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Perché le democrazie devono tornare a pensare sul lungo periodo
Il Foglio

Perché le democrazie devono tornare a pensare sul lungo periodo

Gli ultimi anni hanno prodotto un cambiamento silenzioso ma significativo nel modo in cui gli Stati Uniti comprendono – e non comprendono – il tempo. La capacità americana di pensiero strategico si è gradualmente indebolita attraverso tagli burocratici, ridimensionamenti istituzionali e incentivi politici che privilegiano l’immediato rispetto alla continuità, e il tornaconto di parte rispetto all’interesse nazionale. La temporanea eliminazione dell’Office of Net Assessment del Pentagono l’anno scorso è particolarmente emblematica. Fondato durante la Guerra fredda, l’Ufficio era stato concepito per fornire al dipartimento della Difesa valutazioni comparative indipendenti e di lungo periodo sulle capacità militari americane e avversarie. Ufficialmente, il suo smantellamento è stato presentato come un’operazione di razionalizzazione. Nei fatti, ha incarnato la più ampia erosione dei meccanismi che un tempo permettevano agli Stati Uniti di ragionare in termini di decenni anziché di cicli elettorali. L’ufficio è stato infine ripristinato, ma in forma ridotta e meno tutelata. Questo ridimensionamento simbolico ha fatto sentire i suoi effetti sull’intero apparato della sicurezza nazionale. Tagli vicini al 50 per cento all’Office of the Director of National Intelligence, riduzioni di organico presso la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (passata da circa 3.400 dipendenti a inizio dello scorso anno a circa 2.400 entro dicembre), l’azzeramento del Global Engagement Center del dipartimento di stato e la chiusura di consolati all’estero: ciascuno di questi interventi è stato giustificato con una propria logica burocratica, ma nel complesso indicano un paese che sta dismettendo i propri strumenti strategici. L’erosione del pensiero di lungo periodo ha conseguenze che vanno ben oltre l’assetto burocratico e rappresenta una vulnerabilità esistenziale per le democrazie occidentali. Per invertire questa tendenza non occorre replicare la pianificazione centralizzata dei sistemi autoritari, ma recuperare forme di disciplina temporale proprie dei sistemi democratici: proteggere le capacità previsionali, stabilizzare gli investimenti nella ricerca e ancorare gli impegni di lungo periodo a istituzioni capaci di resistere ai cambi di governo. In Europa, la sfida non è rinunciare all’ambizione fondata sui valori, ma riconciliarla con la lungimiranza, facendo sì che gli obiettivi di lungo termine non vengano annacquati da vincoli politici che comprimono gli orizzonti di pianificazione. La lunga (ma non infallibile) partita della Cina I confronti con la Cina sono inevitabili, ma vanno fatti con cautela. Il segretario generale Xi Jinping e i suoi colleghi nel Partito comunista cinese non sono pianificatori infallibili che eseguono senza errori un grande disegno. La Repubblica popolare cinese è un sistema politico costruito per privilegiare la continuità, capace di sostenere le priorità nazionali nel tempo anche se inciampa, si corregge, inciampa di nuovo e spesso fallisce. La politica industriale, la modernizzazione militare e le operazioni di informazione della Cina poggiano tutte su un fondamento di pazienza istituzionale sedimentata nel tempo. Nell’ultimo decennio, il Partito comunista cinese ha fuso pianificazione economica, militare e tecnologica in un’architettura integrata del potere . Ogni piano quinquennale funziona come un punto di riferimento all’interno di una strategia nazionale che si estende per decenni. Il 14° piano, pubblicato nel 2021, ha posto l’“autosufficienza” in scienza e tecnologia al centro dell’agenda di modernizzazione cinese, abbracciando semiconduttori, energia verde e intelligenza artificiale. Il 15° piano (2026-2030), presentato nel marzo 2026 e tuttora in fase di revisione prima della pubblicazione definitiva, dovrebbe rafforzare ulteriormente questo orientamento strategico. Questo approccio ha prodotto risultati misurabili. Nel 2014, la Cina produceva meno del 5 per cento dei chip avanzati a livello mondiale. Oggi, nonostante i controlli americani sulle esportazioni, aziende nazionali come la Semiconductor Manufacturing International Corporation e HiSilicon di Huawei hanno dimostrato di saper produrre chip a sette nanometri su larga scala . Nel frattempo, la promozione sistematica del settore dei veicoli elettrici da parte di Pechino lo ha trasformato da fanalino di coda industriale nel maggiore esportatore automobilistico del mondo, superando il Giappone. Questi risultati sono stati il frutto di un coordinamento statale sostenuto, di sussidi a lungo termine e di pazienza istituzionale. L’orizzonte di lungo periodo di Pechino è altrettanto visibile nella sfera dell’informazione. La Cina ha espanso la propria infrastruttura narrativa