Il Foglio
Che non sia proprio tra i primissimi ministri per indici di gradimento lo dicono i sondaggi (come quello curato dall’Osservatorio Adelphi di cui avevamo già scritto qui sul Foglio ). Ma a creare grattacapi al ministro della Salute Orazio Schillaci , scelto a suo tempore in quota “tecnici del governo”, è soprattutto la sua agenda ministeriale. Non sempre, ça va sans dire, perfettamente allineata al centrodestra e all’esecutivo di cui fa parte (a partire dalla premier Giorgia Meloni). In realtà qualcosa che tiene Schillaci ancorato alla coalizione c’è, ma paradossalmente in questa fase rischia di essere ancor più un problema per il ministero di cui è a capo . In questi giorni di rinnovata (moderata) apprensione per il propagarsi dei primi casi mondiali di Hantavirus (oggi due cittadini italiani sono stati sottoposti a quarantena obbligatoria), Schillaci può rivendicare l’approvazione del nuovo Piano pandemico (per gli anni 2025-2029). Circa tre anni dopo la scadenza del precedente. Al di là della sua effettiva operatività ancora tutta da provare, con molte deleghe affidate direttamente alla gestione regionale, rimane che il piano pandemico italiano opera al di fuori dei contorni del Piano pandemico globale stilato dall’Oms lo scorso anno. Non un ritiro da poco, nelle settimane in cui si torna a parlare dell’ipotesi di far fronte a un nuovo virus a livello mondiale. Basti pensare, per esempio, che a fine aprile sempre l’Organizzazione mondiale della Sanità ha tenuto una simulazione per fronteggiare l’insorgenza di una nuova pandemia. E l’Italia, insieme a paesi come gli Stati Uniti, non aderendo al protocollo pandemico non vi ha partecipato. Ma se questo aspetto, come detto, avvicina Schillaci alla sua maggioranza, ce se sono diversi altri che lo distanziano. La tensione sulle liste d’attesa tra il ministro e le regioni, soprattutto quelle amministrate dal centrodestra, si è protratta per mesi e in parte persiste anche oggi . Un presidente di regione come il leghista Attilio Fontana se l’era presa dicendo che “minacciare la nostra autonomia non è la soluzione”, visto che Schillaci aveva paventato di azionare poteri sostitutivi nei confronti delle regioni inadempienti. Poi, a febbraio di quest’anno, è tornato a usare toni molto duri contro i presidenti di regione che “truccano le liste”. Ma oggi si è aperto un altro fronte, con il governatore del Molise Francesco Roberti , esponente di Forza Italia. Dopo il commissariamento della sanità regionale il ministero della Salute ha imposto una serie di chiusure, pena la perdita dei fondi. Per questo “faremo pesare il nostro voto nella Conferenza delle regioni. I molisani devono avere gli stessi diritti degli altri cittadini italiani”, ha risposto Roberti, innalzando ancor di più lo scontro con Schillaci. In realtà, proprio Forza Italia sta annoverando sempre più ragioni per essere contro il titolare della Salute. Il ministro ha lavorato negli ultimi mesi a una riforma sui medici di famiglia che potrebbero passare da liberi professionisti con convenzione al servizio sanitario nazionale a un modello di dipendenza. Uno scenario che, oltre allo scetticismo dei sindacati di categoria, si è attirato, per l’appunto, il no degli azzurri, soprattutto per la sua applicazione nelle case di comunità. “ Va escluso pensare di far diventare i medici di famiglia, oggi insostituibili professionisti autonomi, lavoratori dipendenti del sistema sanitario nazionale, perché il rapporto fiduciario con i cittadini non va ostacolato ma bensì valorizzato, dialogando con i soggetti rappresentativi dell’area convenzionata per condividere ulteriori soluzioni da portare alle scelte governative e parlamentari ”, è intervenuto sul punto addirittura il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Ma anche sul nuovo sistema di prenotazione delle visite, sindacati come la Fimmg hanno chiesto agli assessori alla sanità del centrodestra (tra cui l’indipendente Gino Gerosa, in Veneto) di dissociarsi dalla riforma Schillaci. Non va dimenticata poi la querelle tra Schillaci e Palazzo Chigi per l’azzeramento, da parte del ministero, della commissione sui vaccini (Nitag) , avvenuto dopo la pubblicazione di alcuni articoli sulla presenza di esponenti No vax . In quell’occasione fu la stessa premier Meloni a rimproverare Schillaci per la gestione del dossier. Da allora, insomma, i rapporti, anche all’interno della maggioranza, non si sono mai davvero risanati. E c’è chi, oltre a ministri come Urso e Calderone, adesso vede anche nel titolare della Sanità un punto di debolezza del governo.
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