrate nello stile abitativo dei luoghi dove vengono edificate, e però moderne, progettate per “rasserenare la vita di ogni giorno”. E così, accanto alle abitazioni si costruirono asili, scuole, giardini e, in certi casi, vennero ricavati lotti per gli orti. Con caratteri diversi a seconda dello spirito del luogo si edificarono quartieri a Savona, Genova, Mestre, Bologna, Prato, Firenze, Napoli, San Felice del Circeo, Alberobello, Matera, Roma… Nelle immagini, bambini che giocano, casalinghe operose, mariti al ritorno dal lavoro, persino le prime famiglie con cane al guinzaglio. Se si pensa ai nomi degli architetti coinvolti in questo immane piano di riscrittura dell’edilizia italiana – Ridolfi, Valori, Aymonino, Sottsass padre e figlio, Gardella, Albini, Castiglioni e altri ancora –, si rimpiange l’epoca in cui venivano realizzati progetti statali grandiosi, non ostacolati da autonomie regionali e comunali, e le segreterie di partito lasciavano che a occuparsene fossero i migliori nomi, al di là della presunta appartenenza politica, non sodali e parenti con diplomi tipo Pegaso. Entrambi i documentari sono anche su YouTube.
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