con precisione e metodo. Media di proprietà statale come China Global Television Network operano ormai in decine di lingue, mentre piattaforme come TikTok e WeChat fungono da strumenti di sperimentazione tecnologica e influenza globale, esercitando un soft power fatto di pazienza e di lenta colonizzazione dell’attenzione. Eppure, la pianificazione di Pechino non è né perfettamente coerente né priva di costi. La stretta sulle tecnologie, la crisi del settore immobiliare e i bruschi cambi di rotta regolatoria hanno scosso il capitale privato. La cattiva gestione della pandemia di Covid-19, unita a un atteggiamento diplomatico assertivo fino all’autolesionismo, ha causato danni reputazionali in Europa e in Asia. Il debito degli enti locali ha raggiunto livelli che complicano gli investimenti di lungo periodo . Il declino demografico erode le premesse economiche su cui si fondano molte ambizioni cinesi, e le rigidità del sistema politico ne limitano la capacità di correggere rapidamente la rotta. Il problema, in definitiva, non è che la Cina sia imbattibile, ma che l’occidente non sappia fare un uso strategico del tempo. Un orizzonte strategico che si restringe La politica a Washington è diventata reattiva. Le istituzioni che un tempo proteggevano le scelte di governo dalla pressione dell’immediato sono oggi politicizzate, svuotate o semplicemente ignorate . Le unità di intelligence incaricate di monitorare l’influenza straniera sono scomparse proprio mentre Russia, Cina e Iran diventano sempre più abili nello sfruttare la zona grigia tra guerra e pace. La Cybersecurity and Infrastructure Security Agency ha perso gran parte del suo personale, inclusi esperti sulle vulnerabilità legate all’intelligenza artificiale. Il coordinamento sulla sicurezza elettorale è stato ridotto. Al dipartimento di stato, i tagli al personale e le fusioni di uffici hanno ridotto la capacità americana di definire la cornice diplomatica prima che le crisi esplodano. La stessa dinamica emerge nella politica economica estera. I controlli sulle esportazioni di chip avanzati per l’intelligenza artificiale verso la Cina erano stati concepiti come uno strumento di lungo periodo per limitare la diffusione tecnologica a un rivale strategico. Ma successive deroghe, strutturate attorno ad accordi di condivisione dei ricavi, hanno trasformato uno strumento di sicurezza nazionale in un accordo fiscale di corto respiro. E’ questa l’essenza dello short-termism: convertire una questione strutturale in una transazione immediata. La traiettoria dell’Europa è diversa ma correlata. L’Ue sa legiferare sul lungo periodo, ma il suo orientamento strategico è spesso plasmato dalla mobilitazione politica di breve termine piuttosto che da un disegno attentamente costruito: la definizione dell’agenda resta molto sensibile ai cicli elettorali, alle dinamiche di coalizione e alle oscillazioni del sentiment pubblico. Nonostante la sua fama di istituzione fredda e lontana dai cittadini, le decisioni europee riflettono spesso inclinazioni ideologiche più che calcoli strategici. Il Green Deal, con i suoi obiettivi sovradimensionati, è l’esempio perfetto di come il populismo possa risalire la corrente e accelerare le politiche, anche quando le basi politiche per una loro attuazione duratura sono fragili. All’Europa non manca l’ambizione ma piuttosto la capacità di isolarsi dalla propria volatilità democratica. Le democrazie sanno fare di meglio, nelle giuste condizioni Le democrazie riescono nei progetti di lungo periodo quando i leader costruiscono coalizioni che sopravvivono alle elezioni, radicano gli impegni nelle istituzioni e presentano la strategia come uno scopo nazionale condiviso anziché come proprietà di parte . Un altro ingrediente essenziale è un’opinione pubblica capace di elaborare le informazioni con un buon grado di razionalità, un asset sempre più raro nell’ambiente mediatico del ventunesimo secolo. La comunicazione digitale comprime il tempo e la politica diventa inseparabile dalla reazione in tempo reale. Gli algoritmi premiano indignazione, novità e velocità . Le minacce graduali o i problemi complessi di azione collettiva, come il rischio climatico, l’igiene informatica, il declino demografico, la fragilità delle infrastrutture critiche e la vulnerabilità delle catene di fornitura faticano ad attrarre un’attenzione duratura. La polarizzazione erode i compromessi bipartisan che i progetti di lungo periodo richiedono e genera short-termismo, creando un ecosistema politico ostile alla tenuta nel tempo. Il costo degli orizzonti che si accorciano Le conseguenze strategiche si accumulano in silenzio, ma inesorabilmente. La tecnologia è uno degli ambiti in cui la capacità di affrontare sfide cumulative conta di più. Entro i primi anni Trenta di questo secolo, gli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo potrebbero eguagliare o superare quelli americani in termini di parità di