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A Garlasco l’ultima frontiera della giustizia spettacolo
Il Foglio

A Garlasco l’ultima frontiera della giustizia spettacolo

“Complimenti Avvocato, ieri l’abbiamo vista in televisione. Ma si capirà mai chi l’ha uccisa quella povera ragazza?”. E’ difficile spiegare fino in fondo tutte le assurdità della nuova inchiesta con la quale – a distanza di quasi 20 anni – la Procura di Pavia sta cercando di riscrivere la verità in diretta televisiva , senza partire proprio dall’ attenzione morbosa e viscerale che molti italiani riservano quotidianamente a questa sorta di Cluedo di massa , discettando di dna e di impronte con lo stesso spirito con il quale l’indimenticabile Aldo Biscardi invitava i suoi ospiti a contrapporsi “ordinatamente” in attesa delle bombe di Maurizio Mosca. Perché, per sua stessa definizione, la giustizia penale è quanto di meno impermeabile alle aspettative del pubblico, per proteggersi dalle quali sono stati appunto eretti tutta una serie di principi di garanzia, che altro non sono se non dei meccanismi procedurali e delle regole di giudizio ai quali qualsiasi accusatore dovrebbe essere tenuto a conformarsi . Il primo, in realtà, è rappresentato proprio dalla presunzione di innocenza, ovvero dall’insostituibile valore che assume una sentenza passata in giudicato al fine di poter stabilire se una persona sia o meno colpevole. Ed è proprio su questo terreno che la Procura di Pavia ha messo clamorosamente in crisi, a furor di popolo, il primo baluardo del garantismo penale, trasformando all’inverso il condannato in un presunto innocente per poter andare efficacemente a caccia di nuovi possibili colpevoli . Il ragionevole dubbio, le prime sentenze di assoluzione, l’accanimento mediatico contro il bocconiano dagli occhi di ghiaccio hanno così dato vita a un fitto tessuto argomentativo davanti al quale le prove raccolte a sostegno della sua successiva condanna sono presto apparse come dei dettagli del tutto irrilevanti. “La sostituzione dei pedali? Non è mai avvenuta. Il nda di Chiara che era rimasto impresso su quegli stessi pedali? Sembra ce lo abbiano messo. Il falso racconto di Stasi sul ritrovamento del corpo della fidanzata dopo aver a suo dire corso al buio in degli spazi angusti ricoperti di sangue senza lasciare la pur minima traccia? E chi lo dice, guarda che lo avevano assolto due volte!”. Poco importa allora se l’unico depistaggio accertato (con una apposita sentenza di condanna per falsa testimonianza) sia stato quello del maresciallo Marchetto (nel frattempo radiato dall’Arma dei Carabinieri per l’emergere di suoi gravissimi comportamenti illeciti), il quale ebbe incredibilmente a sottrarre ai più basilari accertamenti investigativi la bicicletta nera da donna di Alberto Stasi , come tale perfettamente corrispondente a quella notata quella mattina da due testimoni proprio davanti alla casa della vittima. Nel frattempo fra fantomatiche sette sataniche, improbabili gelosie familiari, immancabili vicende di pedofilia clericale e traffico di droga, è stato appunto possibile sollecitare la curiosità del pubblico immaginando qualsiasi scenario alternativo, fino ad atterrare per l’appunto sulla presunta “ossessione” di un amico del fratello della vittima che sarebbe entrato in quella casa, non si sa ancora bene come, al fine di dare sfogo ad un suo asserito impulso sessuale (che fino a quel momento non era stato però mai manifestato in alcun modo). Per chi conosce la vicenda nei dettagli, avendo vissuto in prima persona le varie fasi processuali, è tutto semplicemente assurdo, illogico, irreale, ma dall’alto del loro ruolo gli inquirenti possono rivendicare anche in questo caso il potere di formulare liberamente delle nuove ipotesi accusatorie, come tali riportate ed ampliate dai mezzi di comunicazione di massa in un incessante rimpallo fra telegiornali, carta stampata, trasmissioni televisive e social media. Che il profilo di dna parziale e misto che parrebbe intravedersi insieme ad altri sulle unghie della povera Chiara non sia in alcun modo attribuibile ad Andrea Sempio (almeno secondo le linee guida che regolano la genetica forense) è stato già detto e scritto da un perito. Così come è ben noto, almeno agli addetti ai lavori, che una simile traccia potrebbe in ogni caso derivare da un qualsiasi contatto indiretto e non già da una ipotetica colluttazione. Che l’impronta “rossa” attribuita a Sempio con un memorabile scoop del Tg1 fosse certamente priva di sangue è stato poi faticosamente riconosciuto anche dalla stessa Procura. Quello che non si è invece potuto ancora chiarire adeguatamente è che questa famosa impronta palmare numero 33 che era rimasta impressa sul muro delle scale... non risulta in realtà nemmeno di Sempio . Su questo punto la Procura di Pavia ha preferito evitare il rischio di un incidente probatorio in modo da poter continuare ad affidarsi in questa fase alle pur contestate conclusioni di una sua consulenza di parte. Ed è così che contro Sempio si può comunque continuare a far valere di tutto, a partire dalla disamina del suo profilo psicologico e delle sue chat personali, fino ai ridicoli soliloqui in auto e all’analisi di una vita intera, ormai destinata ad assomigliare sempre più a quella di Truman Burban . Il processo? Forse un domani, chissà. Tanto, nella giustizia spettacolo, sarà sempre e solo l’inchiesta a fare davvero notizia.

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