potere d’acquisto. I conteggi dei brevetti non misurano l’innovazione di frontiera, ma rivelano la capacità istituzionale e l’intenzione di lungo periodo. Se gli Stati Uniti continueranno a oscillare tra attivismo industriale e laissez-faire, faticheranno a tenere il passo nelle tecnologie emergenti. L’effetto si estende anche agli standard e alla governance. Il ritiro americano dalle istituzioni multilaterali ha ceduto terreno alla Cina, che oggi svolge un ruolo più ampio nei comitati tecnici che stabiliscono le regole per telecomunicazioni, trasporti, sostenibilità e salute globale. L’uscita degli Stati Uniti da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità ha aperto spazio a Pechino per espandere la propria influenza non solo attraverso i finanziamenti, ma attraverso la definizione dell’agenda, le reti di personale e i partenariati bilaterali. Nel tempo, queste assenze si sommano, consentendo alla Cina di plasmare standard e norme proprio nei forum in cui il potere viene esercitato in modo silenzioso e cumulativo. Questi organismi fanno raramente notizia, ma definiscono il sistema operativo dell’economia globale. Le conseguenze più rilevanti riguardano la gestione delle alleanze. Quando i partner cominciano a dubitare che gli Stati Uniti siano in grado di mantenere una rotta strategica coerente, cercano coperture alternative. Gli avversari testano i limiti e le medie potenze diversificano, dando luogo non a un crollo improvviso, ma una deriva strategica e un’erosione della credibilità visibile all’esterno molto prima di essere riconosciuta in Patria. Recuperare il tempo strategico democratico Invertire questa tendenza non significa imitare la pianificazione centralizzata cinese. Richiede piuttosto di recuperare le proprie forme di disciplina temporale: ripristinare capacità previsionali tutelate, isolare l’infrastruttura scientifica e dei dati dalla turbolenza politica, stabilizzare gli investimenti nella ricerca, rendere coerente la politica industriale, ricostruire la resilienza elettorale e dell’informazione, e ancorare gli impegni di lungo periodo a istituzioni capaci di sopravvivere ai cambi di governo. In sintesi, trattare i rischi lenti e graduali come priorità strategiche. Il rapporto transatlantico è un elemento chiave di questo sforzo. Gli Stati Uniti e l’Europa formano ancora l’ecosistema economico e tecnologico più potente del mondo, rappresentando insieme quasi il 30 per cento del commercio globale di beni e servizi e circa il 43 per cento del pil mondiale. Le imprese americane ed europee sono inoltre profondamente integrate nei rispettivi mercati, con stock di investimenti incrociati pari a circa 5.400 miliardi di dollari che sostengono milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico: le esportazioni americane verso l’Ue sostengono circa 2,3 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti, mentre gli investimenti europei negli Stati Uniti ne supportano circa 3,4 milioni. Meccanismi come il Consiglio per il commercio e la tecnologia Usa-Ue devono evolversi da forum di discussione a motori di attuazione, allineando standard, catene di fornitura e politica economica legata alla sicurezza e dando al rapporto transatlantico un’identità legata al futuro. Per l’Europa, la sfida non è rinunciare alla propria ambizione fondata sui valori, ma riconciliarla con la lungimiranza, armonizzando la mobilitazione pubblica con il pragmatismo della governance. Nelle aree politiche in cui vige ancora l’unanimità, gli obiettivi di lungo termine vengono spesso annacquati, rinviati o compressi in risultati al minimo comune denominatore, accorciando di fatto gli orizzonti di pianificazione e complicando il sequenziamento strategico. Un passo concreto consisterebbe nel rafforzare meccanismi istituzionali come la capacità di previsione strategica della Commissione europea, o sviluppare un hub di coordinamento permanente tra Commissione, stati membri e settore privato, parzialmente modellato su strutture esistenti come il Centro europeo di competenza per la cybersicurezza e organismi analoghi. La questione di fondo è se le democrazie siano in grado di adattarsi a un mondo in cui il tempo stesso è diventato un terreno conteso. I sistemi autoritari rispondono all’accelerazione tecnologica centralizzando il controllo. Le democrazie dovrebbero imboccare una strada diversa: una strada che preservi l’apertura ricostruendo al contempo la pazienza strategica . Si tratta di ricordare come le democrazie governavano il lungo termine prima dell’era digitale, credere che possano farlo ancora e reinventare le condizioni per la deliberazione, la pazienza e la memoria in un ecosistema tecnologico che prospera sulla loro erosione. Questo articolo è stato pubblicato in forma più estesa su War On The Rocks con il titolo “The Age of Unlearning: How Democracies Lost Their Grip on Strategic Time”

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